“I bibliotecari non fanno mai un cazzo…”. Appunti provocatori di inchiesta su biblioteche e condizioni del lavoro culturale nelle Marche (#11)

Intervista di Vittorio a Tommaso Paiano, bibliotecario

da Malamente #11 (giugno 2018)

Tommaso, Biblioteca Travaglini, Fano (PU), 2006
Tommaso, Biblioteca Travaglini, Fano (PU), 2006

“Mi chiamo Tommaso Paiano, ho quarant’anni e faccio il bibliotecario, guadagno settecento euro di stipendio e non mi bastano per arrivare alla fine del mese”. Così mi sono presentato qualche anno fa in una riunione, quando le cooperative che gestiscono i servizi bibliotecari a Fano invitarono lo psicologo del lavoro per un confronto con l’obiettivo di facilitare le relazioni con i lavoratori. Sostanzialmente fino a oggi la dimensione critica è rimasta la stessa dal punto di vista del reddito, cioè della garanzia di un salario adeguato che questo lavoro non riesce a generare. È chiaro che il bibliotecario non ha come contropartita solo lo stipendio. Un lavoro culturale ha anche altre gratificazioni sociali, simboliche e professionali perché è un lavoro di relazione, non soltanto con i libri ma soprattutto con le persone. Nella mentalità italiana sopravvive ancora questa immagine del bibliotecario come di un lavoratore che ha relazioni con i libri. In realtà se in una biblioteca ci passano molte persone tu attivi rapporti principalmente con loro e il libro rimane solo uno strumento della comunicazione, della condivisione e dello scambio.

Ci puoi dire qualcosa del tuo passato?

Sono uscito vivo dagli anni ’80 salentini segnati da lavoro sottopagato, emigrazione e fiumi di eroina e per tutti gli anni ’90 ho militato nei gruppi anarchici e libertari bolognesi. Non facevo altro dalla mattina alla sera. In quel periodo ho messo su, tra l’altro, piccole esperienze editoriali indipendenti, perché come ben sai in qualsiasi gruppo politico studi, ti documenti; non puoi fare politica pensando di non usare gli strumenti della mediazione culturale. Forse una delle mie attività più costanti è stata proprio quella della produzione di pamphlet e opuscoli con l’idea della costruzione di una “biblioteca anarchica della rivolta”, che doveva essere lo spazio della documentazione dei militanti.

Come passi dalla città alla provincia?

Nel 2002 vado via da Bologna e mi allontano dall’attivismo di gruppo; arrivo così nelle Marche con il bisogno di raccogliere le idee e vedere cosa fare, anche pressato dalla necessità di lavorare. Nel decennio precedente avevo fatto circa quaranta lavori diversi, conosciuto e preso pizze in faccia da quaranta padroni diversi; mi ero tolto d’altronde anche tante soddisfazioni, perché erano stati anni vissuti precariamente ma per scelta. Se avessi voluto fare soldi avrei potuto tranquillamente tenermi uno dei tanti lavori che trovavo solo per sbarcare il lunario. Questa situazione però a un certo punto è diventata pesante e non avendo le spalle coperte da nessuno, mi sono dovuto organizzare per rimediare un reddito più stabile. Il lavoro più decente, più decoroso o meno infame mi è sembrato quello del bibliotecario. Per questo mi sono messo a studiare il funzionamento delle biblioteche; da studente universitario ci ero andato centinaia di volte ma non pensavo che il bibliotecario potesse essere un lavoro.

Quindi che succede?

All’inizio, con l’amico e compagno [Luigi ndr] che poi ha seguito il mio stesso percorso la mettevamo sul ridere, pensando che in fondo il nostro tentativo di lavorare in biblioteca fosse solo un modo per strappare un salario senza faticare troppo. Vedevamo le biblioteche come un mondo pieno di imboscati, impiegati là dentro più per ragioni di reddito che di professione e di impegno culturale. Dopo qualche mese dall’avvio dei nuovi studi universitari di biblioteconomia però ci siamo resi conto che le biblioteche e la professione erano anche altro e ci potevano interessare anche per ragioni di attivismo politico e culturale.

Con queste premesse Luigi si è messo a studiare il circuito delle biblioteche anarchiche e libertarie italiane e internazionali mentre io, a Fano, ho preso i contatti che ci avrebbero portato a inaugurare l’Archivio-Biblioteca Travaglini. Quando siamo entrati la prima volta non ci credevamo, c’era un bordello totale, trent’anni di storia documentaria anticlericale e anarchica della città accatastati. Oggi, dopo un lavoro di fino è diventata una vera biblioteca con tutti i requisiti di funzionamento e di servizio. Il problema semmai è stato ed è averci il tempo, le forze, i soldi per la gestione ordinaria, ma dal punto di vista organizzativo è una cosa fatta con le tecniche migliori che sono disponibili in Italia. Confesso anche che con Luigi ci siamo fatti delle buone bevute di birra artigianale mentre allestivamo gli schemi di classificazione della saggistica anarchica.

Biblioteca Travaglini, Fano (PU)
Biblioteca Travaglini, Fano (PU)

E in quel momento ti sei trovato nel contesto delle Marche, della crisi e dei tagli alla spesa pubblica…

Sì, da una parte ci siamo costruiti un percorso bibliotecario consapevole, scelto senza pressioni, né di reddito né militanti, cioè la pressione del movimentismo per cui devi fare delle cose a tutti i costi. Ci siamo dati il tempo di costruire pezzo pezzo tutto quello che era necessario perché doveva durare. Ormai sono passati dodici anni da quando abbiamo messo piede dentro la biblioteca Travaglini. Nel frattempo ho dovuto però lavorare di sera nei ristoranti senigalliesi e poi anche in un’azienda informatica. Mi hanno licenziato dall’azienda per motivi economici in piena crisi nel 2011. Allora sono stato spinto definitivamente a cercare un impiego nelle biblioteche, che in fondo era quello che desideravo. Appena ho iniziato da salariato in biblioteca sono stato coinvolto a tempo pieno anche dall’associazione professionale dei bibliotecari italiani e così ho avuto modo di conoscere un po’ meglio la realtà di questi servizi. Leggendo dei documenti recenti della Regione Marche la situazione oggi non è molto diversa da sette anni fa, ma solo apparentemente poiché, tanto per citare due dati a caso, laddove la delibera n. 1036 del 2017[1] conta 264 “sportelli pubblici al cittadino” e 791 operatori presenti nella piattaforma digitale di gestione, posso tranquillamente affermare che non è vero, poiché le biblioteche funzionanti e soprattutto i bibliotecari sono molti, ma molti meno, e nella maggior parte dei casi irrilevanti, sia dal punto di vista amministrativo che culturale.

Negli ultimi venti anni la cultura da campo di lotta politica per l’egemonia è diventato un settore legato all’intrattenimento e oggi ci sono due nuovi discorsi pubblici, uno che da sinistra vede la cultura come bene comune e l’altro, da destra, come moltiplicatore di rendite. Manca la tua originaria passione che interessa anche a noi di Malamente, cioè la cultura come forza di emancipazione. Nelle Marche tra le due idee di cultura, di “destra” e di “sinistra”, la cultura come emancipazione dove si trova?

Come dicevo prima, con Luigi scherzavamo sui bibliotecari che non facevano un cazzo, ma seriamente per noi la cultura e i libri ci servivano perché l’emancipazione passava e passa da questi strumenti. Un’emancipazione intesa anche come riscatto da condizioni materiali ovvio, sennò non ha senso. Oggi come oggi, nell’ambito istituzionale non c’è molta consapevolezza di questo. Non ci sono dibattiti, discussioni articolate sulle biblioteche, non solo nelle Marche ma non ci sono da nessuna parte in Italia. Ci sono delle situazioni in cui se ne discute ma sempre in modo un po’ filantropico e missionario. La vulgata è: siccome l’Italia è un paese di analfabeti funzionali i servizi culturali servono a rimettere dritta la barra, perché sennò l’ignoranza fa diventare la gente delle bestie. Si sa che i bassi consumi culturali ti portano a vivere una vita esposta alle patologie, esistono persino pubblicazioni che mostrano una correlazione tra consumi culturali e diminuzione delle malattie. Al momento, quindi, la discussione più interessante che c’è è quella che affronta l’analfabetismo funzionale, condotta in sostanza da “benestanti” che si occupano un po’ paternalisticamente dei poveri, ma non ci sono poveri che con il coltello tra i denti rivendicano biblioteche e servizi per cacciarsi fuori dai guai, per emanciparsi appunto! E forse è anche per questo motivo che la politica ignora quasi completamente i discorsi dei bibliotecari.

Quindi il tuo non è il mestiere più bello del mondo?!

Sia chiaro, io ci tengo a fare delle mie giornate di lavoro dei momenti di grande impegno e attenzione alla cura delle persone che mi ritrovo davanti. Possono essere immigrati, disoccupati, intellettuali, anche gente ricca che deve risolvere un problema e viene da me e chiede una consulenza. La biblioteca è un posto aperto a tutti, può entrare chiunque. A me piace avere questa cosa qua, ma a questo punto è bene che ti metta in evidenza almeno un paio di aspetti molto critici: il primo è che quando non sei appagato, non hai il riconoscimento sociale delle cose che fai, finisce che non hai mai un incoraggiamento ad andare avanti… e la mancanza di riconoscimento sociale porta un po’ alla volta a deprimersi; il secondo invece è che manca drammaticamente il reddito per potere organizzare delle cose fatte bene. Quello che guadagno a Fano non mi basta e devo andare sistematicamente a trovare altri lavori, passando così molto tempo a cercare di arrotondare a fine mese invece di occuparmi delle persone che avrebbero bisogno di cura, cioè delle cose che so fare.

Altro che emancipazione allora!

Infatti, penso che l’indicatore migliore dello stato dei lavori culturali nelle Marche, ma che possiamo anche generalizzare a tutta Italia, sia la condizione dei lavoratori culturali e non, come a molti piace credere, la “bellezza” del patrimonio nazionale. Il lavoratore è scontento e infelice se non ha la possibilità di fare quello che ha in testa. E se è infelice non riesce a lavorare per migliorare la situazione. Molto spesso non riesce neanche a lavorare per l’emancipazione di se stesso, figuriamoci per gli altri. D’altronde secondo me non è, e non deve essere, un missionario! La cosa è molto schietta: se il lavoratore dice “ho uno stipendio, ho delle garanzie e delle tutele, so che se mi ammalo sto a casa e poi posso tornare a portare avanti i miei progetti”. Se io faccio un certo tipo di lavoro con il mio pubblico ho anche la possibilità di verificare se le persone imparano delle cose, crescono, migliorano.

Resta sotto traccia nelle tue parole lo scontro con chi vede la cultura come “patrimonio” sia a destra che a sinistra. C’è chi lo vuole usare per alimentare le clientele e chi lo vuole privatizzare in senso vero e proprio. Ma c’è anche chi vorrebbe riportare questo patrimonio nelle mani di chi ne è il vero proprietario, cioè tutti noi. Ci sono state nel passato delle lotte o delle forme critiche per attivare dei processi di riappropriazione del patrimonio culturale?

No, la situazione in realtà è alla rovescia, cioè stiamo perdendo progressivamente quello che abbiamo. Provo a spiegarmi: a Fano sotto certi punti di vista facciamo un bel lavoro, anche più fortunato che altrove, però attenzione, se ti concentri solo nel dettaglio della tua città tutto ti può sembrare spiegabile ma poi quando ti confronti con altre realtà vedi luci e ombre.

Biblioteca Travaglini, Fano (PU)
Biblioteca Travaglini, Fano (PU)

Puoi farci qualche esempio?

A Pesaro recentemente c’è stata l’assegnazione dell’appalto dei servizi della Biblioteca pubblica San Giovanni a una cooperativa che ha fatto un’offerta con un ribasso economico pazzesco. Inoltre, già solo leggendo il capitolato potevi renderti conto che il Comune aveva messo in conto una riduzione dell’impiego di personale, in una struttura che è stata il fiore all’occhiello delle biblioteche italiane negli ultimi quindici anni! Una bellissima biblioteca inaugurata nel 2002, con la direzione in mano all’amministrazione pubblica e la gestione dei servizi affidata a personale esterno e cooperative. Per molti anni i lavoratori delle cooperative hanno vissuto decorosamente con contratti di lavoro comprensivi di tutti i vantaggi che questi comportano. Oggi però hanno tutti più di quarant’anni e a un certo punto nel 2017 il Comune che fa? Pubblica un bando di gara mettendo in conto, in pratica, di fare pagare ai lavoratori il ridimensionamento dei servizi. La cooperativa che subentra dice “ok, vi prendo tutti con la clausola sociale” che è stata inserita dai sindacati per salvare il salvabile. A chi aveva un tempo pieno settimanale propongono un contratto dimezzato: “se vuoi continuare a lavorare qua adesso ti offro solo venti ore di lavoro”. Ci sono colleghi che si sono messi in terapia dallo psicologo. Insomma, se la biblioteca modello sta facendo questa politica significa che c’è qualcosa che sta cambiando profondamente e che stiamo perdendo il controllo non solo del patrimonio ma di noi stessi.

E a Fano?

A Fano la biblioteca è stata inaugurata nel 2010. Quando, nel 2011, sono arrivato tramite le cooperative facevo delle collaborazioni occasionali, poi mi hanno fatto un contratto a progetto e infine il contratto a tempo indeterminato di ventotto ore settimanali. In una città di oltre 60.000 abitanti dovresti avere almeno trenta bibliotecari, cioè un bibliotecario ogni 2.000 abitanti, a tempo pieno; in realtà attualmente siamo in quindici, a tempo parziale. Questo significa che i lavoratori non sono nelle condizioni di lavorare, non dico per la riappropriazione del patrimonio culturale o l’emancipazione sociale di tutti, ma neanche per una piccola porzione di città in maniera efficace. Per tornare un attimo su Pesaro, questa città secondo me si è andata allineando alla situazione di Fano; ma se parli con gli amministratori fanesi ti dicono che non è vero, perché rispetto al 2012 hanno speso nell’ultimo appalto qualche soldo in più per coprire le spese del personale esternalizzato, che però come abbiamo visto rimane estremamente precario e insufficiente a coprire i fabbisogni dei cittadini.

E veniamo Senigallia…

Senigallia è una città che può tutt’al più giustificare camerieri, baristi e lavapiatti, con una discreta fetta rigorosamente in nero. Altra gente non ne vogliono più, è una città a terziario arretrato, dove vige uno stile di lavoro legato a una cultura di cinquant’anni fa. Mare, collina e ristoranti. Non a caso prospera un festival scadente come il Summer Jamboree. La cultura vive un provincialismo legato a traiettorie passate mentre il mondo va altrove.

I nostri figli tra qualche anno che tipo di lavori troveranno a Senigallia? Dove potranno studiare e documentarsi? Sono domande che implicitamente stanno alla base anche di una ricerca sociale che ho curato insieme a Roberta Montepeloso, realizzata da marzo a settembre 2017, voluta con determinazione dalla direzione della Biblioteca Antonelliana e finanziata, questo bisogna riconoscerlo, dal Comune[2]. I risultati ci hanno dimostrato che i cittadini hanno un’immagine della biblioteca come ambiente piacevole, accogliente, spazio di incontro per la comunità ma chiedono l’aggiornamento della raccolta, la riorganizzazione dello spazio, l’offerta di progetti formativi per tutti e per tutto l’arco di vita. Ma cosa fa il Comune? Sostanzialmente nulla, a parte organizzare eventi di intrattenimento per i famosi turisti. E non è accettabile che solo la direzione della biblioteca e i bibliotecari sentano il bisogno di curare l’eredità di una struttura che è viva e che ha una sedimentazione storica incredibile. Nessun pazzo ti dice che la biblioteca di Senigallia non serve a niente, tutti ammettono che è una cosa pubblica che mantiene una sua reputazione e un riconoscimento sociale, ma da parte dell’amministrazione non c’è né un supporto economico né una pianificazione degna di questo nome.

La cittadella dei saperi, Senigallia 2018
La cittadella dei saperi, Senigallia 2018

Qualche forza politica vi ha cercato per discuterne?

In realtà, a partire dallo stesso sindaco, tutti hanno ignorato la ricerca forse perché non capiscono neanche di cosa parla. E questo secondo me è un sintomo del vicolo cieco in cui si è cacciata la sinistra istituzionale che perde consensi dappertutto. Certamente esiste un’incapacità diffusa a elaborare una visione ampia del mondo della cultura in special modo in questa fase digitale, dove da una parte spadroneggiano aziende multinazionali e dall’altra il potere decisionale pubblico è affidato ad amministrazioni obsolete; evidentemente quando non parliamo di boogie-woogie le cose si fanno molto più complicate anche sul piano politico. 

Secondo te ci sono dei margini per costruire una iniziativa pubblica di rivendicazione nel vostro settore? Vedi degli spiragli da cui può uscire qualche sorpresa nelle Marche?

Su Fano e su Pesaro direi che la rivendicazione principale potrebbe essere il diritto alla biblioteca per tutti i cittadini e il riconoscimento del tempo pieno ai lavoratori, partendo dal presupposto che la loro serenità, la loro opera autenticamente cooperativa, porterebbe vantaggi a tutta la comunità, dal punto di vista culturale, educativo, ludico. Su Senigallia invece niente esclude che si possa intavolare un dibattito pubblico che a partire da una eredità e una percezione del servizio consolidata e positiva, avanzi una critica all’urbanistica e all’architettura della città: la biblioteca è un lavoro malfatto, privo di visione storica, realizzato negli anni ’90 del Novecento, quindi molto recentemente, con una impostazione ottocentesca. Si può benissimo senza investimenti esagerati rinnovare la cittadella dei saperi anche sul versante della sostenibilità ambientale, dello spreco di energia, perché così com’è oggi è un insulto alla ragione ecologica. Si può fare leva sui bisogni della fascia di età dei cittadini tra i 25 e i 40 anni, cioè lavoratori, precari, disoccupati, genitori, che dall’indagine sull’impatto della biblioteca emergono come coloro che esprimono delle esigenze complesse e una consapevolezza abbastanza profonda dell’importanza di un servizio pubblico bibliotecario come articolazione del welfare. A differenza degli studenti, che in questa fase storica non sembrano in grado di esprimere una visione innovativa e avanzano delle aspirazioni molto basse. Questo discorso penso possa essere generalizzato in quasi tutte le biblioteche della regione. Ma ci sono anche sfide più grandi da ingaggiare…

Ecco, quali sono le sfide più grandi secondo te?

Da bibliotecario credo che in questo momento la questione digitale sia davvero prioritaria, con tutto il portato di innovazione e spossessamento che ha in sé. Il digitale non è solo un insieme di manufatti che funzionano con un codice binario, ma un modo di produzione che ridefinisce la vita sociale, le identità, i rapporti di forza, i rapporti di proprietà. Per fare un esempio: tutti si prendono cura della propria casa, dell’automobile, dei terreni agricoli ma in pochi si preoccupano della loro proprietà intellettuale, generata dal semplice motivo che la società digitale ci ha reso tutti potenzialmente produttori di opere dell’ingegno, che prima erano prerogativa solo di scrittori, ricercatori, artisti, grafici, fotografi ecc. Creiamo quotidianamente un sacco di beni e relazioni online che lasciamo in mano a poche aziende, che li mercificano a scopo privatistico sulle loro piattaforme, ma ci impegniamo molto meno a costruire dei beni comuni digitali, un patrimonio pubblico digitale. Stefano Rodotà fino all’ultimo ha cercato di metterci in guardia dalla sottovalutazione di Internet, sostenendo la necessità di democratizzarne i processi che al momento sono sempre più regolati da Stati invadenti e imprese prepotenti. La questione ovviamente non può essere rimessa solo alle decisioni delle corti costituzionali ma dobbiamo e possiamo intervenire dal basso indicando soluzioni e orizzonti meno distopici possibile. I bibliotecari, ad esempio, dovrebbero battersi sempre di più per costruire una conoscenza dichiaratamente libera dalle gabbie del diritto d’autore esclusivo, oppure per garantire il possesso collettivo e l’accesso agli enormi patrimoni culturali di pubblico dominio, fuori da ogni sorta di privilegio amministrativo; se convertita da analogico in digitale questa ricchezza potrebbe consentire un riuso popolare, per l’edificazione di una rete Internet più densa di senso, ecologica, ragionata. I bibliotecari potrebbero promuovere, inoltre, l’autodifesa digitale intesa come pedagogia hacker e capacità di gestire la privacy, i dati, i conflitti e i flussi informativi minacciati sia da forme di sorveglianza e censura statale in nome della sicurezza che dalla invadente profilazione commerciale.

Foto di Gabriele C. dal carcere di Pesaro, 2015. Concorso Storie da MAB, 3. ed. (editing di redazione)
Foto di Gabriele C. dal carcere di Pesaro, 2015. Concorso Storie da MAB, 3. ed. (editing di redazione)

Un impegno enorme quindi!

Si, fin troppo! Forse è più semplice intanto invocare il “Quinto stato”, come lo chiamano i nostri amici Beppe Allegri e Roberto Ciccarelli, per ottenere almeno un reddito di base incondizionato! Infatti, se noi pensiamo di attivare delle politiche di riscatto a partire da una mobilitazione per il patrimonio culturale stiamo perdendo tempo poiché il problema alla fine non sono i libri di carta o digitali o i muri della biblioteca ma le relazioni che si stanno smarrendo. Quelli che lavorano nel settore sono invecchiati, i dipendenti pubblici hanno in media oltre i cinquantacinque anni e sono trattati malamente come tutti coloro che si aggirano in questo ambito; è vero, ci sono giovani bibliotecarie e bibliotecari molto motivati provenienti dalle cooperative, ma come ho detto prima, sono strozzati dalla precarietà e non riescono ancora a strutturare un discorso collettivo e ampio di rivendicazione. A livello nazionale ci sono dei gruppi e delle associazioni professionali abbastanza combattive ma qui nelle Marche al momento non c’è nessuna forma di militanza e di attivismo sindacale. Eppure, almeno per cominciare, la nostra condizione meriterebbe un’inchiesta più approfondita, un libro bianco, per svelarne la sostanza.

[1] L.R. n. 4/2010 e Delib.G.R. n. 708/2017 – Approvazione del progetto per la riorganizzazione e gestione del sistema bibliotecario regionale nel passaggio di funzioni tra Province e Regione Marche e dello schema di convenzione con gli Enti partner.

[2] La cittadella dei saperi. Ruolo e valore sociale della biblioteca comunale Antonelliana, Senigallia, 2018. http://www.comune.senigallia.an.it/scarica/La_cittadella_dei_saperi_2018.pdf

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Territori in subbuglio. Storie di ZAD e No Tav (#11)

Da Malamente #11 (giugno 2018)
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Presentazione di “Contrade. Storie di ZAD e No Tav”
Intervento di Mauvaise Troupe

Cartina della ZAD

A febbraio 2018 abbiamo ospitato alcuni membri del collettivo Mauvaise Troupe e delle edizioni Tabor per le due tappe marchigiane del tour di presentazione del libro “Contrade”, a Urbino (in collaborazione con la Libera Biblioteca De Carlo) e Senigallia (presso lo Spazio sociale Arvultura). Nel libro ci si interroga su concetti complessi: territorio, popolo, autonomia, in relazione alle esperienze di lotta e di vita della Valle NoTav e della ZAD, la “Zone à défendre” sorta nei pressi di Nantes per impedire la costruzione di un contestato aeroporto.
La ZAD ha visto nascere una comunità umana in secessione dal capitalismo, una comunità aperta, fatta di abitanti originari e di nuovi arrivati che, nonostante percorsi e metodi differenti, si cercano gli uni con gli altri per progettare insieme il proprio futuro, facendo a meno dell’aeroporto “e di tutto il suo mondo”.  La dimensione di una lotta radicata e di lungo corso ha permesso al movimento di aprire uno spazio e un tempo dai quali estromettere le dinamiche del denaro e delle merci, per sperimentare nuove forme di convivenza.
Ma l’aver dimostrato che si può ben vivere senza banchieri e poliziotti è un esempio troppo pericoloso per il potere. Un pubblico ministero torinese sosteneva che il progetto Tav andasse portato fino in fondo non tanto per la sua utilità, ma per riaffermare l’autorità dello Stato (chiamata “democrazia”) di fronte a una valle ribelle. Sulla stessa logica, il governo francese ha ritirato definitivamente il progetto di aeroporto a gennaio 2018, ma non potendo permettersi di lasciare la vittoria agli zadisti, appena arrivata la primavera ha inviato le truppe per sgomberare l’area. Mentre scriviamo queste righe, la violenza dell’operazione di polizia ha distrutto molti luoghi di vita della ZAD e ferito, anche gravemente, diversi occupanti, ma zadisti e zadiste hanno saputo resistere e si stanno riorganizzando. A loro tutta la nostra complicità e solidarietà.

La Route des Chicanes. Foto di ValK
La Route des Chicanes. Foto di ValK

Di come un movimento ha fermato una “grande opera”

Il libro che presentiamo è costruito sulle parole di chi ha preso parte alla lotta No Tav e alla lotta contro l’aeroporto a Notre-Dame-des-Landes; per fare una giusta presentazione avremmo dovuto portare qui e far parlare tutte le persone che hanno lottato. Ma le edizioni Tabor sono una piccola casa editrice e non hanno i mezzi per affittare dei pullman… allora cercheremo noi di fare del nostro meglio.
Parleremo soprattutto della ZAD perché pensiamo che la lotta No Tav sia da voi già abbastanza conosciuta e, soprattutto, perché dopo cinquanta anni di lotta contro questo progetto di aeroporto finalmente il mese scorso siamo arrivati a vincere. Vittorie come queste non sono vittorie che capitano tutti i giorni. È vero che avevamo già avuto in Francia delle vittorie contro altri progetti di questo tipo, ma spesso erano conseguenti all’elezione di un candidato che aveva nel suo programma l’abbandono del tale progetto. Al contrario, alla ZAD di Notre-Dame-des-Landes abbiamo vinto contro tutti i governi. Ed è per questo che è così importante raccontare questa vittoria, è per questo che abbiamo fatto questo libro e stiamo facendo questi incontri.

Il progetto di aeroporto è nato negli anni Settanta e i primi a opporsi, quella che possiamo chiamare la prima componente della lotta, sono stati i contadini. Ma non sono contadini qualunque, nella regione della Loira atlantica esiste da molto tempo una tradizione di sindacalismo rivoluzionario. La loro azione all’interno della lotta ha avuto due caratteristiche principali: sono molto numerosi ed estremamente determinati. Partecipano alle manifestazioni con i loro trattori, che hanno sempre messo in prima linea di fronte alla polizia e per difendere le occupazioni dagli sgomberi. Grazie ai loro trattori siamo riusciti a fare le più belle barricate dal Sessantotto a oggi!
Di fronte a questa iniziale opposizione dei contadini il governo ha messo il progetto sotto il tappeto per circa trent’anni, fino agli anni Duemila. Quando è stato ritirato fuori è apparsa una nuova componente della lotta, quella dell’associazionismo “civico”, la cui principale azione è stata di portare avanti un sacco di ricorsi giuridici contro il progetto e questo ha permesso al movimento di guadagnare tempo per organizzarsi. Un’altra conseguenza dell’azione di questa componente è stata di dividere il fronte nemico, nello specifico il partito socialista dai movimenti ecologisti.
Passano gli anni e arriviamo al 2008, quando gli abitanti della zona si rendono conto che molte case all’interno del perimetro previsto per l’aeroporto sono ormai vuote, alcuni proprietari sono infatti morti, altri sono andati via e lo Stato ha comprato queste case.
Un piccolo gruppo chiamato “Gli abitanti che resistono” ha riflettuto su come sarebbe stato impossibile difendere un territorio vuoto e ha quindi lanciato un grande appello a venire ad occupare queste case, che è stato subito raccolto da molte persone, specialmente giovani che dalle città sono andati lì a occupare. Si è formata così la terza componente del movimento, cioè gli occupanti. Questa componente ha contribuito a costruire anche lo stile della ZAD, con l’occupazione delle case, la costruzione di case sugli alberi e ai bordi delle strade, portando inoltre nel movimento delle pratiche radicali come il sabotaggio e l’azione diretta.

Sulla Route des Chicanes, 2013. Foto di Valk.
Sulla Route des Chicanes, 2013. Foto di Valk.

Nel 2012 il governo ha avuto un’idea geniale. Ha pensato bene di sgomberare proprio questa componente di giovani occupanti, pensando che gli altri abitanti della zona non li avrebbero difesi, che non avrebbero solidarizzato. Poi ha avuto una seconda idea geniale: nel paese di Asterix e Obelix, ha chiamato l’operazione di sgombero ed espulsione “operazione Cesare”. Non possiamo garantire che il responsabile della comunicazione del governo abbia ancora il suo posto di lavoro oggi…!
Sono arrivati sul posto 1.200 poliziotti per distruggere le case, ma la resistenza è stata molto forte, con lanci di pietre, barricate e con tutto quello che il movimento di occupazione è riuscito a mettere in campo. Sui media, ovviamente, c’è stata una criminalizzazione parlando di “selvaggi” e “terroristi”, ma se in altre circostanze questo mostro mediatico fa paura e crea divisioni, nel nostro caso è stato esattamente l’opposto. Immediatamente, in tutta la Francia, si sono creati oltre duecento comitati di sostegno e, soprattutto, le altre due componenti della lotta, i contadini e le associazioni civiche, hanno assolutamente solidarizzato con gli occupanti.

I primi scontri sono durati qualche settimana. Il movimento non era ancora molto strutturato e organizzato ma aveva un piano: a un mese dall’intervento di sgombero avrebbe organizzato una grande manifestazione per la rioccupazione. All’epoca non si sapeva bene cosa volesse dire una “manifestazione per la rioccupazione”, ma poi le cose hanno preso forma e ampiezza e a questo appuntamento sono arrivate 40.000 persone, che in una radura nella foresta al centro della ZAD hanno costruito una sorta di villaggio di capanne. Le strutture erano state prefabbricate e messe sui trattori per raggiungere la radura, ma c’era talmente tanto fango che per i trattori era impossibile raggiungere il centro della foresta e così tutti i materiali sono passati attraverso una catena umana lunga centinaia di metri, mano dopo mano, ed è stato costruito questo superbo villaggio.
Dopo questo dispiegamento di forze da parte del movimento, la polizia ha ancora cercato di attaccarci, ma invano. Anzi, a partire da quel momento e almeno fino a oggi, la polizia non è mai più riuscita a entrare nella ZAD. Questa vittoria è l’inizio di quello che è un po’ diventato il mito della ZAD come zona di non-diritto, di libertà.

Trattori verso Nantes, 2016. Foto di Valk
Trattori verso Nantes, 2016. Foto di Valk

Dal 2012 in poi ci sono stati molti episodi, non possiamo raccontarli tutti ma ne citiamo giusto un paio. Nel 2014, in risposta a una nuova minaccia di sgombero, è stata organizzata una manifestazione al centro di Nantes: 60.000 persone, 500 trattori e scontri di un’intensità che raramente si è vista in Francia. Dopo la manifestazione il governo ha fatto decadere la minaccia di sgombero, non sappiamo se perché c’erano così tante persone o per l’intensità degli scontri.
Le varie componenti del movimento hanno però prodotto delle analisi molto diverse tra loro. Per i giovani un po’ agitati quello è stato il momento più bello della loro vita, mentre chi doveva spiegare ai propri vicini perché era stato saccheggiato il centro di Nantes ha avuto qualche difficoltà… Dopo questa manifestazione è stato impossibile andare di nuovo tutti insieme al centro di Nantes.
Ma la bellezza del movimento è che invece di dividersi e fare ognuno le proprie azioni, si è cercato di trovare altre modalità per stare tutti insieme. E così nel 2016, di fronte a una nuova minaccia di sgombero, sono state occupate la tangenziale e l’autostrada che porta a Nantes, in particolare il ponte di passaggio sulla Loira. La resistenza è durata fino all’intervento della polizia, ma anche in quel caso il governo si è infine ritirato.

Poi il governo ha messo in campo la sua ultima arma, far “parlare il popolo”. Ha organizzato un referendum, limitato alla sola dimensione territoriale in cui era sicuro che avrebbe vinto, e infatti il Sì all’aeroporto ha vinto al 55%, ma la sera di questa cosiddetta vittoria del Sì c’è stata una scena formidabile: i giornalisti sono andati al quartiere generale del movimento aspettandosi di trovare gente triste e in lacrime, in realtà hanno trovato centinaia e centinaia di persone che urlavano “Resistenza! Resistenza!”.
Dopo il referendum sono arrivate dal governo nuove minacce di espulsione, per tutta risposta ancora 40.000 persone sono tornate a manifestare sulla ZAD facendo un gesto allo stesso tempo poetico e guerriero. Tutti hanno piantato un bastone sul terreno come in una sorta di giuramento: oggi lo piantiamo, se ci sarà uno sgombero torneremo a riprenderlo.

I bastoni della rivolta, 2016. Foto di Valk
I bastoni della rivolta, 2016. Foto di Valk

In seguito c’è stata l’elezione di Macron, il quale ha annunciato che il 17 gennaio 2018 avrebbe dichiarato se il progetto di aeroporto era ancora valido o meno. Per noi il solo fatto di dire che si sarebbe pronunciato era già una vittoria, visto che c’era stato il referendum. Il 17 gennaio abbiamo atteso queste dichiarazioni tutti insieme alla biblioteca della ZAD, con decine di giornalisti da Francia e mezza Europa, alla fine la decisione del governo è stata l’abbandono del progetto. Per raccontare un po’ lo stile e l’impertinenza del movimento, quando è arrivata la notizia, dal faro che sovrasta la biblioteca è stato aperto uno striscione con semplicemente cinque lettere: “Et Toc!” [“Tiè!”]. La cosa più divertente è stata al telegiornale della sera il giornalista che domandava al primo ministro che cosa volesse rispondere a questi zadisti che vi dicono “tiè!”? E, soprattutto, la sua faccia…

C’è vita alla ZAD

Dopo aver ripercorso a grandi linee la storia della lotta, io cercherò di spiegare cos’è e cosa facciamo alla ZAD. Il territorio è lungo dieci chilometri e largo due, sono quasi duemila ettari, con una sessantina di luoghi di vita, case e costruzioni di vario tipo dove abitano sia nuovi occupanti sia i contadini che sono rimasti. Siamo circa in duecento, in realtà oggi sono molti di più gli occupanti rispetto ai contadini. Quella che si vive lì è una dimensione inedita, cioè un territorio in secessione, una zona di non diritto dove gli sbirri non entrano dal 2013. Quando lo Stato o i giornalisti parlano di ZAD è proprio per denunciare lo scandalo di una zona che per loro costituisce un buco nella mappa francese, un buco nella mappa del potere, a pochi chilometri da una città di 400 mila abitanti come Nantes. Dal nostro punto di vista, al contrario, non è un buco ma un pieno. È una concentrazione di legami, densi, perché la battaglia del 2012, che è durata un mese, ha creato legami molto forti tra occupanti, contadini e gente dei comitati, legami che sono rimasti nella vita comune e quotidiana, molto diversi da quelli che si vedono “normalmente” altrove. E poi una zona di non diritto vuol dire la possibilità di accogliere persone che hanno problemi con la giustizia, così come i migranti, e permette di fare costruzioni senza chiedere permessi e autorizzazioni.
In Francia si dice spesso che il territorio è di chi l’abita, in realtà alla ZAD questo non è vero, il territorio appartiene infatti a un intero movimento e non solamente a noi occupanti. Abbiamo due principali assemblee mensili, l’assemblea di lotta e l’assemblea degli usi in cui parliamo dell’utilizzo del territorio, cioè di cosa fare di un campo o di una casa rimasta vuota, di come organizzare i cantieri comuni ecc.: a queste assemblee partecipa tutta la gente del movimento che può quindi decidere insieme a noi abitanti che cosa fare di questo territorio. Ovviamente non difendiamo solo un “uso” del territorio, ma un tipo di condivisione, Ad alcuni parlare di “comune”, nel senso della Comune di Parigi, o almeno ci proviamo…

La torre-barricata Bison Futé, 2016. Foto di Valk
La torre-barricata Bison Futé, 2016. Foto di Valk

La ZAD è una zona agricola, coltiviamo e condividiamo il cibo. Su alcuni prodotti possiamo dire di essere autosufficienti, come sulle patate, cipolle, cereali, grano saraceno e anche sul latte, abbiamo un gregge di mucche del movimento. Dal 2013 si è formato un gruppo che si chiama “Semina la tua ZAD”, composto di occupanti e di contadini vicini, che si occupa della rotazione delle colture, dei lavori comuni sui campi, di produrre la farina al mulino comune. Alla ZAD abbiamo due forni e produciamo il pane cinque volte alla settimana, oltre alle galettes bretonnes, che sono una specialità locale a base di grano saraceno, la base tradizionale dell’alimentazione tradizionale della zona.
Il pane è a prezzo libero. La cosa significativa, però, non è tanto il prezzo libero, ma l’uso del denaro che si fa ZAD. Sarebbe un’ipocrisia dire che rifiutiamo il denaro, nel senso che alla ZAD non circolano soldi, in realtà i soldi ci sono ma è il loro uso che cambia rispetto al solito: per noi il denaro non deve essere mezzo per deresponsabilizzarsi dalla vita comune, non è che pagando si è a posto rispetto al lavoro comune. Pago, se posso e voglio, ma ci vuole anche il mio aiuto per far funzionare tutto. E tutto quanto si basa sulla fiducia reciproca, non si fa un conto aritmetico dei servizi che si danno e che si ricevono, ma complessivamente si riesce a trovare un certo equilibrio (e quando non si trova, le cose non funzionano).

Anche la produzione di cibo per noi è parte della lotta. Non cerchiamo l’autarchia, ma esattamente l’inverso, cioè la circolazione, l’estendere la potenza della ZAD e non separare il vivere e il lottare. Un anno fa abbiamo creato una rete di approvvigionamento con i contadini della regione. Se c’è una manifestazione, un picchetto di sciopero o qualche iniziativa da qualche parte carichiamo il cibo in un furgone che si apre da tutte le parti, con tutto il necessario per cucinare e andiamo lì. Le galettes bretonnes degli zadisti sono ormai diventate famose. Abbiamo potuto mettere in piedi questa rete perché nel 2016 c’è stato in Francia un movimento di protesta molto forte contro la Loi travail che ci ha permesso di conoscere molte persone e soprattutto ci ha fatto incontrare i sindacati, che sono diventati una quarta componente della lotta contro l’aeroporto. Alcuni lavoratori della ditta incaricata della costruzione hanno scritto un testo bellissimo, dicendo “noi non siamo mercenari”, non andiamo a fare l’aeroporto sulle rovine delle vostre vite e hanno lanciato un appello agli altri lavoratori perché nessuno vada a costruire quell’aeroporto.

Cantiere di costruzione, 2017. Foto di Valk

Alla ZAD di attività organizzate ce ne sono molte: abbiamo una biblioteca, una radio (Radio Klaxon) che si prende anche dall’autostrada che passa lì vicino, uno studio di rap, un’officina meccanica, una forgia, un birrificio, una serigrafia, una carpenteria e molte altre cose. La carpenteria è importante perché il lavoro sulla legna è rappresentativo del modo di essere della ZAD. Un gruppo già da tempo ha incominciato a interessarsi ai boschi e ha imparato tutto il lavoro sulla legna, dalla scelta dell’albero fino al taglio e alla produzione delle assi da costruzione. È stato anche organizzato un cantiere scuola di carpenteria tradizionale, dove ottanta carpentieri hanno costruito un grande capannone, senza motoseghe, senza elettricità; l’hanno chiamato Hangar de l’avenir (Hangar del futuro), anche se nessuno poteva sapere il destino di questa costruzione, sarebbe potuta rimanere distrutta da uno sgombero in qualunque momento. Ovviamente gli alberi vengono anche ripiantati. La prima volta che sono andata alla ZAD per me è stata una sorpresa vedere questa gente molto giovane e con l’incombere di minacce quotidiane di sgombero che progettava il territorio a lungo termine, perché dovranno passare almeno due generazioni prima di poter tagliare quel rovere appena piantato. Ma è così, progettandoci il futuro, che si difende un territorio.

Oggi che abbiamo vinto dobbiamo capire come mantenere questa intensità. Ci si può preparare e immaginare la vittoria per molto tempo, ma quando arriva è differente. Sappiamo che la posta in gioco è storica. Sappiamo che possiamo essere una retrovia per altre lotte, per la città di Nantes, ma essere una retrovia, con i mezzi materiali, non è il solo obiettivo della ZAD. Oggi si sta aprendo un nuovo fronte, quello della battaglia sulle terre, perché lo Stato potrebbe vendere i terreni a diversi proprietari spezzettando e spaccando l’unità del territorio che fa la nostra forza. C’è quindi l’idea di dar vita a un’entità comune che possa avere, anche giuridicamente, la gestione delle terre, una sorta di vetrina legale per continuare a fare tutte le attività che abbiamo sempre fatto. Vedremo… di certo per riuscire a strappare questo bisogna per prima cosa mantenere i nostri rapporti di forza con lo Stato e, a oggi, le minacce di sgombero sono sempre presenti.

Zad against the machine
Zad against the machine

 

 

Tutto bene a Falconara (#11)

Pubblichiamo un’anticipazione dal prossimo numero di Malamente (#11) in uscita a giugno

Di Jomo Gbomo

Sapevi che la raffineria di Falconara è una delle più moderne e avanzate tecnologicamente in Italia certificata per la tutela ambientale, per la sicurezza e qualità?

Sapevi che le emissioni della raffineria di Falconara sono fra le migliori del panorama nazionale e internazionale di settore?

Sapevi cha la qualità dell’aria di Falconara è migliore di molte aree di Ancona e Jesi e in ogni caso in linea con tutte le altre realtà marchigiane?

Sapevi che gli impianti di bonifica del sito di Falconara sono un esempio di efficienza ed efficacia?

http: // blograffineria. gruppoapi. com

L’11 aprile, alla raffineria API di Falconara, un incidente al serbatoio di stoccaggio del greggio TK61 ha causato rilascio di benzene e altre sostanze tossiche in quantità imprecisate. Per un’intera settimana l’aria irrespirabile ha avvolto la città e l’intero circondario, fino a Senigallia, Jesi e Ancona. L’azienda ha classificato la situazione come “incidente minore”, risolvibile con un piano di emergenza interno ed è prontamente corsa ai ripari, monitorando la cisterna giorno e notte e utilizzando uno schiumogeno assolutamente “biodegradabile e atossico”. Le autorità locali non hanno ritenuto opportuno prendere provvedimenti per far esporre il meno possibile gli abitanti alle esalazioni, come la chiusura delle scuole e l’invito a evitare attività sportive all’aperto: una decisione che dicono di aver assunto a ragion veduta e non per minimizzare incautamente la gravità della situazione, come qualche malalingua ha voluto insinuare.

Il 28 aprile, un corteo di mille o forse duemila persone, indetto dai comitati ambientalisti, ha attraversato le strade di Falconara, tenendosi giustamente a debita distanza dalla sede della raffineria per ribadire il messaggio che “Noi non siamo contro l’API”. Lo striscione di apertura lanciava un SOS con le parole d’ordine “Salute Occupazione Sicurezza”, a sottolineare la necessaria conciliazione di diritto alla salute e diritto al lavoro, cioè “il lupo sazio e l’agnello intero”, come dicono i polacchi. I giornali locali hanno incensato la manifestazione per la sua compostezza e sobrietà e per aver saputo far prevalere sopra ogni indignazione il senso di responsabilità, affinché avvelenati e avvelenatori possano continuare a convivere pacificamente.

Falconara, 28 aprile

Sentiamo l’esigenza di rassicurare tutti coloro che hanno vissuto una settimana di ansia e che ancora adesso vivono nella preoccupazione e vogliamo mettere in guardia contro gli inutili e interessati allarmismi, amplificati a dismisura sui social network. Spesso si tratta, probabilmente, di fake news belle e buone, come quelle che ruotano attorno alla quantità di particelle di benzene rilevate nell’aria. C’è chi giura che le centraline di rilevazione dell’Arpam abbiano registrato cifre inverosimili, sparando numeri da giocare al lotto: picchi di 102,2 microgrammi per metro cubo, medie giornaliere di 37,5. Le rilevazioni sono consultabili da chiunque sul sito dell’Agenzia, ma invitiamo a leggerle con le dovute precauzioni, tenendo conto dei margini di errore e soprattutto del fatto che siano state immediatamente smentite dall’azienda: “nessun limite di emissioni potenzialmente dannose per l’ambiente è stato superato”.

Possiamo infatti sentirci più che tutelati dalla “soglia limite” per l’esposizione al benzene, fissata per legge da chi di queste cose se ne intende e ci dice che una concentrazione media di 5 microgrammi per metro cubo al giorno, facendo il calcolo sulla media di tutto l’anno, non ha mai fatto male a nessuno. Così, se per qualche giorno le ciminiere dovessero malauguratamente superare la soglia, hanno tutto il tempo di aspettare qualche folata di vento ben piazzata che andrà ad aggiustare la media annuale. Anzi, siamo portati a credere che le istituzioni preposte, che sappiamo essere dalla parte dei cittadini contro i poteri forti, per tutelare senza sconti la nostra salute abbiano fissato una soglia largamente inferiore al livello di reale nocività, quindi, davvero, non c’è niente di cui preoccuparsi. E poi, avete pensato che i dirigenti della raffineria, così ingiustamente vituperati in queste settimane, lavorano e vivono anch’essi, ogni giorno, a Falconara e dintorni? Se ci fosse reale pericolo per la salute loro e delle loro famiglie sarebbero i primi a far chiudere la baracca.

Vento in poppa
Vento in poppa

Ci preme ricordare anche altre cose, ad esempio che è solo grazie alla generosità di API e al suo sostegno concreto al mondo dell’infanzia se il reparto di neonatologia dell’ospedale pediatrico Salesi di Ancona ha oggi un ecografo di nuova generazione. Inoltre, quasi non vorremmo dirlo per non rovinare la sorpresa, pare che l’azienda stia pensando di darci, se ce ne fosse ancora bisogno, una ulteriore prova della sua vicinanza ai bimbi del nostro territorio con l’acquisto di uno stimolatore muscolare per il reparto di chirurgia pediatrica. Ammesso e non concesso che da queste parti l’incidenza di linfomi, leucemie e tumori sia superiore alla media, soprattutto per quanto riguarda le fasce più deboli, non si può negare che API abbia fatto e continui a fare tutto il possibile, senza curarsi dell’ingratitudine di molti, per prevenire e mitigare il danno di cui è essa stessa la prima causa.

Non parliamo solo di bambini. Anche adolescenti e ragazzi sono da sempre in primo piano nelle politiche aziendali di responsabilità verso il territorio. È vero che sulle pagine di Malamente abbiamo spesso criticato la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, tuttavia ciò non ci impedisce di saper distinguere caso da caso e di valorizzare quelle eccezioni che confermano la regola. Dobbiamo riconoscere che API ha investito molto per rafforzare il rapporto tra scuola, università e mondo del lavoro, costruendo percorsi didattici in azienda che permetteranno a un congruo numero di fortunati studenti e studentesse di mettersi alla prova e scoprire i propri talenti e le proprie aspirazioni. Un conto è mandare i ragazzi a fare i lavapiatti negli alberghi della costa, tutt’altra cosa l’opportunità di crescita che offre loro il mondo del petrolio falconarese. D’altra parte l’arricchimento è reciproco: ci vogliono carni fresche per mantenere a regime e giustificare l’esistenza di un settore che produce nocività su nocività ma grazie al quale possiamo godere spensieratamente dei nostri modelli di vita e livelli di consumo.

Non dimentichiamo, infine, l’intervento nella cultura, nella musica, nell’arte, nello sport, la sponsorizzazione di manifestazioni cittadine, festival, concorsi, eventi e sagre paesane, insomma la lunga mano di API che distribuisce oboli a destra e sinistra, segno evidente di quanto abbia a cuore il benessere della comunità locale. Vogliamo in particolare ringraziare tre signori che non si risparmiano da questo punto di vista, a partire dal giornalista Roy Gianni, incaricato delle relazioni esterne e della comunicazione della raffineria, ovvero impegnato nell’arduo compito di aumentare la “confidenza” verso il sito di Falconara da parte della popolazione residente. Vi è poi Antonio Cavacchioli, responsabile delle risorse umane e dell’organizzazione, a cui spetta anche l’incarico di gestire una sana collaborazione con la controparte sindacale; ultimo, ma non per importanza, Giovanni Bartolini, responsabile in API di salute, sicurezza, ambiente, qualità, sempre pronto a bloccare la produzione alla minima puzza fuori posto.

Sicurometro API
Sicurometro API

Certo, nessuno è perfetto e qualche piccolo incidente di percorso può capire a tutti, anche ai più attenti e coscienziosi. Proprio per minimizzare l’errore umano, disgraziatamente sempre dietro l’angolo, lo scorso anno (2017) è stato varato il “Progetto Sicurometro”, una sorta di patente a punti utilizzata per istruire, in maniera gioiosa, tutti i dipendenti al rispetto delle regole di sicurezza in raffineria. Chi non adotta le adeguate procedure si vede decurtati un certo numero di punti e da quel momento, come sanno tutti i bambini che hanno toccato una e una sola volta il forno acceso, ci penserà due volte prima di commettere lo stesso errore. Insomma, il motto è: imparare divertendosi.

L’azienda, inoltre, tiene a rassicurarci di essere in grado di mettere in campo le migliori tecnologie disponibili per riparare ai danni di altre tecnologie. Tutto ciò contribuisce ai nostri sonni tranquilli. D’altra parte è molto più facile finire al pronto soccorso per una banale disavventura domestica (uno scalino salito male, un coltello che sfugge di mano etc.) che per una leggera nausea o un appena avvertibile bruciore di gola causati da esalazioni di benzene o di altre sostanze ritenute tossiche. In fin dei conti anche l’acrilammide è cancerogeno: lo troviamo nelle patate fritte, nel pane tostato, nel caffè ma nessuno di noi si sognerebbe di mettere alla gogna il bar della piazza.

Eppure abbiamo ascoltato assurde proposte di riconversione industriale, provenienti da certi ambientalisti che forse pensano di vivere su un altro pianeta. Vorremmo proprio vederli il giorno in cui la loro auto rimarrà a secco e le pompe di benzina saranno vuote, se avranno ancora voglia di fantasticare! Tubi, cisterne e impianti della raffineria sono stati progettati per uno scopo ben preciso, i lavoratori hanno acquisito negli anni competenze nel campo del greggio e dei suoi derivati che il mondo ci invidia: com’è possibile pensare di rinunciare a tutto questo? Se di benzina abbiamo bisogno, come indiscutibile bene primario per la sopravvivenza dell’economia mercantile e industriale, da qualche parte una raffineria dovrà pur sorgere. E il nostro territorio non può certo arrogarsi il diritto di tirarsi indietro in nome del mare, delle colline e della dolce vita marchigiana.