Solo le montagne sono serene

Riceviamo da un nostro redattore che si è recato sui luoghi del terremoto a portare solidarietà attiva.

Terremoto agosto 2016 [1]

29 agosto 2016

Solo le montagne sono serene nella luce piena di giallo di fine agosto, silenziose, più che mai.

Il terremoto ha colpito a macchia di leopardo mettendo in luce le differenze, tra i suoli e le pendenze e tra i derivati minerali delle stesse montagne che compongono le case: i materiali. Tanti commentatori si improvvisano ingegneri e architetti e tutti scoprono che la materialità del nostro abitare nel mondo è importante. Pescara del Tronto si scorge dietro una curva mentre il nostro convoglio sale lentamente, soltanto il cartello stradale è rimasto leggibile, le forme delle case, tutte distrutte, possiamo solo intuirle da quelle che abbiamo visto nei borghi lungo la strada. Alcuni paesi sono crollati, altri sembrano intatti. Altre disuguaglianze mute colpiscono l’occhio: le case vuote e pulite con i fiori al balcone e la palazzina col primo piano che sembra esploso perché il movimento sussultorio ha fatto scoppiare i muri. Nella stanza vivisezionata i calcinacci sfondano il letto, lo specchio è pulito e il cassetto ancora aperto. La vita interrotta.

Terremoto agosto 2016 [4]

Tanti compagni e compagne si sono attivati fin dalle prime ore del giorno dopo il sisma. Il progetto delle Brigate di Solidarietà Attiva nato nel 2009 e proseguito con alterne vicende negli anni successivi è diventato, con stupore degli stessi promotori, uno dei riferimenti per l’auto-organizzazione sul territorio. L’intervento si sta sviluppando in modo diverso sui due versanti dell’Appennino, le montagne infatti uniscono ma anche dividono, culture e maniere di fare e di vivere diverse. Inoltre, vicino ad Arquata del Tronto, un gruppo di compagni anarchici che fa capo al Campetto Occupato di Giulianova sostiene fuori da ogni rapporto con la Protezione civile una settantina di persone che ha deciso di non abbandonare le frazioni di montagna. Ad Acquasanta Terme, sul versante marchigiano, un gruppo di compagni/e organizza la cucina del campo facendo una mossa di intervento diretto e critico, sfidando la gestione impettita del responsabile militare della Protezione Civile sul posto. Ad Amatrice si è deciso di provare ad aprire un presidio permanente e uno spaccio popolare di beni di prima necessità. Ieri ed oggi con scarsi mezzi tecnici e tantissimi volontari le Brigate di Solidarietà Attiva hanno iniziato a montare lo spaccio popolare. La solidarietà abbonda, beni di prima necessità riempiono i magazzini, i volontari sembrano quasi troppi, tante cose sono ancora sono da programmare, organizzare, inventare. Scopriamo i nostri limiti. Mentre sudiamo montando gazebo e scaricando casse dai furgoni ragioniamo su come dare un seguito costruttivo a questa esplosione di realtà.

Terremoto agosto 2016 [2]

Amatrice è il set, dice un compagno, è dove hanno deciso di girare il loro film quelli che vogliono comandare su questo paese. In effetti alla fine del viale di ingresso al paese, proprio dove inizia la zona interdetta ai civili una distesa di telecamere fissa le rovine di una enorme casa crollata. Una cronista bionda slavata si esercita a recitare qualche mantra prima della messa in onda. Amatrice è un grande cimitero dove per ora la disperazione per più di 221 morti è muta.

In provincia di Ascoli e di Rieti istituzioni locali e Protezione Civile ragionano a tratti in modo diverso. Ma forse le critiche del passato hanno fatto una qualche sorta di pressione sulle istituzioni. A differenza dei terremoti precedenti la Protezione Civile ha lasciato la possibilità ai Comuni di decidere come gestire i campi e con quali organizzazioni, lasciando aperta involontariamente una finestra per l’autogestione popolare.

Terremoto agosto 2016 [3]

L’impressione in sintesi è che il sisma abbia colpito una zona scarsamente popolata, i danni sono stati tragici per il sovraffollamento e per la presenza di numerose strutture non a norma, il tutto aggravato dal fatto che un terremoto di notte è sempre estremamente pericoloso e dannoso. Tuttavia dobbiamo stare attenti a non cadere nel campo della manipolazione emotiva, dell’attribuzione forzata alle popolazioni colpite di soggettività e intenzioni critiche che per ora non si manifestano. L’età media nei campi è molto alta, gli sfollati non arrivano a 3.000, poche persone in confronto alle più di 60.000 dell’Aquila o dell’Emilia. Dunque dopo l’emozione e la solidarietà di pancia, è ora di ragionare e di costruire una reazione politica all’altezza delle necessità reali. Anche ammettendo che la tragedia è stata grossa ma l’estensione  del problema in questo caso è circoscritta alla zona montana a cavallo di tre regioni. La fragilità e lo spopolamento della montagna sono fenomeni che hanno radici nel passato recente e che il terremoto ha certamente aggravato ed esposto alla luce del sole. La vera sfida politica anche per chi non vive nelle zone terremotare è provare a ragionare su come crescere nell’auto-organizzazione sociale, nella capacità di difendersi dai rischi sociali degli eventi naturali con strumenti non autoritari. Mi chiedo quanto e come sia necessaria la professionalizzazione dell’intervento di emergenza, quale sia la sicurezza che cerchiamo, quale appunto il senso e la dimensione materiale del nostro abitare nel mondo. L’abbondanza di mezzi tecnici di soccorso dispiegati nelle strade e nei campi di un piccolo paese di montagna è l’emblema di una società confusa, ricca e pachidermica allo stesso tempo. I dispersi sono ancora sotto le macerie. A volte non c’è nulla da fare.

Terremoto agosto 2016 [5]

Links:
Brigate di Solidarietà Attiva
Campetto occupato

 

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