Considerazioni sparse e semiserie sulle agende di movimento

Sul tour di Matteo Salvini nelle Marche del 14 settembre 2020

Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore dell’Alta Vallesina

Ieri è tornato Salvini nelle Marche, il politico più odiato da quando Berlusconi è diventato un avatar, ed ecco che oltre alle necessarie contestazioni sono fiorite inutili polemiche nella galassia dei cosiddetti movimenti. Si è parlato di “agende”, sarà che era anche il primo giorno di scuola e le vendite di diari si erano impennate vertiginosamente. Così a forza di sentire parlare di agende un po’ di curiosità mi è venuta e sono andato in cartoleria a chiedere una “agenda per il movimento”… niente, non l’ho trovata, anzi la commessa ventenne a dire il vero non capiva proprio la parola “movimento” e, visto che non avevo tanta voglia di dilungarmi in una lunga spiegazione che parte dalla Rivoluzione francese, ne ho approfittato per ricomprare la solita moleskine nera che da vent’anni uso come feticcio.

La scena è quasi sempre la stessa da parecchio tempo a questa parte, ma con delle varianti provinciali molto gustose che vale la pena raccontare.

La piccola ma ricca città di Jesi è in fibrillazione, sta arrivando “il Capitano”. Sui giornali e online si sprecano le dichiarazioni e iniziano le prese di posizione. L’occasione è ghiotta. Si distinguono questa volta per creatività le sigle che evidentemente stremate per l’intensa attività rivoluzionaria degli ultimi mesi affermano di non voler “farsi dettare l’agenda da Salvini” e quindi gettano nello stagno della Vallesina il potente pietrone della loro assenza. Dall’altra, con una virulenza che neanche Al-Zarqawi nei tempi d’oro, partono le scomuniche contro chi ha avuto quest’idea, così che Digos e opinione pubblica possano farsi bene un quadro delle zizzanie che prosperano nei campi rinsecchiti della vecchia sinistra.

Arriva il grande pomeriggio. Il centro storico di Jesi è transennato e bloccato dalla solita insalata mista di divise. Sul corso, proprio dietro a dove si stanno radunando molti contestatori c’è un gruppetto di borghesi di mezza età che brinda con prosecco insieme a Carlo Ciccioli, candidato di Fratelli d’Italia, intento a firmare libri; anche lui ha una sua agenda evidentemente, ma purtroppo nessuno li caga. Così loro fanno gli gnorri, chiudono il banchetto alla chetichella e vanno in piazza per iniziare la loro messa sovranista senza neanche lasciarci una mezza bottiglia di bollicine. Che avari! Intanto dai varchi nelle vie più piccole, a occhio e con qualche svista, gli sbirri filtrano la gente che vuole entrare in piazza.

Le signore con i gioielli sì, le ragazze con i leggins neri no, gli ubriachi scamiciati si, tutti quelli più neri di Cristiano Ronaldo no, e così via. Anche alcuni fricchettoni riescono a passare, dopo aver dato i documenti, senza fiatare, alla prima richiesta. Il gruppone di circa duecento persone con i cartelli quello no, non passa, la Polizia italiana ancora ha un minimo di professionalità perdio! Viene fermato da un blindato, un defender e un cordoncino di celerini attempati, che per due ore rischiano la salute più per il Covid portato dalle vivaci ragazze asintomatiche dei licei che gridano con entusiasmo che per le spinte poco convinte dei ragazzi in prima fila.

Qualcuno deve avere una bella agenda di quelle con tante citazioni fighe perché i cartelli sono davvero belli e creativi. Poco a poco si avvicinano anche diversi giovani neri, ragazze indiane, operai pakistani che si fanno avanti, protestano e cantano facendo dirette su Instagram, rilassati e curiosi in mezzo alla concitazione del momento, “chissà se hanno delle agende digitali”, mi viene da pensare.

Intanto un gruppo di ubriachi sovranisti esce da un bar e vuole passare proprio in mezzo allo schieramento con i cartelli. Vola qualche spinta e qualche urlaccio, ma niente di più. Il cazziatone più grosso se lo prendono dei ragazzini che lanciano allegramente lattine contro le forze dell’ordine: non è scritto su nessuna agenda! E così quella mezza voglia di partecipare che gli era venuta, gli passa subito.

L’unico cattivone della giornata è l’autista del blindato che viene messo di traverso al Corso, ma non troppo, per bloccare l’accesso a piazza della Repubblica. E quando la protesta si infiamma un po’, mentre il Capitone inizia a parlare, lui sgasa e spinge col mezzo manco fosse a piazza Tahrir. Qualche giovane malandrino, in un giusto impeto di autoconservazione, tira calci e monta sul mezzo… il cordone sta per saltare… ed ecco che appare una compagna con il megafono, da dietro lo schieramento della polizia, che riporta tutti e tutte alla calma. Evidentemente questo stava scritto nella sua agenda.

Intanto, dentro la piazza, chi ha scelto il metodo “agenda Lebowski” della contestazione individualista o a piccoli gruppi ha avuto più fortuna: riesce a fischiare, a sfanculare per un attimo l’oratore e a esporre qualche cartello, per essere presto allontanato dalla Digos con provinciale e gentile fermezza. Con altrettanta gentilezza escono di scena. Forse l’agenda l’hanno lasciata a casa.

La piazza leghista si è nel frattempo riempita di qualche centinaio di persone: per la città di Jesi, una volta culla della classe operaia della provincia, è un fatto sociale significativo. È vero, l’impianto audio fa schifo e si sente poco, Salvini parla il giusto e dice quattro cazzate, ma intanto la sua agenda è piena di appuntamenti, la destra sta per vincere le elezioni regionali e non si spaventa per qualche pernacchia.

Alla fine arrivano i fricchettoni e i clown, che solitamente si mettono in mezzo all’inizio ma stavolta forse avevano scritto l’orario sbagliato sull’agenda, e raggiungono le prime file della contestazione con la cassa bluetooth che manda una selezione di archeologia musicale da Fischia il vento a I cento passi dei Modena City Ramblers: su Spotify le trovate sotto la categoria “Bromuro”.

A quel punto sono le sei del pomeriggio, la polizia si toglie il casco e il fronte dei cartelli va a consultare l’agenda per le prossime settimane al bar poco lontano.

Dopo i soliti selfie, Salvini riparte per raggiungere Urbino dove mi dicono che l’agenda della protesta sardinesca prevedeva l’ossimoro di una contestazione silenziosa, tale da non disturbare la campagna elettorale: antifascisti sì, ma senz’altro democratici! Qualche svogliato sbirro sembra che abbia mandato all’aria l’arguto piano impedendo l’infiltrazione dei muti nei pressi del palco – che tanto lì, di vista, si conoscono tutti. Alla fine è una fortuna perché così, in circa duecento, raccogliendo pure passanti e cani sciolti, s’è ritrovata la voce per intonare almeno il tormentone Bella ciao.

Scrivo sull’agenda:

“Andare in piazza è sempre meglio che non andarci”.

“Si poteva fare di meglio, cercare di essere creativi e un po’ più efficaci”.

Poi mi accorgo che ho già quasi riempito l’agenda con queste frasi. Ma non tutto è perduto, se sappiamo anche imparare dai nostri errori.

Brigate volontarie d’altri tempi. I sovversivi e il colera di Napoli, 1884

Di Luigi (da Malamente #18, giugno 2020)

Il primo caso si verifica a Saluzzo, in Piemonte, il 28 giugno 1884, proveniente dal Sud della Francia. La malattia che presto comincia a dilagare nonostante i cordoni sanitari dell’esercito è, ancora una volta, il temuto colera. Una malattia di origine batterica, infettiva e contagiosa, che provoca diarrea, vomito e in poco tempo una grave disidratazione: gli occhi si infossano, la pelle si riempie di rughe, la morte attende dietro l’angolo. La trasmissione deriva da cibo contaminato, da poca igiene e scarsa disponibilità di acqua potabile, per questo è più facile incontrarla nei quartieri popolari piuttosto che nelle dimore dei ricchi. Il colera attraversa l’Italia, ad agosto è in Liguria, Toscana, Emilia, a settembre il focolaio peggiore colpisce Napoli. Qui, nel giro di due settimane i malati si contano a migliaia, quasi tutti tra i bassifondi della città, i morti arrivano presto a più di 8.000. Oltre all’esercito, inviato anche a sedare i tumulti popolari che andavano nascendo, arrivano a Napoli alcuni gruppi di volontari. Tra loro chi si batteva per un mondo libero dall’ingiustizia e dalla miseria sociale: anarchici e socialisti.

Gruppo di volontari per l'emergenza colera, Napoli 1884. Seduti a terra, da destra Luigi Musini e Felice Cavallotti
Gruppo di volontari per l'emergenza colera, Napoli 1884. Seduti a terra, da destra Luigi Musini e Felice Cavallotti

Tra i primi volontari contro il colera di Napoli troviamo Andrea Costa. Era stato uno dei pionieri dell’internazionalismo rivoluzionario anarchico, grande protagonista delle lotte operaie e mito delle plebi romagnole, solo da qualche anno aveva intrapreso il non facile percorso, pieno di spine, violente polemiche, accuse di tradimento e amicizie infrante che l’aveva portato dall’anarchismo al socialismo, fino a sposare la lotta elettorale e a diventare, nel 1882, il primo deputato socialista eletto al Parlamento. Con lui, a Napoli, c’è Luigi Musini, giornalista e uomo d’azione, ex garibaldino, secondo deputato socialista d’Italia. Entrambi affiliati alla massoneria, avevano risposto all’appello del Grande Oriente d’Italia[i] e si erano aggregati alla Croce verde di Giovanni Bovio, gran maestro della loggia napoletana. Musini era medico, Costa gli faceva da infermiere: «si aggiravano fra i bassi di Napoli con le tre stellette massoniche sul petto e la croce verde sul braccio, soccorrendo gli ammalati, bruciando le suppellettili ed i vestiti nei quartieri dove il morbo aveva più colpito»[ii]. In ragione dei servizi prestati durante l’epidemia, saranno nominati membri onorari della loggia partenopea Italia.

Muoversi non era facile. Un caffè, un bicchierino di cognac e subito ci si ritrova alla Farmacia del Tigre, punto di raccolta dei volontari; da lì si parte verso i quartieri popolari con in borsa laudano, etere, chinino, disinfettanti, miscele eccitanti e unguenti. Oltre a evitare il bacillo Vibrio cholerae, Costa e Musini devono anche sopportare il costante pedinamento della polizia (è vero che ormai sono onorevoli deputati, ma erano entrati e usciti di galera si può dire fino al giorno prima). Tanto che il 15 settembre scrivono una protesta pubblica sul giornale “Roma”, suscitando un certo imbarazzo nel governo. Ricorda Musini nelle sue memorie:

«ieri ci capitò un bel caso. Stavamo con Costa girando per il quartiere del mercato a visitar infermi assieme al dottor Calì, quando il vetturino si accorse che un tale in vettura ci seguiva tenendo nota delle abitazioni da noi visitate. Temendo di equivocarci ordiniamo al vetturino di fermarsi artificialmente in vari punti e sempre quell’altro prende nota e ci segue. Allora il Calì smonta per vedere chi è e chiedergli ragione. Tosto lo riconosce per un appuntato di PS che, messo alle strette, confessa»[iii].

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Malamente #18 (giugno 2020)

Malamente #18 (giugno 2020) è pronto per la spedizione!

Pubblichiamo qui l’editoriale del numero e siamo pronti per ricevere le vostre richieste di copie, abbonamenti e – se volete – anche di arretrati!

Né col virus né con lo Stato

Dall’ultimo numero di Malamente a oggi, in appena tre mesi, sono cambiate parecchie cose. Qualcuno dice che solo ora siamo finalmente entrati nel XXI secolo, l’età delle catastrofi di cui come umanità siamo direttamente responsabili. Speriamo che l’emergenza Covid-19 non ci accompagni per troppo tempo, ma fino a quando potremmo dormire sonni tranquilli? Quando e soprattutto come prepararsi alla prossima crisi?

Sappiamo che il passaggio del virus tra specie diverse e la diffusione pandemica non sono un castigo “naturale”, ma tutto dipende da come una società organizza il proprio stare al mondo e i propri rapporti con l’ambiente: pensiamo all’allevamento industriale e alla concentrazione metropolitana, tanto per citare i due fattori più evidenti. Al contrario, nel discorso pubblico, la responsabilità dell’epidemia viene fatta ricadere sui singoli individui e sui loro comportamenti irresponsabili, riproducendo il processo di colpevolizzazione già visto in atto per il cambiamento climatico, fatto dipendere dai consumi individuali così da non rimettere in discussione, in un colpo solo, l’intero sistema. Ecco, forse la prima cosa da fare, oggi e domani, è proprio questa: mettere in discussione la nostra organizzazione economica e sociale, per incamminarci su altre strade.

L’attuale coronavirus, mettendo a nudo la fragilità del nostro mondo e dicendoci che niente è immutabile, ci sta anche offrendo un’opportunità. Ci sta insegnando che la storia non è finita, che una rottura della normalità è dietro l’angolo e arriva quando meno te l’aspetti. Il problema, allora, è come cogliere l’occasione e come fare in modo che, dopo, niente torni “come prima”. L’influenza cosiddetta spagnola, che si diffuse a livello globale negli anni 1918-1920 infettò circa mezzo miliardo di persone e ne uccise tra i 50 e i 100 milioni (circa il 3-5% della popolazione mondiale dell’epoca), eppure neanche queste cifre impressionanti riuscirono a mettere in ginocchio l’autorità dello Stato e la pervasività del capitalismo. Quindi non facciamoci illusioni. Non c’è nessuna valida ragione di credere – o di sperare – che Covid-19 cambierà il mondo da solo. Di certo non lo cambierà in meglio se non ci diamo da fare per rotolarlo nella direzione giusta.

Per forza di cose, almeno metà di questo grosso numero di Malamente riguarda la pandemia ancora in corso. Ne abbiamo discusso innanzitutto con alcuni medici e infermieri/e, nostri amici e amiche, che ci hanno raccontato cosa hanno vissuto in prima persona negli ospedali marchigiani, per poi allargare la visuale con un’intervista al Coordinamento cittadino sanità di Roma e un articolo, sempre dall’interno, sulla peste virale in Italia. Parliamo inoltre di come l’emergenza abbia dato un inaspettato slancio al circuito di economia solidale del pesarese, accelerando la nascita del progetto Gasnomade: distribuzione di prossimità di cibo contadino, condito di autodeterminazione e cultura della condivisione. L’isolamento ha però anche fatto impennare l’utilizzo delle tecnologie digitali, che da un giorno all’altro hanno conquistato ogni ambito del quotidiano, dalla scuola alla socialità, imponendoci una brutta copia del contatto umano: sui nefasti effetti di una vita perennemente connessa abbiamo tradotto un’intervista all’editore e saggista francese Matthieu Amiech. Perfino il 25 aprile e il 1° maggio sono stati quest’anno festeggiati per decreto da dietro uno schermo: con un articolo di Mario Di Vito raccontiamo questa strana situazione, con alcune virtuose eccezioni e violazioni dei divieti.

Non mancano in questo numero, come di consueto, uno sguardo alle nostre amate montagne, la recensione e una finestra sulla storia: parliamo di anni Settanta a partire dalla riapertura dell’inchiesta sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 e degli echi della strategia della tensione nelle Marche, di partigiani e di un’anarchica che ha tenuto testa sia ai padroni che ai compagni maschi, ma parliamo anche di un primo esempio di solidarietà dal basso nel corso di un’epidemia, durante il colera di Napoli del 1884. La stessa solidarietà che sta fiorendo anche oggi e che come Malamente abbiamo sostenuto contribuendo alla nascita e alle attività delle Brigate volontarie per l’emergenza di Senigallia. Perché non è vero che siamo tutti/e “sulla stessa barca”, nemmeno nelle emergenze; c’è chi si può ritirare in una quarantena dorata, chi è costretto a continuare a lavorare, chi deve lottare per la propria dignità dentro a un carcere (non dimentichiamo le rivolte e i morti di marzo e siamo solidali con le proteste che continuano, anche qui nelle carceri marchigiane) e chi non sa più come pagare l’affitto e la spesa alimentare.

Da fine marzo a oggi le Brigate sono arrivate a contare almeno quaranta volontari e volontarie. Hanno iniziato consegnando la spesa alle persone impossibilitate a uscire da casa, hanno proseguito dando una mano nel progetto BAMS (Base alimentare per il mutuo soccorso) per rispondere alle nuove e vecchie povertà e hanno svolto numerosi interventi a servizio della comunità di Senigallia e comuni vicini. Al momento in cui scriviamo stanno programmando l’intervento per l’estate in modo che le spiagge libere, pur garantendo la sicurezza sanitaria, continuino a essere un bene di tutti/e. Crediamo infatti che il reciproco aiuto, la cura e la solidarietà sociale siano la prima arma per proteggerci dalla paura e resistere al virus; senza dimenticare però i diretti responsabili di questa situazione a cui andrà chiesto il conto: i politici autori di trent’anni di tagli alla sanità pubblica e della sua privatizzazione, il potere di Confindustria che impone l’apertura di aziende non essenziali, la corruzione, la vigliaccheria e l’opportunismo di chi è pagato per difendere la salute e la sicurezza.

Ludd, ipermodernità e neototalitarismo al tempo del Covid-19

Di Tomás Ibañez

Traduzione di Isabella Tomassi e Valentina Mitidieri

Un po’ più di due secoli fa, nel 1811 e durante i cinque anni seguenti, l’Inghilterra è stata il teatro di una intensa rivolta sociale conosciuta sotto il nome della “rivolta dei luddisti” – con riferimento al suo protagonista eponimo, Ned Ludd – che distrusse una buona parte delle nuove macchine tessili la cui installazione sopprimeva numerosi posti di lavoro e condannava una parte della popolazione alla miseria. Ci sono voluti migliaia di soldati per schiacciare l’insurrezione che, ben lontana dal ridursi a delle motivazioni tecnofobe, si situava nell’ambito del lavoro e aveva la pretesa di opporsi alle conseguenze più nefaste del “progresso” dello sfruttamento capitalista.

Oggi è essenziale “reinventare” questo tipo di rivolta, facendola passare dalla sfera delle rivendicazioni puramente economiche alla sfera più direttamente politica delle lotte per la libertà e contro il totalitarismo di tipo nuovo, che s’insinua già da un po’ di tempo e che trova nella crisi attuale del Covid-19 un carburante abbondante per accelerare il suo sviluppo.

Allontanarlo dalla sfera economica, non implica sottostimare il capitalismo come principale nemico, poiché il nuovo tipo di totalitarismo al quale faccio riferimento costituisce un pezzo assolutamente fondamentale della nuova era capitalista, che nasce da questa enorme innovazione tecnologica che fu, e continua a essere, la rivoluzione digitale.

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Immuni e DiAry: perché le App per il tracciamento non sono la soluzione ma un ulteriore problema

Di Redazione rivista Malamente

“Fase 2. È ora di usare Digital Arianna!”, recita il 18 maggio lo spot dell’applicazione dell’Università di Urbino per il contenimento del contagio da Covid-19.

Digital Arianna, per gli amici DiAry, disponibile da metà aprile negli store Android e iOS, è l’App sviluppata all’interno dell’università urbinate, dalla start-up Digit in un progetto coordinato dalla cattedra di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni. Un bel vantaggio essere arrivati prima della tanto annunciata App governativa Immuni, con la quale, assicurano, non c’è concorrenza, ma una prevedibile integrazione.

I due sistemi lavorano su principi diversi: mentre Immuni utilizzerà la tecnologia Bluetooh, DiAry punta sulla geolocalizzazione: “due strategie diverse ma che possono interfacciarsi per diventare complementari” in vista di una finalità comune, ovvero monitorare e tenere traccia degli spostamenti e dei contatti quotidiani di ogni individuo, cosicché in caso di positività al Covid-19 sia possibile risalire ai luoghi e alle persone frequentati durante il periodo di incubazione. In poche parole, Immuni rileva e registra ogni contatto ravvicinato tra cellulari di persone diverse, Diary mantiene memoria dei luoghi in cui ogni giorno sostiamo: il bar, l’ufficio, il negozio, la casa della zia o dell’amante.

Quando una persona risulta positiva, le autorità sanitarie tramite App lanciano un alert che raggiunge i telefoni di chi è entrato in contatto con l’infetto nei giorni e nelle settimane precedenti, in modo da allertarlo e possibilmente metterlo in quarantena.

Tutto molto bello e funzionale, a prima vista.

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Malamente vanno le cose… Campagna a sostegno della rivista

Amici e amiche, lettori e lettrici, compagni e compagne di Malamente la peggiore rivista marchigiana degli ultimi tempi vi chiede una mano

Un vecchio manifesto torinese suggeriva una via sempre valida per far fronte alla mancanza di denaro. Noi – per ora – ci limitiamo ad aprire una più prosaica campagna di sottoscrizione a favore della rivista. Chiaro che non indagheremo sulla provenienza dei vostri soldi 😉


Da cinque anni, ogni tre mesi, raccontiamo su carta il nostro territorio – e non solo – con articoli, interviste, approfondimenti, inchieste che hanno a cuore la libertà.

Non ci siamo mai preoccupati/e di tenere in ordine i conti, di sollecitare i rinnovi, di recuperare con fermezza i crediti sparsi qua e là. Né tantomeno vogliamo cominciare a farlo adesso. Anzi proseguiamo sorridendo sulla strada fallimentare di vendere la rivista a un prezzo che copre a malapena stampa e spedizione.

Purtroppo la situazione di lockdown e distanziamento fisico che stiamo vivendo ha impedito di organizzare alcune iniziative di finanziamento e sussistenza.

Malamente è una rivista autofinanziata e autogestita che, nella sua ostinazione a voler essere di carta e arrivare in lungo e in largo per l’Italia con la sua scapestrata distribuzione, ha dei costi fissi impossibili da abbattere che si aggirano intorno agli 800 euro per numero.

Sappiamo che per molti/e questo non è un periodo economicamente facile, ma anche un piccolo aiuto – per chi potrà – ci consentirà di andare avanti e continuare a raccontare come abbiamo fatto finora il bello e il brutto che ci circonda.

Per chi vuole leggerci, oltre alla carta, sul nostro sito è possibile scaricare tutti i numeri finora andati in stampa qui

La raccolta fondi è aperta su Produzioni dal basso: http://sostieni.link/25280

Per ringraziare chi potrà sostenerci, abbiamo pensato ad alcune stampe d’arte in collaborazione con Emma Bignami, amica e illustratrice marchigiana a cui diciamo grazie per la bella illustrazione donata (la trovate in fondo a questa pagina). Le stampe saranno spedite al vostro indirizzo alla chiusura della campagna, dopo il 21 giugno.


Malamente #17 (marzo 2020)

Copertina rivista malamente #16

Malamente #17 (marzo 2020) è fresco di stampa!

Considerata la situazione attuale e le difficoltà logistiche che potrebbero fermare o ritardare la nostra già precaria distribuzione, abbiamo deciso di inviare a tutte e tutti i nostri abbonati il numero della rivista via mail in formato pdf, in attesa di ricevere il cartaceo.

Per tutti gli altri, in questi giorni rilasceremo anche per voi il pdf completo del #17 e dei singoli articoli.

La redazione è certa che, per chi in questo momento si trova nelle zone dove spostamenti e socialità sono limitati, la lettura sia sempre un buon momento di evasione. Sperando presto di poter tornare a incontrarci sulla carta e di persona, valorizziamo positivamente gli strumenti digitali.

Se desiderate abbonarvi e sostenere il nostro progetto, i nostri canali di donazione sono sempre aperti!

Letti per voi – Gli Arditi del popolo: dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922) – Recensione di Enrico Serventi Longhi

Gli Arditi del popolo: dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922), Luigi Balsamini, Galzerano editore, 2018.

Recensione di Enrico Serventi Longhi

Negli ultimi tempi, non solo per il successo del discusso romanzo “M” di Antonio Scurati, si è tornati insistentemente a parlare del periodo dell’ascesa del fascismo, un po’ sull’onda del centenario del 1919 (anno di fondazione dei Fasci di combattimento), un po’ per seguire paragoni davvero troppo azzardati con le disgrazie del tempo presente.

Luigi, un nostro redattore, si è buttato nella mischia – e in parte ci si è ritrovato suo malgrado – pubblicando Gli Arditi del popolo: dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922), un libro che ricostruisce la storia, e purtroppo la sconfitta, delle prime formazioni che praticarono armi alla mano l’antifascismo militante. A una delle prime presentazioni pubbliche del libro,
organizzata a Roma, al Nido di vespe – Quadraro, ha partecipato la redazione di Malamente al completo e il dibattito è stato appassionato e costruttivo. Da lì, ha avuto origine la recensione che pubblichiamo qui di seguito, scritta da un compagno romano.
Scrivere di storia non significa solo mettere in fila una sequenza di fatti, ma interpretarli. Cosa che avviene sulla base di un’impostazione culturale e politica. Il libro di Luigi è scritto da un punto di vista libertario, anarchico, volto a rintracciare le radici storiche del sovversivismo sociale. Il Partito comunista d’Italia (come si chiamava allora il PCI), che si era tirato fuori dall’arditismo popolare considerandolo un movimento spontaneo e incontrollabile, senza per altro dare concretamente luogo a un’azione antifascista alternativa, ne esce parecchio malconcio. E già quella volta non pochi tra i suoi militanti di base erano stati critici e ribelli nei confronti delle direttive dei dirigenti. Enrico, nella recensione, presenta una lettura discordante su diversi aspetti. In particolare proprio il giudizio sulle posizioni tenute dai comunisti diverge diametralmente da quello espresso nel libro e tende a giustificare l’intransigenza del PCd’I e la tradizione del comunismo italiano.

Vi proponiamo questa recensione e vi invitiamo, se volete, a leggere il libro. Al di là dello specialismo di un’oziosa diatriba tra storici ci può servire a riflettere da più punti di vista su una pagina di storia tormentata, attraversata dallo sconvolgimento globale della Prima guerra mondiale e da una svolta rivoluzionaria che sembrava alle porte, ma si è tradotta in una sconfitta epocale e nell’inizio della dittatura fascista.

La recensione prosegue in formato pdf, qui

 

 

Contro il nulla che avanza. La storia infinita di Xm24

L’esperienza di Xm24 nasce a Bologna nel 2002, raccogliendo una pluralità di individui e collettivi negli spazi dell’ex mercato ortofrutticolo del quartiere Bolognina. Da allora sono stati anni di iniziative e lotte sociali, di creatività critica, di laboratori autogestiti, di sperimentazioni, di alternative al sistema capitalista portate avanti dal basso e partecipate da migliaia di persone. Da qualche tempo l’amministrazione cittadina ha dichiarato guerra a questo Spazio pubblico autogestito, fucina di pensiero critico, nemico giurato di chi nella vita di un quartiere e di una città vede solo opportunità di far affari.

Contro il nulla che avanza. La storia infinita di Xm24
Di Gianlu

Perché Fantàsia muore?
Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.
Che cos’è questo Nulla?!
È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.
Ma perché?!
Perché è più facile dominare chi non crede in niente. Ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere.
Chi sei veramente?
Io sono il servo del Potere che si nasconde dietro il Nulla.

Il tramonto visto dall’orto ti toglie il fiato.

Lingue rosso fuoco stritolano la Trilogia e gli scheletri di cantieri infiniti. È strano ma la vista di un’orribile colata di cemento riesce a scaldarti il cuore, una questione di prospettiva, credo, perché il senso delle cose sta pure negli occhi di chi guarda. Fissi l’immagine nei luoghi più cari della memoria, ritagli di un album di famiglia che tra la malinconia e lo stupore ti restituisce alla certezza di essere nel posto giusto, al di qua di un solco tracciato a mani nude e denti stretti, faccia a faccia con i sogni falliti di politici e palazzinari. La bellezza di questo luogo è un fatto emotivo, sta tutta nei corpi che si legano, si toccano, si mischiano si consumano dentro i confini di un mondo altro che è, qui e ora, a portata di mano: delle nostre mani.

Xm24 è il cuore della Bolognina, ha detto un compagno di passaggio qualche giorno fa, vedendo l’andirivieni dei più disparati personaggi dentro queste mura sotto assedio. La città nuova pulsa, avanza, si decompone, ogni tanto si ferma e poi riprende a pulsare fino al confine. Al di qua noi, le nostre vite e aspirazioni, inconciliabili con la vetrina luccicante che mostra già le prime crepe. Verrà giù, presto o tardi, distrutta dall’agire collettivo che travalica lo spazio fisico ed è forma di vita altra e dirompente.

Il quartiere è cambiato e continua farlo. Le sue strade sono lo scenario di una guerra a bassa intensità, strisciante e quotidiana, contro tutto ciò che è ai margini: nel villaggio incantato non c’è posto per la realtà nuda e cruda di chi arranca giorno dopo giorno, tra rastrellamenti polizieschi, identificazioni di massa ed espulsioni coatte sotto la bandiera della lotta al degrado. Eppure un posto liberato da questo schifo ancora c’è, esiste e resiste. La città può cambiare ancora, a partire da noi, dalla difesa di queste mura e dall’espansione di ciò che dentro vi ha preso forma negli anni tra occupazioni, lotte, affetti, rottura dello stato di cose presente, cuore di ogni aspirazione rivoluzionaria.

Bologna non sarà una città migliore senza Xm24, anzi, mostrerà il vuoto desolante di ciò che è il vero degrado: l’assenza di luoghi di aggregazione e sperimentazione politica e sociale liberi dalla mercificazione e da dinamiche di controllo e sopraffazione, la soppressione della diversità e la criminalizzazione di chi fa una scelta di campo contro i padroni della città. La retorica securitaria e antidegrado è una grande menzogna, il volto svelato di una classe dirigente ipocrita e aliena dai bisogni di una realtà scomoda fatta di miseria ed emarginazione. Non basta un colpo di spugna per sanare le ferite di un contesto sociale frantumato da anni di abbandono e isolamento delle sue componenti più deboli.

Abbiamo visto polizia e carabinieri sfrattare centinaia di famiglie e decine di realtà politiche e sociali, con la benedizione dell’amministrazione, in sfregio alla storia e allo spirito di questa città. Abbiamo visto come a volte si può anche vincere, resistere, contrattaccare. Ci siamo guardati, contati, abbiamo respinto le provocazioni fasciste e restituito il favore all’arroganza poliziesca. Mettiamocelo in testa: si può fare. Il possibile sta tutto nell’immaginabile e nella forza collettiva.

Scriviamolo sui muri, torniamo ad occupare, riprendiamoci le strade e facciamone luoghi di liberta, smascheriamo questa favoletta della città pacificata, sbugiardiamo I loschi intrallazzi tra amministrazione e imprenditoria del mattone, organizziamoci, individualmente e collettivamente, per resistere e reagire al nulla che avanza.

La minaccia di sgombero che incombe su XM24 non è solo la chiusa insopportabile di un’operazione politica che ha brutalizzato il volto di un quartiere storico facendo la guerra ai suoi abitanti più poveri, ma è l’ultimo colpo che i padroni di questa città vorrebbero infliggere alle esperienze di autogestione e all’antagonismo politico. È un fatto collettivo, una questione che riguarda tutte e tutti, un solco da tracciare a difesa non solo di uno spazio di libertà, ma della possibilità di vederne spuntare di nuovi, ovunque, ad assediare la città vetrina che cambia e abbandona la sua gente.

Ci si gioca il diritto di provare quotidianamente a essere liberi, costruendo insieme, qui e ora, una vita degna. Ci si gioca ciò che siamo e il mondo a cui aspiriamo. La storia infinita è tutta da scrivere, dal cuore della Bolognina, oltre le mura dell’ex mercato, fino alle strade mute e dentro i palazzi vuoti di una città che è ancora alla portata di un sogno, concreto e condiviso da diciassette anni: “Gli ultimi, gli indesiderabili, i ribelli, i legami di affinità, complicità e solidarietà prendono parola e fanno da sé il proprio destino”.

 

Auto-ricostruzione nel cratere. Come tornare ad abitare i territori colpiti dal sisma (#14)

Intervista di Luigi a Sara Campanelli (ARIA Familiare), Chiara Braucher (Emidio di Treviri) e Stefano Mimmotti. Da Malamente #14, maggio 2019

In un precedente numero di Malamente (#8, settembre 2017) avevamo parlato di autocostruzione di case, concentrandoci in particolare sull’utilizzo di legno e balle di paglia. Torniamo ora sullo stesso argomento, calandolo nel contesto della ricostruzione post terremoto dell’Appenino centrale. Siamo stati nei pressi di Camerino, ospitati nella casetta di legno provvisoria di Stefano e Simona, e abbiamo discusso delle possibilità di auto-ricostruzione, in cantieri aperti ai volontari, insieme a Sara Campanelli dell’associazione ARIA Familiare [Associazione rete italiana autocostruzione] e Chiara Braucher del gruppo di ricerca Emidio di Treviri. L’auto-ricostruzione ci sembra particolarmente interessante sia perché consente la riappropriazione comunitaria e la condivisione gratuita di un “saper fare” che non dovrebbe essere esclusivamente delegato a imprese specializzate, sia perché non riguarda solo il mettere in piedi un edificio, ma comporta la creazione di legami sociali sul territorio e la ricostruzione di relazioni umane, a partire dallo stare insieme, volontariamente, attorno a un progetto di vita molto concreto. Ci sembra, insomma, una buona strada per tornare veramente ad “abitare” i territori interni colpiti dal terremoto del 2016 ed evitare che un giorno questi paesi si ritrovino pieni di case ristrutturate ma vuote perché prive di tessuto sociale.

Partiamo da voi stessi: come siete entrati in contatto attorno al tema dell’auto-ricostruzione nel cratere del sisma?

Sara: Con Stefano e Simona ci siamo incontrati per la prima volta nel novembre 2016 a Fermo, a una piccola fiera post sisma dedicata all’edilizia (Riabita). Io era stata invitata a parlare di costruzioni leggere, naturali e loro erano interessati alla possibilità di auto-ricostruirsi la casa che si trova in condizione di inagibilità di tipo E, cioè un edificio che risulta inutilizzabile in ogni sua parte. Mi ricordo una frase che mi disse Simona: “se devo rimanere a Calcina e ricostruire non voglio più avere le pietre intorno a me”. Dopo poco tempo mi hanno chiesto di diventare il loro tecnico incaricato per seguire la pratica sisma, così mi sono iscritta all’elenco speciale dei professionisti abilitati.

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