Immuni e DiAry: perché le App per il tracciamento non sono la soluzione ma un ulteriore problema

Di Redazione rivista Malamente

“Fase 2. È ora di usare Digital Arianna!”, recita il 18 maggio lo spot dell’applicazione dell’Università di Urbino per il contenimento del contagio da Covid-19.

Digital Arianna, per gli amici DiAry, disponibile da metà aprile negli store Android e iOS, è l’App sviluppata all’interno dell’università urbinate, dalla start-up Digit in un progetto coordinato dalla cattedra di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni. Un bel vantaggio essere arrivati prima della tanto annunciata App governativa Immuni, con la quale, assicurano, non c’è concorrenza, ma una prevedibile integrazione.

I due sistemi lavorano su principi diversi: mentre Immuni utilizzerà la tecnologia Bluetooh, DiAry punta sulla geolocalizzazione: “due strategie diverse ma che possono interfacciarsi per diventare complementari” in vista di una finalità comune, ovvero monitorare e tenere traccia degli spostamenti e dei contatti quotidiani di ogni individuo, cosicché in caso di positività al Covid-19 sia possibile risalire ai luoghi e alle persone frequentati durante il periodo di incubazione. In poche parole, Immuni rileva e registra ogni contatto ravvicinato tra cellulari di persone diverse, Diary mantiene memoria dei luoghi in cui ogni giorno sostiamo: il bar, l’ufficio, il negozio, la casa della zia o dell’amante.

Quando una persona risulta positiva, le autorità sanitarie tramite App lanciano un alert che raggiunge i telefoni di chi è entrato in contatto con l’infetto nei giorni e nelle settimane precedenti, in modo da allertarlo e possibilmente metterlo in quarantena.

Tutto molto bello e funzionale, a prima vista.

Continue reading

Malamente vanno le cose… Campagna a sostegno della rivista

Amici e amiche, lettori e lettrici, compagni e compagne di Malamente la peggiore rivista marchigiana degli ultimi tempi vi chiede una mano

Un vecchio manifesto torinese suggeriva una via sempre valida per far fronte alla mancanza di denaro. Noi – per ora – ci limitiamo ad aprire una più prosaica campagna di sottoscrizione a favore della rivista. Chiaro che non indagheremo sulla provenienza dei vostri soldi 😉


Da cinque anni, ogni tre mesi, raccontiamo su carta il nostro territorio – e non solo – con articoli, interviste, approfondimenti, inchieste che hanno a cuore la libertà.

Non ci siamo mai preoccupati/e di tenere in ordine i conti, di sollecitare i rinnovi, di recuperare con fermezza i crediti sparsi qua e là. Né tantomeno vogliamo cominciare a farlo adesso. Anzi proseguiamo sorridendo sulla strada fallimentare di vendere la rivista a un prezzo che copre a malapena stampa e spedizione.

Purtroppo la situazione di lockdown e distanziamento fisico che stiamo vivendo ha impedito di organizzare alcune iniziative di finanziamento e sussistenza.

Malamente è una rivista autofinanziata e autogestita che, nella sua ostinazione a voler essere di carta e arrivare in lungo e in largo per l’Italia con la sua scapestrata distribuzione, ha dei costi fissi impossibili da abbattere che si aggirano intorno agli 800 euro per numero.

Sappiamo che per molti/e questo non è un periodo economicamente facile, ma anche un piccolo aiuto – per chi potrà – ci consentirà di andare avanti e continuare a raccontare come abbiamo fatto finora il bello e il brutto che ci circonda.

Per chi vuole leggerci, oltre alla carta, sul nostro sito è possibile scaricare tutti i numeri finora andati in stampa qui

La raccolta fondi è aperta su Produzioni dal basso: http://sostieni.link/25280

Per ringraziare chi potrà sostenerci, abbiamo pensato ad alcune stampe d’arte in collaborazione con Emma Bignami, amica e illustratrice marchigiana a cui diciamo grazie per la bella illustrazione donata (la trovate in fondo a questa pagina). Le stampe saranno spedite al vostro indirizzo alla chiusura della campagna, dopo il 21 giugno.


Malamente #17 (marzo 2020)

Copertina rivista malamente #16

Malamente #17 (marzo 2020) è fresco di stampa!

Considerata la situazione attuale e le difficoltà logistiche che potrebbero fermare o ritardare la nostra già precaria distribuzione, abbiamo deciso di inviare a tutte e tutti i nostri abbonati il numero della rivista via mail in formato pdf, in attesa di ricevere il cartaceo.

Per tutti gli altri, in questi giorni rilasceremo anche per voi il pdf completo del #17 e dei singoli articoli.

La redazione è certa che, per chi in questo momento si trova nelle zone dove spostamenti e socialità sono limitati, la lettura sia sempre un buon momento di evasione. Sperando presto di poter tornare a incontrarci sulla carta e di persona, valorizziamo positivamente gli strumenti digitali.

Se desiderate abbonarvi e sostenere il nostro progetto, i nostri canali di donazione sono sempre aperti!

Letti per voi – Gli Arditi del popolo: dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922) – Recensione di Enrico Serventi Longhi

Gli Arditi del popolo: dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922), Luigi Balsamini, Galzerano editore, 2018.

Recensione di Enrico Serventi Longhi

Negli ultimi tempi, non solo per il successo del discusso romanzo “M” di Antonio Scurati, si è tornati insistentemente a parlare del periodo dell’ascesa del fascismo, un po’ sull’onda del centenario del 1919 (anno di fondazione dei Fasci di combattimento), un po’ per seguire paragoni davvero troppo azzardati con le disgrazie del tempo presente.

Luigi, un nostro redattore, si è buttato nella mischia – e in parte ci si è ritrovato suo malgrado – pubblicando Gli Arditi del popolo: dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922), un libro che ricostruisce la storia, e purtroppo la sconfitta, delle prime formazioni che praticarono armi alla mano l’antifascismo militante. A una delle prime presentazioni pubbliche del libro,
organizzata a Roma, al Nido di vespe – Quadraro, ha partecipato la redazione di Malamente al completo e il dibattito è stato appassionato e costruttivo. Da lì, ha avuto origine la recensione che pubblichiamo qui di seguito, scritta da un compagno romano.
Scrivere di storia non significa solo mettere in fila una sequenza di fatti, ma interpretarli. Cosa che avviene sulla base di un’impostazione culturale e politica. Il libro di Luigi è scritto da un punto di vista libertario, anarchico, volto a rintracciare le radici storiche del sovversivismo sociale. Il Partito comunista d’Italia (come si chiamava allora il PCI), che si era tirato fuori dall’arditismo popolare considerandolo un movimento spontaneo e incontrollabile, senza per altro dare concretamente luogo a un’azione antifascista alternativa, ne esce parecchio malconcio. E già quella volta non pochi tra i suoi militanti di base erano stati critici e ribelli nei confronti delle direttive dei dirigenti. Enrico, nella recensione, presenta una lettura discordante su diversi aspetti. In particolare proprio il giudizio sulle posizioni tenute dai comunisti diverge diametralmente da quello espresso nel libro e tende a giustificare l’intransigenza del PCd’I e la tradizione del comunismo italiano.

Vi proponiamo questa recensione e vi invitiamo, se volete, a leggere il libro. Al di là dello specialismo di un’oziosa diatriba tra storici ci può servire a riflettere da più punti di vista su una pagina di storia tormentata, attraversata dallo sconvolgimento globale della Prima guerra mondiale e da una svolta rivoluzionaria che sembrava alle porte, ma si è tradotta in una sconfitta epocale e nell’inizio della dittatura fascista.

La recensione prosegue in formato pdf, qui

 

 

Contro il nulla che avanza. La storia infinita di Xm24

L’esperienza di Xm24 nasce a Bologna nel 2002, raccogliendo una pluralità di individui e collettivi negli spazi dell’ex mercato ortofrutticolo del quartiere Bolognina. Da allora sono stati anni di iniziative e lotte sociali, di creatività critica, di laboratori autogestiti, di sperimentazioni, di alternative al sistema capitalista portate avanti dal basso e partecipate da migliaia di persone. Da qualche tempo l’amministrazione cittadina ha dichiarato guerra a questo Spazio pubblico autogestito, fucina di pensiero critico, nemico giurato di chi nella vita di un quartiere e di una città vede solo opportunità di far affari.

Contro il nulla che avanza. La storia infinita di Xm24
Di Gianlu

Perché Fantàsia muore?
Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.
Che cos’è questo Nulla?!
È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.
Ma perché?!
Perché è più facile dominare chi non crede in niente. Ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere.
Chi sei veramente?
Io sono il servo del Potere che si nasconde dietro il Nulla.

Il tramonto visto dall’orto ti toglie il fiato.

Lingue rosso fuoco stritolano la Trilogia e gli scheletri di cantieri infiniti. È strano ma la vista di un’orribile colata di cemento riesce a scaldarti il cuore, una questione di prospettiva, credo, perché il senso delle cose sta pure negli occhi di chi guarda. Fissi l’immagine nei luoghi più cari della memoria, ritagli di un album di famiglia che tra la malinconia e lo stupore ti restituisce alla certezza di essere nel posto giusto, al di qua di un solco tracciato a mani nude e denti stretti, faccia a faccia con i sogni falliti di politici e palazzinari. La bellezza di questo luogo è un fatto emotivo, sta tutta nei corpi che si legano, si toccano, si mischiano si consumano dentro i confini di un mondo altro che è, qui e ora, a portata di mano: delle nostre mani.

Xm24 è il cuore della Bolognina, ha detto un compagno di passaggio qualche giorno fa, vedendo l’andirivieni dei più disparati personaggi dentro queste mura sotto assedio. La città nuova pulsa, avanza, si decompone, ogni tanto si ferma e poi riprende a pulsare fino al confine. Al di qua noi, le nostre vite e aspirazioni, inconciliabili con la vetrina luccicante che mostra già le prime crepe. Verrà giù, presto o tardi, distrutta dall’agire collettivo che travalica lo spazio fisico ed è forma di vita altra e dirompente.

Il quartiere è cambiato e continua farlo. Le sue strade sono lo scenario di una guerra a bassa intensità, strisciante e quotidiana, contro tutto ciò che è ai margini: nel villaggio incantato non c’è posto per la realtà nuda e cruda di chi arranca giorno dopo giorno, tra rastrellamenti polizieschi, identificazioni di massa ed espulsioni coatte sotto la bandiera della lotta al degrado. Eppure un posto liberato da questo schifo ancora c’è, esiste e resiste. La città può cambiare ancora, a partire da noi, dalla difesa di queste mura e dall’espansione di ciò che dentro vi ha preso forma negli anni tra occupazioni, lotte, affetti, rottura dello stato di cose presente, cuore di ogni aspirazione rivoluzionaria.

Bologna non sarà una città migliore senza Xm24, anzi, mostrerà il vuoto desolante di ciò che è il vero degrado: l’assenza di luoghi di aggregazione e sperimentazione politica e sociale liberi dalla mercificazione e da dinamiche di controllo e sopraffazione, la soppressione della diversità e la criminalizzazione di chi fa una scelta di campo contro i padroni della città. La retorica securitaria e antidegrado è una grande menzogna, il volto svelato di una classe dirigente ipocrita e aliena dai bisogni di una realtà scomoda fatta di miseria ed emarginazione. Non basta un colpo di spugna per sanare le ferite di un contesto sociale frantumato da anni di abbandono e isolamento delle sue componenti più deboli.

Abbiamo visto polizia e carabinieri sfrattare centinaia di famiglie e decine di realtà politiche e sociali, con la benedizione dell’amministrazione, in sfregio alla storia e allo spirito di questa città. Abbiamo visto come a volte si può anche vincere, resistere, contrattaccare. Ci siamo guardati, contati, abbiamo respinto le provocazioni fasciste e restituito il favore all’arroganza poliziesca. Mettiamocelo in testa: si può fare. Il possibile sta tutto nell’immaginabile e nella forza collettiva.

Scriviamolo sui muri, torniamo ad occupare, riprendiamoci le strade e facciamone luoghi di liberta, smascheriamo questa favoletta della città pacificata, sbugiardiamo I loschi intrallazzi tra amministrazione e imprenditoria del mattone, organizziamoci, individualmente e collettivamente, per resistere e reagire al nulla che avanza.

La minaccia di sgombero che incombe su XM24 non è solo la chiusa insopportabile di un’operazione politica che ha brutalizzato il volto di un quartiere storico facendo la guerra ai suoi abitanti più poveri, ma è l’ultimo colpo che i padroni di questa città vorrebbero infliggere alle esperienze di autogestione e all’antagonismo politico. È un fatto collettivo, una questione che riguarda tutte e tutti, un solco da tracciare a difesa non solo di uno spazio di libertà, ma della possibilità di vederne spuntare di nuovi, ovunque, ad assediare la città vetrina che cambia e abbandona la sua gente.

Ci si gioca il diritto di provare quotidianamente a essere liberi, costruendo insieme, qui e ora, una vita degna. Ci si gioca ciò che siamo e il mondo a cui aspiriamo. La storia infinita è tutta da scrivere, dal cuore della Bolognina, oltre le mura dell’ex mercato, fino alle strade mute e dentro i palazzi vuoti di una città che è ancora alla portata di un sogno, concreto e condiviso da diciassette anni: “Gli ultimi, gli indesiderabili, i ribelli, i legami di affinità, complicità e solidarietà prendono parola e fanno da sé il proprio destino”.

 

Auto-ricostruzione nel cratere. Come tornare ad abitare i territori colpiti dal sisma (#14)

Intervista di Luigi a Sara Campanelli (ARIA Familiare), Chiara Braucher (Emidio di Treviri) e Stefano Mimmotti. Da Malamente #14, maggio 2019

In un precedente numero di Malamente (#8, settembre 2017) avevamo parlato di autocostruzione di case, concentrandoci in particolare sull’utilizzo di legno e balle di paglia. Torniamo ora sullo stesso argomento, calandolo nel contesto della ricostruzione post terremoto dell’Appenino centrale. Siamo stati nei pressi di Camerino, ospitati nella casetta di legno provvisoria di Stefano e Simona, e abbiamo discusso delle possibilità di auto-ricostruzione, in cantieri aperti ai volontari, insieme a Sara Campanelli dell’associazione ARIA Familiare [Associazione rete italiana autocostruzione] e Chiara Braucher del gruppo di ricerca Emidio di Treviri. L’auto-ricostruzione ci sembra particolarmente interessante sia perché consente la riappropriazione comunitaria e la condivisione gratuita di un “saper fare” che non dovrebbe essere esclusivamente delegato a imprese specializzate, sia perché non riguarda solo il mettere in piedi un edificio, ma comporta la creazione di legami sociali sul territorio e la ricostruzione di relazioni umane, a partire dallo stare insieme, volontariamente, attorno a un progetto di vita molto concreto. Ci sembra, insomma, una buona strada per tornare veramente ad “abitare” i territori interni colpiti dal terremoto del 2016 ed evitare che un giorno questi paesi si ritrovino pieni di case ristrutturate ma vuote perché prive di tessuto sociale.

Partiamo da voi stessi: come siete entrati in contatto attorno al tema dell’auto-ricostruzione nel cratere del sisma?

Sara: Con Stefano e Simona ci siamo incontrati per la prima volta nel novembre 2016 a Fermo, a una piccola fiera post sisma dedicata all’edilizia (Riabita). Io era stata invitata a parlare di costruzioni leggere, naturali e loro erano interessati alla possibilità di auto-ricostruirsi la casa che si trova in condizione di inagibilità di tipo E, cioè un edificio che risulta inutilizzabile in ogni sua parte. Mi ricordo una frase che mi disse Simona: “se devo rimanere a Calcina e ricostruire non voglio più avere le pietre intorno a me”. Dopo poco tempo mi hanno chiesto di diventare il loro tecnico incaricato per seguire la pratica sisma, così mi sono iscritta all’elenco speciale dei professionisti abilitati.

Continue reading

Malamente #13 (gennaio 2019)

Il numero 13 della rivista è in distribuzione.

Siamo pronti per ricevere le vostre richieste di copie, abbonamenti e – se volete – anche di arretrati!

La copertina e il primo pensiero con cui abbiamo aperto questo #13 non potevano che andare alla tragedia di Corinaldo: abbiamo partecipato ai momenti di ricordo e abbiamo provato a raccogliere in punta di piedi qualche riflessione a caldo.
Segue in anteprima un estratto dal libro di prossima uscita dell’amico e giornalista marchigiano Mario Di Vito, Dopo. Viaggio al termine del cratere in cui sono raccolti una serie di racconti e inchieste sugli ultimi due anni post-terremoto. Ad accompagnare le parole ci sono gli scatti di Giancarlo Malandra per Lo stato delle cose.
E poi come sempre tante storie di vita, difficili, di lotta e di speranza, da un territorio che solo in apparenza è dormiente. Consigli di lettura, riflessioni e storie d’altri tempi per scaldare questo inizio di 2019. Fateci sentire il vostro calore, cominciate a ordinare il numero della rivista!

Copertina 13

Copertina 13

Malamente #12 – (ottobre 2018)

È in arrivo a ottobre il #12 di Malamente! Come a ogni appuntamento, grazie a chi sostiene la rivista, la legge e la fa leggere in giro per l’Italia. Per ordinare la/le copie o abbonarsi tutte le info qui.

In anteprima ecco alcuni assaggi degli articoli del numero #12 in uscita.


manifestazione liberi di fare senigallia disabilità

Libere e liberi di fare. La lotta contro le discriminazioni e per l’autonomia delle persone con disabilità nelle Marche e in Italia
Incontro Elena e Chiara in un caldo pomeriggio estivo, nel centro di Senigallia però c’è movimento, tanti turisti e ragazzi in vacanza che passeggiano. Guardano con stupore e un pò di imbarazzo le due ragazze che sto intervistando…


Falconara Marittima raffineria
Contro la raffineria di Falconara. L’intervento e la posizione dei comitati
Intervista di Sergio Sinigaglia a Loris Calcina
Secondo me quello che è cambiato dal 1999 è il rapporto di questa città con l’Api…

pesaro manifestazione contro alternanza scuola lavoro
Dalla parte di Lucignolo.
Inchiesta sugli scenari di alternanza scuola-lavoro nel territorio delle Marche
Di Vittorio
“Forse andrebbe chiesto ai ragazzi cosa piacerebbe fare come lavoro, se poi si mandano a fare un lavoro che non piace, poi non viene nemmeno retribuito e quindi è proprio una schiavitù…”


asilo nel bosco urbino


L’Albero Maestro. Una realtà di “pedagogia del bosco” a Urbino

Intervista di Luigi a Nicoletta e Serena
Ci sono bambini e bambine che trascorrono le proprie giornate principalmente all’aria aperta, che sia estate o inverno, tra osservazioni e scoperte, esplorando in libertà il mondo esterno e le potenzialità della propria autonomia.


La riappropriazione delle arti, delle scienze, dei mestieri

Di Bertrand Louart
Ci piace che teoria e prassi avanzino insieme, per non rischiare di trovarci a convivere con professori incapaci di allacciarsi le scarpe e praticoni che non alzano lo sguardo dalla propria vanga. Per questo riteniamo necessario orientare il recupero delle capacità di autogestione delle proprie vite all’interno di un consapevole processo di trasformazione sociale.

illustrazione marmo samuele canestrari
Marmo
Disegni e testi di Samuele Canestrari
“[…] Ero al verde. i miei nonni, mio padre, sono operai. Tornato al capannone mi è sembrata la cosa giusta da fare. Ho sentito la necessità di condividere nuovamente questo luogo e così ho scritto MARMO.”


Per tutti gli altri articoli e aggiornamenti, seguiteci sui nostri canali social e iscrivetevi alla newsletter.

“Fellini è vivo e lotta insieme a noi”

8 settembre 2018

L’immensa ruota luminosa sul lungomare di Rimini improvvisamente si accende al rosso dei fumogeni nella notte del sabato sera. I lounge bar regalano, senza accorgersi, aperitivi ai dimostranti, mentre un pianista nel dehors di una piadineria intona Bella Ciao. E un corteo improvvisato alza i pugni e le bandiere, stretto a panino tra polizia e caramba. Questo il finale della giornata di sabato a Rimini.
Oggi siamo contenti, ma anche incazzati e vi spieghiamo perché.
Siamo contenti perché il presidio antifascista in piazza Fellini è stato una giusta intuizione tattica: l’antifascismo militante è anzitutto l’abilità di ridurre fino a eliminare la capacità operativa dei fascisti. Dunque, anche dimezzare il percorso della loro oscena sfilata con la nostra presenza fisica ha avuto un senso.
Siamo contenti anche perché abbiamo scoperto che i lacci di solidarietà e collaborazione tra generazioni e collettivi di diversa provenienza geografica funzionano. La quantità è purtroppo scarsa ma non la qualità.
Siamo contenti, infine, perché la determinazione paga sempre, anche se per una volta non si prendono le botte che ti regalano la copertina, ma si dimostra lo stesso coraggio.
Siamo però incazzati perché i fascisti di Forza Nuova hanno fatto comunque una mezza sfilata a Rimini cercando di ritagliarsi una fetta di spazio alla corte del sovranismo di governo. Il miliardario compare degli stragisti Fiore, in crisi di consensi, deve perfino scagliarsi sugli scudi degli amici sbirri per ravvivare la sua immagine di capo. Peccato che i suoi sappiano picchiare, possibilmente in gruppo, soltanto persone indifese: la sceneggiata degli “scontri” risulta patetica.
Siamo incazzati perché alla città di Rimini, tutta concentrata sul rituale preserale di un sabato di fine estate, non glien’è fregato nulla né degli uni né degli altri, tanto che il giorno dopo qualche giornalista di bassa lega è riuscito a fare notizia per due scritte sui muri, senza accorgersi dei quasi duecento fascisti che hanno tentato di fare la passerella in città.
Il finale è comunque una risata felliniana. La nostra fiducia nella spontanea passione del popolo è alla base dell’arte della rivolta.
Viviamo tempi difficili. Il peggio, forse, verrà. Ma gli antifascisti e le antifasciste saranno ancora in piazza con Fellini.

E alla faccia di chi ci vuole male, per sdrammatizzare, vi regaliamo anche il Pagellone Antifascista.

I fasci in fondo al viale: 0. Togliete le bandiere che non vi vediamo.
Elicottero della polizia in volo radente: 2. Ottimo bersaglio per i bengala; apriamo il crowdfunding per un RPG.
Le torce nautiche: 3. Come cazzo s’accendono?!
Cani poliziotto: 4. Nostalgia dei punkabbestia.
Quello dei petardi tra i piedi: 5. Non dategli mai una boccia in mano.
Il pianista di Bella Ciao: 6. Compagno bella vita.
L’umarello di Belluno in bicicletta: 7. Abbandona la comitiva di pensionati salviniani e finalmente trova i compagni, “che io ho fatto il Sessantotto!”.
Compagno con elmetto e maschera antigas: 8. Anche l’occhio vuole la sua parte.
La chiatta sul Rubicone: 9. Traghetta di soppiatto compagni e compagne su piazzale Fellini in barba alla digos.

“I bibliotecari non fanno mai un cazzo…”. Appunti provocatori di inchiesta su biblioteche e condizioni del lavoro culturale nelle Marche (#11)

Intervista di Vittorio a Tommaso Paiano, bibliotecario

da Malamente #11 (giugno 2018)

Tommaso, Biblioteca Travaglini, Fano (PU), 2006
Tommaso, Biblioteca Travaglini, Fano (PU), 2006

“Mi chiamo Tommaso Paiano, ho quarant’anni e faccio il bibliotecario, guadagno settecento euro di stipendio e non mi bastano per arrivare alla fine del mese”. Così mi sono presentato qualche anno fa in una riunione, quando le cooperative che gestiscono i servizi bibliotecari a Fano invitarono lo psicologo del lavoro per un confronto con l’obiettivo di facilitare le relazioni con i lavoratori. Sostanzialmente fino a oggi la dimensione critica è rimasta la stessa dal punto di vista del reddito, cioè della garanzia di un salario adeguato che questo lavoro non riesce a generare. È chiaro che il bibliotecario non ha come contropartita solo lo stipendio. Un lavoro culturale ha anche altre gratificazioni sociali, simboliche e professionali perché è un lavoro di relazione, non soltanto con i libri ma soprattutto con le persone. Nella mentalità italiana sopravvive ancora questa immagine del bibliotecario come di un lavoratore che ha relazioni con i libri. In realtà se in una biblioteca ci passano molte persone tu attivi rapporti principalmente con loro e il libro rimane solo uno strumento della comunicazione, della condivisione e dello scambio.

Ci puoi dire qualcosa del tuo passato?

Sono uscito vivo dagli anni ’80 salentini segnati da lavoro sottopagato, emigrazione e fiumi di eroina e per tutti gli anni ’90 ho militato nei gruppi anarchici e libertari bolognesi. Non facevo altro dalla mattina alla sera. In quel periodo ho messo su, tra l’altro, piccole esperienze editoriali indipendenti, perché come ben sai in qualsiasi gruppo politico studi, ti documenti; non puoi fare politica pensando di non usare gli strumenti della mediazione culturale. Forse una delle mie attività più costanti è stata proprio quella della produzione di pamphlet e opuscoli con l’idea della costruzione di una “biblioteca anarchica della rivolta”, che doveva essere lo spazio della documentazione dei militanti.

Come passi dalla città alla provincia?

Nel 2002 vado via da Bologna e mi allontano dall’attivismo di gruppo; arrivo così nelle Marche con il bisogno di raccogliere le idee e vedere cosa fare, anche pressato dalla necessità di lavorare. Nel decennio precedente avevo fatto circa quaranta lavori diversi, conosciuto e preso pizze in faccia da quaranta padroni diversi; mi ero tolto d’altronde anche tante soddisfazioni, perché erano stati anni vissuti precariamente ma per scelta. Se avessi voluto fare soldi avrei potuto tranquillamente tenermi uno dei tanti lavori che trovavo solo per sbarcare il lunario. Questa situazione però a un certo punto è diventata pesante e non avendo le spalle coperte da nessuno, mi sono dovuto organizzare per rimediare un reddito più stabile. Il lavoro più decente, più decoroso o meno infame mi è sembrato quello del bibliotecario. Per questo mi sono messo a studiare il funzionamento delle biblioteche; da studente universitario ci ero andato centinaia di volte ma non pensavo che il bibliotecario potesse essere un lavoro.

Quindi che succede?

All’inizio, con l’amico e compagno [Luigi ndr] che poi ha seguito il mio stesso percorso la mettevamo sul ridere, pensando che in fondo il nostro tentativo di lavorare in biblioteca fosse solo un modo per strappare un salario senza faticare troppo. Vedevamo le biblioteche come un mondo pieno di imboscati, impiegati là dentro più per ragioni di reddito che di professione e di impegno culturale. Dopo qualche mese dall’avvio dei nuovi studi universitari di biblioteconomia però ci siamo resi conto che le biblioteche e la professione erano anche altro e ci potevano interessare anche per ragioni di attivismo politico e culturale.

Con queste premesse Luigi si è messo a studiare il circuito delle biblioteche anarchiche e libertarie italiane e internazionali mentre io, a Fano, ho preso i contatti che ci avrebbero portato a inaugurare l’Archivio-Biblioteca Travaglini. Quando siamo entrati la prima volta non ci credevamo, c’era un bordello totale, trent’anni di storia documentaria anticlericale e anarchica della città accatastati. Oggi, dopo un lavoro di fino è diventata una vera biblioteca con tutti i requisiti di funzionamento e di servizio. Il problema semmai è stato ed è averci il tempo, le forze, i soldi per la gestione ordinaria, ma dal punto di vista organizzativo è una cosa fatta con le tecniche migliori che sono disponibili in Italia. Confesso anche che con Luigi ci siamo fatti delle buone bevute di birra artigianale mentre allestivamo gli schemi di classificazione della saggistica anarchica.

Biblioteca Travaglini, Fano (PU)
Biblioteca Travaglini, Fano (PU)

E in quel momento ti sei trovato nel contesto delle Marche, della crisi e dei tagli alla spesa pubblica…

Sì, da una parte ci siamo costruiti un percorso bibliotecario consapevole, scelto senza pressioni, né di reddito né militanti, cioè la pressione del movimentismo per cui devi fare delle cose a tutti i costi. Ci siamo dati il tempo di costruire pezzo pezzo tutto quello che era necessario perché doveva durare. Ormai sono passati dodici anni da quando abbiamo messo piede dentro la biblioteca Travaglini. Nel frattempo ho dovuto però lavorare di sera nei ristoranti senigalliesi e poi anche in un’azienda informatica. Mi hanno licenziato dall’azienda per motivi economici in piena crisi nel 2011. Allora sono stato spinto definitivamente a cercare un impiego nelle biblioteche, che in fondo era quello che desideravo. Appena ho iniziato da salariato in biblioteca sono stato coinvolto a tempo pieno anche dall’associazione professionale dei bibliotecari italiani e così ho avuto modo di conoscere un po’ meglio la realtà di questi servizi. Leggendo dei documenti recenti della Regione Marche la situazione oggi non è molto diversa da sette anni fa, ma solo apparentemente poiché, tanto per citare due dati a caso, laddove la delibera n. 1036 del 2017[1] conta 264 “sportelli pubblici al cittadino” e 791 operatori presenti nella piattaforma digitale di gestione, posso tranquillamente affermare che non è vero, poiché le biblioteche funzionanti e soprattutto i bibliotecari sono molti, ma molti meno, e nella maggior parte dei casi irrilevanti, sia dal punto di vista amministrativo che culturale.

Negli ultimi venti anni la cultura da campo di lotta politica per l’egemonia è diventato un settore legato all’intrattenimento e oggi ci sono due nuovi discorsi pubblici, uno che da sinistra vede la cultura come bene comune e l’altro, da destra, come moltiplicatore di rendite. Manca la tua originaria passione che interessa anche a noi di Malamente, cioè la cultura come forza di emancipazione. Nelle Marche tra le due idee di cultura, di “destra” e di “sinistra”, la cultura come emancipazione dove si trova?

Come dicevo prima, con Luigi scherzavamo sui bibliotecari che non facevano un cazzo, ma seriamente per noi la cultura e i libri ci servivano perché l’emancipazione passava e passa da questi strumenti. Un’emancipazione intesa anche come riscatto da condizioni materiali ovvio, sennò non ha senso. Oggi come oggi, nell’ambito istituzionale non c’è molta consapevolezza di questo. Non ci sono dibattiti, discussioni articolate sulle biblioteche, non solo nelle Marche ma non ci sono da nessuna parte in Italia. Ci sono delle situazioni in cui se ne discute ma sempre in modo un po’ filantropico e missionario. La vulgata è: siccome l’Italia è un paese di analfabeti funzionali i servizi culturali servono a rimettere dritta la barra, perché sennò l’ignoranza fa diventare la gente delle bestie. Si sa che i bassi consumi culturali ti portano a vivere una vita esposta alle patologie, esistono persino pubblicazioni che mostrano una correlazione tra consumi culturali e diminuzione delle malattie. Al momento, quindi, la discussione più interessante che c’è è quella che affronta l’analfabetismo funzionale, condotta in sostanza da “benestanti” che si occupano un po’ paternalisticamente dei poveri, ma non ci sono poveri che con il coltello tra i denti rivendicano biblioteche e servizi per cacciarsi fuori dai guai, per emanciparsi appunto! E forse è anche per questo motivo che la politica ignora quasi completamente i discorsi dei bibliotecari.

Quindi il tuo non è il mestiere più bello del mondo?!

Sia chiaro, io ci tengo a fare delle mie giornate di lavoro dei momenti di grande impegno e attenzione alla cura delle persone che mi ritrovo davanti. Possono essere immigrati, disoccupati, intellettuali, anche gente ricca che deve risolvere un problema e viene da me e chiede una consulenza. La biblioteca è un posto aperto a tutti, può entrare chiunque. A me piace avere questa cosa qua, ma a questo punto è bene che ti metta in evidenza almeno un paio di aspetti molto critici: il primo è che quando non sei appagato, non hai il riconoscimento sociale delle cose che fai, finisce che non hai mai un incoraggiamento ad andare avanti… e la mancanza di riconoscimento sociale porta un po’ alla volta a deprimersi; il secondo invece è che manca drammaticamente il reddito per potere organizzare delle cose fatte bene. Quello che guadagno a Fano non mi basta e devo andare sistematicamente a trovare altri lavori, passando così molto tempo a cercare di arrotondare a fine mese invece di occuparmi delle persone che avrebbero bisogno di cura, cioè delle cose che so fare.

Altro che emancipazione allora!

Infatti, penso che l’indicatore migliore dello stato dei lavori culturali nelle Marche, ma che possiamo anche generalizzare a tutta Italia, sia la condizione dei lavoratori culturali e non, come a molti piace credere, la “bellezza” del patrimonio nazionale. Il lavoratore è scontento e infelice se non ha la possibilità di fare quello che ha in testa. E se è infelice non riesce a lavorare per migliorare la situazione. Molto spesso non riesce neanche a lavorare per l’emancipazione di se stesso, figuriamoci per gli altri. D’altronde secondo me non è, e non deve essere, un missionario! La cosa è molto schietta: se il lavoratore dice “ho uno stipendio, ho delle garanzie e delle tutele, so che se mi ammalo sto a casa e poi posso tornare a portare avanti i miei progetti”. Se io faccio un certo tipo di lavoro con il mio pubblico ho anche la possibilità di verificare se le persone imparano delle cose, crescono, migliorano.

Resta sotto traccia nelle tue parole lo scontro con chi vede la cultura come “patrimonio” sia a destra che a sinistra. C’è chi lo vuole usare per alimentare le clientele e chi lo vuole privatizzare in senso vero e proprio. Ma c’è anche chi vorrebbe riportare questo patrimonio nelle mani di chi ne è il vero proprietario, cioè tutti noi. Ci sono state nel passato delle lotte o delle forme critiche per attivare dei processi di riappropriazione del patrimonio culturale?

No, la situazione in realtà è alla rovescia, cioè stiamo perdendo progressivamente quello che abbiamo. Provo a spiegarmi: a Fano sotto certi punti di vista facciamo un bel lavoro, anche più fortunato che altrove, però attenzione, se ti concentri solo nel dettaglio della tua città tutto ti può sembrare spiegabile ma poi quando ti confronti con altre realtà vedi luci e ombre.

Biblioteca Travaglini, Fano (PU)
Biblioteca Travaglini, Fano (PU)

Puoi farci qualche esempio?

A Pesaro recentemente c’è stata l’assegnazione dell’appalto dei servizi della Biblioteca pubblica San Giovanni a una cooperativa che ha fatto un’offerta con un ribasso economico pazzesco. Inoltre, già solo leggendo il capitolato potevi renderti conto che il Comune aveva messo in conto una riduzione dell’impiego di personale, in una struttura che è stata il fiore all’occhiello delle biblioteche italiane negli ultimi quindici anni! Una bellissima biblioteca inaugurata nel 2002, con la direzione in mano all’amministrazione pubblica e la gestione dei servizi affidata a personale esterno e cooperative. Per molti anni i lavoratori delle cooperative hanno vissuto decorosamente con contratti di lavoro comprensivi di tutti i vantaggi che questi comportano. Oggi però hanno tutti più di quarant’anni e a un certo punto nel 2017 il Comune che fa? Pubblica un bando di gara mettendo in conto, in pratica, di fare pagare ai lavoratori il ridimensionamento dei servizi. La cooperativa che subentra dice “ok, vi prendo tutti con la clausola sociale” che è stata inserita dai sindacati per salvare il salvabile. A chi aveva un tempo pieno settimanale propongono un contratto dimezzato: “se vuoi continuare a lavorare qua adesso ti offro solo venti ore di lavoro”. Ci sono colleghi che si sono messi in terapia dallo psicologo. Insomma, se la biblioteca modello sta facendo questa politica significa che c’è qualcosa che sta cambiando profondamente e che stiamo perdendo il controllo non solo del patrimonio ma di noi stessi.

E a Fano?

A Fano la biblioteca è stata inaugurata nel 2010. Quando, nel 2011, sono arrivato tramite le cooperative facevo delle collaborazioni occasionali, poi mi hanno fatto un contratto a progetto e infine il contratto a tempo indeterminato di ventotto ore settimanali. In una città di oltre 60.000 abitanti dovresti avere almeno trenta bibliotecari, cioè un bibliotecario ogni 2.000 abitanti, a tempo pieno; in realtà attualmente siamo in quindici, a tempo parziale. Questo significa che i lavoratori non sono nelle condizioni di lavorare, non dico per la riappropriazione del patrimonio culturale o l’emancipazione sociale di tutti, ma neanche per una piccola porzione di città in maniera efficace. Per tornare un attimo su Pesaro, questa città secondo me si è andata allineando alla situazione di Fano; ma se parli con gli amministratori fanesi ti dicono che non è vero, perché rispetto al 2012 hanno speso nell’ultimo appalto qualche soldo in più per coprire le spese del personale esternalizzato, che però come abbiamo visto rimane estremamente precario e insufficiente a coprire i fabbisogni dei cittadini.

E veniamo Senigallia…

Senigallia è una città che può tutt’al più giustificare camerieri, baristi e lavapiatti, con una discreta fetta rigorosamente in nero. Altra gente non ne vogliono più, è una città a terziario arretrato, dove vige uno stile di lavoro legato a una cultura di cinquant’anni fa. Mare, collina e ristoranti. Non a caso prospera un festival scadente come il Summer Jamboree. La cultura vive un provincialismo legato a traiettorie passate mentre il mondo va altrove.

I nostri figli tra qualche anno che tipo di lavori troveranno a Senigallia? Dove potranno studiare e documentarsi? Sono domande che implicitamente stanno alla base anche di una ricerca sociale che ho curato insieme a Roberta Montepeloso, realizzata da marzo a settembre 2017, voluta con determinazione dalla direzione della Biblioteca Antonelliana e finanziata, questo bisogna riconoscerlo, dal Comune[2]. I risultati ci hanno dimostrato che i cittadini hanno un’immagine della biblioteca come ambiente piacevole, accogliente, spazio di incontro per la comunità ma chiedono l’aggiornamento della raccolta, la riorganizzazione dello spazio, l’offerta di progetti formativi per tutti e per tutto l’arco di vita. Ma cosa fa il Comune? Sostanzialmente nulla, a parte organizzare eventi di intrattenimento per i famosi turisti. E non è accettabile che solo la direzione della biblioteca e i bibliotecari sentano il bisogno di curare l’eredità di una struttura che è viva e che ha una sedimentazione storica incredibile. Nessun pazzo ti dice che la biblioteca di Senigallia non serve a niente, tutti ammettono che è una cosa pubblica che mantiene una sua reputazione e un riconoscimento sociale, ma da parte dell’amministrazione non c’è né un supporto economico né una pianificazione degna di questo nome.

La cittadella dei saperi, Senigallia 2018
La cittadella dei saperi, Senigallia 2018

Qualche forza politica vi ha cercato per discuterne?

In realtà, a partire dallo stesso sindaco, tutti hanno ignorato la ricerca forse perché non capiscono neanche di cosa parla. E questo secondo me è un sintomo del vicolo cieco in cui si è cacciata la sinistra istituzionale che perde consensi dappertutto. Certamente esiste un’incapacità diffusa a elaborare una visione ampia del mondo della cultura in special modo in questa fase digitale, dove da una parte spadroneggiano aziende multinazionali e dall’altra il potere decisionale pubblico è affidato ad amministrazioni obsolete; evidentemente quando non parliamo di boogie-woogie le cose si fanno molto più complicate anche sul piano politico. 

Secondo te ci sono dei margini per costruire una iniziativa pubblica di rivendicazione nel vostro settore? Vedi degli spiragli da cui può uscire qualche sorpresa nelle Marche?

Su Fano e su Pesaro direi che la rivendicazione principale potrebbe essere il diritto alla biblioteca per tutti i cittadini e il riconoscimento del tempo pieno ai lavoratori, partendo dal presupposto che la loro serenità, la loro opera autenticamente cooperativa, porterebbe vantaggi a tutta la comunità, dal punto di vista culturale, educativo, ludico. Su Senigallia invece niente esclude che si possa intavolare un dibattito pubblico che a partire da una eredità e una percezione del servizio consolidata e positiva, avanzi una critica all’urbanistica e all’architettura della città: la biblioteca è un lavoro malfatto, privo di visione storica, realizzato negli anni ’90 del Novecento, quindi molto recentemente, con una impostazione ottocentesca. Si può benissimo senza investimenti esagerati rinnovare la cittadella dei saperi anche sul versante della sostenibilità ambientale, dello spreco di energia, perché così com’è oggi è un insulto alla ragione ecologica. Si può fare leva sui bisogni della fascia di età dei cittadini tra i 25 e i 40 anni, cioè lavoratori, precari, disoccupati, genitori, che dall’indagine sull’impatto della biblioteca emergono come coloro che esprimono delle esigenze complesse e una consapevolezza abbastanza profonda dell’importanza di un servizio pubblico bibliotecario come articolazione del welfare. A differenza degli studenti, che in questa fase storica non sembrano in grado di esprimere una visione innovativa e avanzano delle aspirazioni molto basse. Questo discorso penso possa essere generalizzato in quasi tutte le biblioteche della regione. Ma ci sono anche sfide più grandi da ingaggiare…

Ecco, quali sono le sfide più grandi secondo te?

Da bibliotecario credo che in questo momento la questione digitale sia davvero prioritaria, con tutto il portato di innovazione e spossessamento che ha in sé. Il digitale non è solo un insieme di manufatti che funzionano con un codice binario, ma un modo di produzione che ridefinisce la vita sociale, le identità, i rapporti di forza, i rapporti di proprietà. Per fare un esempio: tutti si prendono cura della propria casa, dell’automobile, dei terreni agricoli ma in pochi si preoccupano della loro proprietà intellettuale, generata dal semplice motivo che la società digitale ci ha reso tutti potenzialmente produttori di opere dell’ingegno, che prima erano prerogativa solo di scrittori, ricercatori, artisti, grafici, fotografi ecc. Creiamo quotidianamente un sacco di beni e relazioni online che lasciamo in mano a poche aziende, che li mercificano a scopo privatistico sulle loro piattaforme, ma ci impegniamo molto meno a costruire dei beni comuni digitali, un patrimonio pubblico digitale. Stefano Rodotà fino all’ultimo ha cercato di metterci in guardia dalla sottovalutazione di Internet, sostenendo la necessità di democratizzarne i processi che al momento sono sempre più regolati da Stati invadenti e imprese prepotenti. La questione ovviamente non può essere rimessa solo alle decisioni delle corti costituzionali ma dobbiamo e possiamo intervenire dal basso indicando soluzioni e orizzonti meno distopici possibile. I bibliotecari, ad esempio, dovrebbero battersi sempre di più per costruire una conoscenza dichiaratamente libera dalle gabbie del diritto d’autore esclusivo, oppure per garantire il possesso collettivo e l’accesso agli enormi patrimoni culturali di pubblico dominio, fuori da ogni sorta di privilegio amministrativo; se convertita da analogico in digitale questa ricchezza potrebbe consentire un riuso popolare, per l’edificazione di una rete Internet più densa di senso, ecologica, ragionata. I bibliotecari potrebbero promuovere, inoltre, l’autodifesa digitale intesa come pedagogia hacker e capacità di gestire la privacy, i dati, i conflitti e i flussi informativi minacciati sia da forme di sorveglianza e censura statale in nome della sicurezza che dalla invadente profilazione commerciale.

Foto di Gabriele C. dal carcere di Pesaro, 2015. Concorso Storie da MAB, 3. ed. (editing di redazione)
Foto di Gabriele C. dal carcere di Pesaro, 2015. Concorso Storie da MAB, 3. ed. (editing di redazione)

Un impegno enorme quindi!

Si, fin troppo! Forse è più semplice intanto invocare il “Quinto stato”, come lo chiamano i nostri amici Beppe Allegri e Roberto Ciccarelli, per ottenere almeno un reddito di base incondizionato! Infatti, se noi pensiamo di attivare delle politiche di riscatto a partire da una mobilitazione per il patrimonio culturale stiamo perdendo tempo poiché il problema alla fine non sono i libri di carta o digitali o i muri della biblioteca ma le relazioni che si stanno smarrendo. Quelli che lavorano nel settore sono invecchiati, i dipendenti pubblici hanno in media oltre i cinquantacinque anni e sono trattati malamente come tutti coloro che si aggirano in questo ambito; è vero, ci sono giovani bibliotecarie e bibliotecari molto motivati provenienti dalle cooperative, ma come ho detto prima, sono strozzati dalla precarietà e non riescono ancora a strutturare un discorso collettivo e ampio di rivendicazione. A livello nazionale ci sono dei gruppi e delle associazioni professionali abbastanza combattive ma qui nelle Marche al momento non c’è nessuna forma di militanza e di attivismo sindacale. Eppure, almeno per cominciare, la nostra condizione meriterebbe un’inchiesta più approfondita, un libro bianco, per svelarne la sostanza.

[1] L.R. n. 4/2010 e Delib.G.R. n. 708/2017 – Approvazione del progetto per la riorganizzazione e gestione del sistema bibliotecario regionale nel passaggio di funzioni tra Province e Regione Marche e dello schema di convenzione con gli Enti partner.

[2] La cittadella dei saperi. Ruolo e valore sociale della biblioteca comunale Antonelliana, Senigallia, 2018. http://www.comune.senigallia.an.it/scarica/La_cittadella_dei_saperi_2018.pdf