Considerazioni sparse e semiserie sulle agende di movimento

Sul tour di Matteo Salvini nelle Marche del 14 settembre 2020

Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore dell’Alta Vallesina

Ieri è tornato Salvini nelle Marche, il politico più odiato da quando Berlusconi è diventato un avatar, ed ecco che oltre alle necessarie contestazioni sono fiorite inutili polemiche nella galassia dei cosiddetti movimenti. Si è parlato di “agende”, sarà che era anche il primo giorno di scuola e le vendite di diari si erano impennate vertiginosamente. Così a forza di sentire parlare di agende un po’ di curiosità mi è venuta e sono andato in cartoleria a chiedere una “agenda per il movimento”… niente, non l’ho trovata, anzi la commessa ventenne a dire il vero non capiva proprio la parola “movimento” e, visto che non avevo tanta voglia di dilungarmi in una lunga spiegazione che parte dalla Rivoluzione francese, ne ho approfittato per ricomprare la solita moleskine nera che da vent’anni uso come feticcio.

La scena è quasi sempre la stessa da parecchio tempo a questa parte, ma con delle varianti provinciali molto gustose che vale la pena raccontare.

La piccola ma ricca città di Jesi è in fibrillazione, sta arrivando “il Capitano”. Sui giornali e online si sprecano le dichiarazioni e iniziano le prese di posizione. L’occasione è ghiotta. Si distinguono questa volta per creatività le sigle che evidentemente stremate per l’intensa attività rivoluzionaria degli ultimi mesi affermano di non voler “farsi dettare l’agenda da Salvini” e quindi gettano nello stagno della Vallesina il potente pietrone della loro assenza. Dall’altra, con una virulenza che neanche Al-Zarqawi nei tempi d’oro, partono le scomuniche contro chi ha avuto quest’idea, così che Digos e opinione pubblica possano farsi bene un quadro delle zizzanie che prosperano nei campi rinsecchiti della vecchia sinistra.

Arriva il grande pomeriggio. Il centro storico di Jesi è transennato e bloccato dalla solita insalata mista di divise. Sul corso, proprio dietro a dove si stanno radunando molti contestatori c’è un gruppetto di borghesi di mezza età che brinda con prosecco insieme a Carlo Ciccioli, candidato di Fratelli d’Italia, intento a firmare libri; anche lui ha una sua agenda evidentemente, ma purtroppo nessuno li caga. Così loro fanno gli gnorri, chiudono il banchetto alla chetichella e vanno in piazza per iniziare la loro messa sovranista senza neanche lasciarci una mezza bottiglia di bollicine. Che avari! Intanto dai varchi nelle vie più piccole, a occhio e con qualche svista, gli sbirri filtrano la gente che vuole entrare in piazza.

Le signore con i gioielli sì, le ragazze con i leggins neri no, gli ubriachi scamiciati si, tutti quelli più neri di Cristiano Ronaldo no, e così via. Anche alcuni fricchettoni riescono a passare, dopo aver dato i documenti, senza fiatare, alla prima richiesta. Il gruppone di circa duecento persone con i cartelli quello no, non passa, la Polizia italiana ancora ha un minimo di professionalità perdio! Viene fermato da un blindato, un defender e un cordoncino di celerini attempati, che per due ore rischiano la salute più per il Covid portato dalle vivaci ragazze asintomatiche dei licei che gridano con entusiasmo che per le spinte poco convinte dei ragazzi in prima fila.

Qualcuno deve avere una bella agenda di quelle con tante citazioni fighe perché i cartelli sono davvero belli e creativi. Poco a poco si avvicinano anche diversi giovani neri, ragazze indiane, operai pakistani che si fanno avanti, protestano e cantano facendo dirette su Instagram, rilassati e curiosi in mezzo alla concitazione del momento, “chissà se hanno delle agende digitali”, mi viene da pensare.

Intanto un gruppo di ubriachi sovranisti esce da un bar e vuole passare proprio in mezzo allo schieramento con i cartelli. Vola qualche spinta e qualche urlaccio, ma niente di più. Il cazziatone più grosso se lo prendono dei ragazzini che lanciano allegramente lattine contro le forze dell’ordine: non è scritto su nessuna agenda! E così quella mezza voglia di partecipare che gli era venuta, gli passa subito.

L’unico cattivone della giornata è l’autista del blindato che viene messo di traverso al Corso, ma non troppo, per bloccare l’accesso a piazza della Repubblica. E quando la protesta si infiamma un po’, mentre il Capitone inizia a parlare, lui sgasa e spinge col mezzo manco fosse a piazza Tahrir. Qualche giovane malandrino, in un giusto impeto di autoconservazione, tira calci e monta sul mezzo… il cordone sta per saltare… ed ecco che appare una compagna con il megafono, da dietro lo schieramento della polizia, che riporta tutti e tutte alla calma. Evidentemente questo stava scritto nella sua agenda.

Intanto, dentro la piazza, chi ha scelto il metodo “agenda Lebowski” della contestazione individualista o a piccoli gruppi ha avuto più fortuna: riesce a fischiare, a sfanculare per un attimo l’oratore e a esporre qualche cartello, per essere presto allontanato dalla Digos con provinciale e gentile fermezza. Con altrettanta gentilezza escono di scena. Forse l’agenda l’hanno lasciata a casa.

La piazza leghista si è nel frattempo riempita di qualche centinaio di persone: per la città di Jesi, una volta culla della classe operaia della provincia, è un fatto sociale significativo. È vero, l’impianto audio fa schifo e si sente poco, Salvini parla il giusto e dice quattro cazzate, ma intanto la sua agenda è piena di appuntamenti, la destra sta per vincere le elezioni regionali e non si spaventa per qualche pernacchia.

Alla fine arrivano i fricchettoni e i clown, che solitamente si mettono in mezzo all’inizio ma stavolta forse avevano scritto l’orario sbagliato sull’agenda, e raggiungono le prime file della contestazione con la cassa bluetooth che manda una selezione di archeologia musicale da Fischia il vento a I cento passi dei Modena City Ramblers: su Spotify le trovate sotto la categoria “Bromuro”.

A quel punto sono le sei del pomeriggio, la polizia si toglie il casco e il fronte dei cartelli va a consultare l’agenda per le prossime settimane al bar poco lontano.

Dopo i soliti selfie, Salvini riparte per raggiungere Urbino dove mi dicono che l’agenda della protesta sardinesca prevedeva l’ossimoro di una contestazione silenziosa, tale da non disturbare la campagna elettorale: antifascisti sì, ma senz’altro democratici! Qualche svogliato sbirro sembra che abbia mandato all’aria l’arguto piano impedendo l’infiltrazione dei muti nei pressi del palco – che tanto lì, di vista, si conoscono tutti. Alla fine è una fortuna perché così, in circa duecento, raccogliendo pure passanti e cani sciolti, s’è ritrovata la voce per intonare almeno il tormentone Bella ciao.

Scrivo sull’agenda:

“Andare in piazza è sempre meglio che non andarci”.

“Si poteva fare di meglio, cercare di essere creativi e un po’ più efficaci”.

Poi mi accorgo che ho già quasi riempito l’agenda con queste frasi. Ma non tutto è perduto, se sappiamo anche imparare dai nostri errori.

Brigate volontarie d’altri tempi. I sovversivi e il colera di Napoli, 1884

Di Luigi (da Malamente #18, giugno 2020)

Il primo caso si verifica a Saluzzo, in Piemonte, il 28 giugno 1884, proveniente dal Sud della Francia. La malattia che presto comincia a dilagare nonostante i cordoni sanitari dell’esercito è, ancora una volta, il temuto colera. Una malattia di origine batterica, infettiva e contagiosa, che provoca diarrea, vomito e in poco tempo una grave disidratazione: gli occhi si infossano, la pelle si riempie di rughe, la morte attende dietro l’angolo. La trasmissione deriva da cibo contaminato, da poca igiene e scarsa disponibilità di acqua potabile, per questo è più facile incontrarla nei quartieri popolari piuttosto che nelle dimore dei ricchi. Il colera attraversa l’Italia, ad agosto è in Liguria, Toscana, Emilia, a settembre il focolaio peggiore colpisce Napoli. Qui, nel giro di due settimane i malati si contano a migliaia, quasi tutti tra i bassifondi della città, i morti arrivano presto a più di 8.000. Oltre all’esercito, inviato anche a sedare i tumulti popolari che andavano nascendo, arrivano a Napoli alcuni gruppi di volontari. Tra loro chi si batteva per un mondo libero dall’ingiustizia e dalla miseria sociale: anarchici e socialisti.

Gruppo di volontari per l'emergenza colera, Napoli 1884. Seduti a terra, da destra Luigi Musini e Felice Cavallotti
Gruppo di volontari per l'emergenza colera, Napoli 1884. Seduti a terra, da destra Luigi Musini e Felice Cavallotti

Tra i primi volontari contro il colera di Napoli troviamo Andrea Costa. Era stato uno dei pionieri dell’internazionalismo rivoluzionario anarchico, grande protagonista delle lotte operaie e mito delle plebi romagnole, solo da qualche anno aveva intrapreso il non facile percorso, pieno di spine, violente polemiche, accuse di tradimento e amicizie infrante che l’aveva portato dall’anarchismo al socialismo, fino a sposare la lotta elettorale e a diventare, nel 1882, il primo deputato socialista eletto al Parlamento. Con lui, a Napoli, c’è Luigi Musini, giornalista e uomo d’azione, ex garibaldino, secondo deputato socialista d’Italia. Entrambi affiliati alla massoneria, avevano risposto all’appello del Grande Oriente d’Italia[i] e si erano aggregati alla Croce verde di Giovanni Bovio, gran maestro della loggia napoletana. Musini era medico, Costa gli faceva da infermiere: «si aggiravano fra i bassi di Napoli con le tre stellette massoniche sul petto e la croce verde sul braccio, soccorrendo gli ammalati, bruciando le suppellettili ed i vestiti nei quartieri dove il morbo aveva più colpito»[ii]. In ragione dei servizi prestati durante l’epidemia, saranno nominati membri onorari della loggia partenopea Italia.

Muoversi non era facile. Un caffè, un bicchierino di cognac e subito ci si ritrova alla Farmacia del Tigre, punto di raccolta dei volontari; da lì si parte verso i quartieri popolari con in borsa laudano, etere, chinino, disinfettanti, miscele eccitanti e unguenti. Oltre a evitare il bacillo Vibrio cholerae, Costa e Musini devono anche sopportare il costante pedinamento della polizia (è vero che ormai sono onorevoli deputati, ma erano entrati e usciti di galera si può dire fino al giorno prima). Tanto che il 15 settembre scrivono una protesta pubblica sul giornale “Roma”, suscitando un certo imbarazzo nel governo. Ricorda Musini nelle sue memorie:

«ieri ci capitò un bel caso. Stavamo con Costa girando per il quartiere del mercato a visitar infermi assieme al dottor Calì, quando il vetturino si accorse che un tale in vettura ci seguiva tenendo nota delle abitazioni da noi visitate. Temendo di equivocarci ordiniamo al vetturino di fermarsi artificialmente in vari punti e sempre quell’altro prende nota e ci segue. Allora il Calì smonta per vedere chi è e chiedergli ragione. Tosto lo riconosce per un appuntato di PS che, messo alle strette, confessa»[iii].

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Malamente #18 (giugno 2020)

Malamente #18 (giugno 2020) è pronto per la spedizione!

Pubblichiamo qui l’editoriale del numero e siamo pronti per ricevere le vostre richieste di copie, abbonamenti e – se volete – anche di arretrati!

Né col virus né con lo Stato

Dall’ultimo numero di Malamente a oggi, in appena tre mesi, sono cambiate parecchie cose. Qualcuno dice che solo ora siamo finalmente entrati nel XXI secolo, l’età delle catastrofi di cui come umanità siamo direttamente responsabili. Speriamo che l’emergenza Covid-19 non ci accompagni per troppo tempo, ma fino a quando potremmo dormire sonni tranquilli? Quando e soprattutto come prepararsi alla prossima crisi?

Sappiamo che il passaggio del virus tra specie diverse e la diffusione pandemica non sono un castigo “naturale”, ma tutto dipende da come una società organizza il proprio stare al mondo e i propri rapporti con l’ambiente: pensiamo all’allevamento industriale e alla concentrazione metropolitana, tanto per citare i due fattori più evidenti. Al contrario, nel discorso pubblico, la responsabilità dell’epidemia viene fatta ricadere sui singoli individui e sui loro comportamenti irresponsabili, riproducendo il processo di colpevolizzazione già visto in atto per il cambiamento climatico, fatto dipendere dai consumi individuali così da non rimettere in discussione, in un colpo solo, l’intero sistema. Ecco, forse la prima cosa da fare, oggi e domani, è proprio questa: mettere in discussione la nostra organizzazione economica e sociale, per incamminarci su altre strade.

L’attuale coronavirus, mettendo a nudo la fragilità del nostro mondo e dicendoci che niente è immutabile, ci sta anche offrendo un’opportunità. Ci sta insegnando che la storia non è finita, che una rottura della normalità è dietro l’angolo e arriva quando meno te l’aspetti. Il problema, allora, è come cogliere l’occasione e come fare in modo che, dopo, niente torni “come prima”. L’influenza cosiddetta spagnola, che si diffuse a livello globale negli anni 1918-1920 infettò circa mezzo miliardo di persone e ne uccise tra i 50 e i 100 milioni (circa il 3-5% della popolazione mondiale dell’epoca), eppure neanche queste cifre impressionanti riuscirono a mettere in ginocchio l’autorità dello Stato e la pervasività del capitalismo. Quindi non facciamoci illusioni. Non c’è nessuna valida ragione di credere – o di sperare – che Covid-19 cambierà il mondo da solo. Di certo non lo cambierà in meglio se non ci diamo da fare per rotolarlo nella direzione giusta.

Per forza di cose, almeno metà di questo grosso numero di Malamente riguarda la pandemia ancora in corso. Ne abbiamo discusso innanzitutto con alcuni medici e infermieri/e, nostri amici e amiche, che ci hanno raccontato cosa hanno vissuto in prima persona negli ospedali marchigiani, per poi allargare la visuale con un’intervista al Coordinamento cittadino sanità di Roma e un articolo, sempre dall’interno, sulla peste virale in Italia. Parliamo inoltre di come l’emergenza abbia dato un inaspettato slancio al circuito di economia solidale del pesarese, accelerando la nascita del progetto Gasnomade: distribuzione di prossimità di cibo contadino, condito di autodeterminazione e cultura della condivisione. L’isolamento ha però anche fatto impennare l’utilizzo delle tecnologie digitali, che da un giorno all’altro hanno conquistato ogni ambito del quotidiano, dalla scuola alla socialità, imponendoci una brutta copia del contatto umano: sui nefasti effetti di una vita perennemente connessa abbiamo tradotto un’intervista all’editore e saggista francese Matthieu Amiech. Perfino il 25 aprile e il 1° maggio sono stati quest’anno festeggiati per decreto da dietro uno schermo: con un articolo di Mario Di Vito raccontiamo questa strana situazione, con alcune virtuose eccezioni e violazioni dei divieti.

Non mancano in questo numero, come di consueto, uno sguardo alle nostre amate montagne, la recensione e una finestra sulla storia: parliamo di anni Settanta a partire dalla riapertura dell’inchiesta sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 e degli echi della strategia della tensione nelle Marche, di partigiani e di un’anarchica che ha tenuto testa sia ai padroni che ai compagni maschi, ma parliamo anche di un primo esempio di solidarietà dal basso nel corso di un’epidemia, durante il colera di Napoli del 1884. La stessa solidarietà che sta fiorendo anche oggi e che come Malamente abbiamo sostenuto contribuendo alla nascita e alle attività delle Brigate volontarie per l’emergenza di Senigallia. Perché non è vero che siamo tutti/e “sulla stessa barca”, nemmeno nelle emergenze; c’è chi si può ritirare in una quarantena dorata, chi è costretto a continuare a lavorare, chi deve lottare per la propria dignità dentro a un carcere (non dimentichiamo le rivolte e i morti di marzo e siamo solidali con le proteste che continuano, anche qui nelle carceri marchigiane) e chi non sa più come pagare l’affitto e la spesa alimentare.

Da fine marzo a oggi le Brigate sono arrivate a contare almeno quaranta volontari e volontarie. Hanno iniziato consegnando la spesa alle persone impossibilitate a uscire da casa, hanno proseguito dando una mano nel progetto BAMS (Base alimentare per il mutuo soccorso) per rispondere alle nuove e vecchie povertà e hanno svolto numerosi interventi a servizio della comunità di Senigallia e comuni vicini. Al momento in cui scriviamo stanno programmando l’intervento per l’estate in modo che le spiagge libere, pur garantendo la sicurezza sanitaria, continuino a essere un bene di tutti/e. Crediamo infatti che il reciproco aiuto, la cura e la solidarietà sociale siano la prima arma per proteggerci dalla paura e resistere al virus; senza dimenticare però i diretti responsabili di questa situazione a cui andrà chiesto il conto: i politici autori di trent’anni di tagli alla sanità pubblica e della sua privatizzazione, il potere di Confindustria che impone l’apertura di aziende non essenziali, la corruzione, la vigliaccheria e l’opportunismo di chi è pagato per difendere la salute e la sicurezza.

Ludd, ipermodernità e neototalitarismo al tempo del Covid-19

Di Tomás Ibañez

Traduzione di Isabella Tomassi e Valentina Mitidieri

Un po’ più di due secoli fa, nel 1811 e durante i cinque anni seguenti, l’Inghilterra è stata il teatro di una intensa rivolta sociale conosciuta sotto il nome della “rivolta dei luddisti” – con riferimento al suo protagonista eponimo, Ned Ludd – che distrusse una buona parte delle nuove macchine tessili la cui installazione sopprimeva numerosi posti di lavoro e condannava una parte della popolazione alla miseria. Ci sono voluti migliaia di soldati per schiacciare l’insurrezione che, ben lontana dal ridursi a delle motivazioni tecnofobe, si situava nell’ambito del lavoro e aveva la pretesa di opporsi alle conseguenze più nefaste del “progresso” dello sfruttamento capitalista.

Oggi è essenziale “reinventare” questo tipo di rivolta, facendola passare dalla sfera delle rivendicazioni puramente economiche alla sfera più direttamente politica delle lotte per la libertà e contro il totalitarismo di tipo nuovo, che s’insinua già da un po’ di tempo e che trova nella crisi attuale del Covid-19 un carburante abbondante per accelerare il suo sviluppo.

Allontanarlo dalla sfera economica, non implica sottostimare il capitalismo come principale nemico, poiché il nuovo tipo di totalitarismo al quale faccio riferimento costituisce un pezzo assolutamente fondamentale della nuova era capitalista, che nasce da questa enorme innovazione tecnologica che fu, e continua a essere, la rivoluzione digitale.

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Tutto va malamente

malamente vanno le cose, in provincia e nelle metropoli
malamente si dice che andranno domani
malamente si sparla e malamente si ama
malamente ci brucia il cuore per le ingiustizie e la rassegnazione
malamente si lotta e si torna spesso conciati
malamente ma si continua ad andare avanti
malamente vorremmo vedere girare il vento
malamente colpire nel segno
malamente è un avverbio resistente
per chi lo sa apprezzare.

 Ancona, 14 novembre 2012 - Uova di vernice contro la sede della Banca d Italia

Ancona, 14 novembre 2012

Tutto va malamente, si direbbe in questi tempi, ma a ben guardare non sempre la cose vanno male per noi, a volte una lotta riesce a colpire malamente, ad aprire crepe nei muri e nelle catene che tengono imprigionate le vite e i desideri di chi è oppresso e sfruttato. L’incertezza e la crisi di questi tempi sono anche possibilità che si aprono, vecchie certezze che crollano.

Vogliamo realizzare una rivista che nasce e intende mantenersi trasversale a diverse sensibilità e percorsi politico-culturali. Non sarà, quindi, diretta espressione di nessuna area politica, ma raccoglierà contributi dei vari gruppi, comitati, associazioni e individualità che vivono e operano sul territorio delle Marche, tra l’Appennino e la costa.

«Malamente» terrà insieme l’approfondimento e l’informazione, ma sarà anche uno strumento di comunicazione e di collaborazione. Le uscite periodiche potranno infatti dare continuità agli interventi politici, sociali e culturali espressi sul territorio, aggregando attorno al progetto editoriale diversi soggetti i cui percorsi si sono spesso incrociati rimanendo però a livello di convergenza episodica, anche perché privi di un canale strutturato quale la rivista intende appunto essere.

Le sue pagine, d’altra parte, non temeranno il confronto delle posizioni e il dibattito interno che potrà svilupparsi.

La rivista deve nascere dal basso, da quella buona parte della società che rifiuta il modello di sviluppo vorace, oppressivo e umiliante in cui viviamo, per cercare di aprire in ogni ambito del quotidiano nuovi spazi in cui sperimentare una trasformazione rivoluzionaria della società. Ciò che non vogliamo è replicare l’ennesimo spazio identitario legato ad una sub-cultura rivolta su se stessa. Inoltre, siamo consapevoli che una visione emancipatrice e rivoluzionaria delle lotte sociali non può essere calata dall’alto in basso come criterio di descrizione ideologica della realtà. Lo spirito del camminare domandando zapatista ci spinge a osservare, ascoltare, dialogare con gli individui e le collettività e con le loro contraddizioni. Una prospettiva rivoluzionaria non può vivere nell’isolamento di una minoranza ma deve provare a leggere la realtà con un senso comune maggioritario e plurale. La rivista vuole dunque promuovere fin dalla scelta del linguaggio, della grafica e delle relazioni che può costruire, una lettura delle possibilità di trasformazione a partire dalla “normalità”. Uno stile vivo e interessante, inteso come il colore e il ritmo della comunicazione e del linguaggio, è un veicolo potente di comunicazione e di incontro.

È nostra intenzione partire da una descrizione territoriale dei fatti che vogliamo raccontare, senza ridurci ad essere un raccoglitore sporadico di notizie e comunicati ma diventando uno spazio di approfondimento e discussione. Spesso infatti, chi vive in provincia corre il rischio di non riuscire a cogliere quanto la dimensione locale delle contraddizioni e delle lotte sia immediatamente collegata ad una dimensione più ampia. Assumere come naturali i confini e le gerarchie costruite dagli Stati e dal sistema economico significa accettare il campo di relazioni costruito dal potere. Le lotte, invece, possono e devono costruire le proprie nuove geografie.

Come si è detto, le porte saranno aperte alla collaborazione di molti soggetti che si dovranno relazionare in modalità antiautoritarie e libertarie, mantenendo alcuni punti fermi imprescindibili: anticapitalismo, antirazzismo, antisessismo, antifascismo, rifiuto della politica intesa come gestione del potere e arte di scegliere il male minore. Non ci interessa dare spazio a partiti politici istituzionali, specialisti nella gestione delle nocività e nell’amministrazione del disastro sociale e ambientale, indaffarati in finte riforme affinché nulla cambi.

Il progetto editoriale intende rivolgersi a un pubblico allargato residente nell’area territoriale di riferimento, anche con l’auspicio di trovare nuovi complici lungo la strada. Ma il desiderio è quello di non rimanere chiusi negli stretti limiti del localismo, pertanto saranno sollecitati e accolti contributi provenienti dall’esterno e ospitati articoli che sappiano guardare oltre le problematiche strettamente locali.

Il timone della rivista sarà rivolto a proporre uno sguardo sul presente che abbia a cuore la libertà. Orientato, quindi, alla necessaria critica sociale, dal momento che quello che non manca, anche qui nella periferica provincia, sono le buone ragioni per opporci a un’organizzazione sociale che mostra sempre più, se ancor ce ne fosse bisogno, la propria insensatezza prima ancora che insostenibilità. Sotto traccia, vi è il desiderio di rompere l’accerchiamento del progresso a tutti i costi e della mercificazione dell’esistente, per recuperare le capacità di saper agire nel mondo.

Ai lettori verranno proposti spunti per analizzare e criticare un sistema di potere fondato sulla più sfacciata arroganza del vantaggio dei pochi a spese dei tanti. Le problematiche da affrontare riguarderanno una vasta area di argomenti, come il mondo del lavoro e del precariato, la difesa dell’ambiente, la sanità pubblica, il diritto alla casa, l’antimilitarismo, la pedagogia, la questione femminile, le migrazioni, l’economia solidale, l’autodeterminazione alimentare, il contrasto alle derive securitarie e xenofobe e tanti altri aspetti della realtà sociale contemporanea.

La rivista ospiterà report delle iniziative, corrispondenze e aggiornamenti dalle realtà locali, inchieste, interviste, riflessioni sull’attualità e sulle lotte in corso, articoli di analisi politica e culturale, recensioni, brani del passato che valga la pena rileggere ecc. In particolare, la rivista vuole dare spazio ai soggetti che agiscono sul territorio, per mettere in comune attraverso le sue pagine quegli spunti di critica/alternativa sociale che portano boccate d’aria fresca in un presente che ne ha quantomai bisogno.

Malamente uscirà in formato cartaceo: scelta dettata dalla volontà di riappropriarci di un mezzo di comunicazione stabile e che induce alla lettura piana e riflessiva. Riteniamo infatti che troppo spesso molti contenuti vengano oggi veicolati esclusivamente online e finiscano per perdersi dentro il frettoloso consumo quotidiano della rete, tra un controllo alla casella mail, un commento sul forum e un like sul social network. Nell’ottica della libera circolazione dei saperi, alla rivista cartacea verrà comunque affiancato un sito internet dove scaricarla gratuitamente. Il sito darà la possibilità ai lettori di commentare ogni articolo e conterrà gli aggiornamenti del profilo twitter della rivista: un mezzo, ma non l’unico, con cui intendiamo costruire una rete di relazioni e contatti e attraverso il quale ricevere stimoli e spunti da approfondire numero dopo numero.

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