Coding in Your Classroom? No! Dal pensiero critico al pensiero computazionale, a scuola e non solo

Di Roby

Il pensiero computazionale sta entrando di prepotenza nelle scuole, spinto dai governi di tutta Europa. Pensare e agire come farebbe una macchina, senza ambiguità né conflitti, senza immaginazione ma in maniera estremamente efficiente deve diventare, secondo gli alfieri del mondo informatizzato, una nuova capacità di base al pari di leggere, scrivere e far di conto. Dicono che sia necessario affinché le nuove generazioni possano competere nel contesto tecnologico che le circonda. Noi inguaribili poeti, che nonostante tutto preferiamo ancora la complessità irriducibile della vita, dell’amore e della bellezza, crediamo sia più saggio ribaltare il mondo delle macchine, piuttosto che adeguarsi alla sua logica binaria.

Il titolo di questo articolo richiama il titolo di un libro da poco uscito in seconda edizione: Coding in Your Classroom, Now![1]. L’autore è Alessandro Bogliolo, docente di informatica applicata a Urbino, abile divulgatore scientifico, amministratore di Digit Srl (lo spin off universitario produttore, tra l’altro, dell’App DiAry per il tracciamento dei contagi Covid-19), nonché figura centrale nella promozione del pensiero computazione in Italia. Bogliolo è coordinatore dell’European Code Week, la Settimana europea della programmazione, ovvero una campagna di alfabetizzazione sostenuta dalla Commissione europea che ogni anno propaganda la diffusione sociale del pensiero computazionale, con particolare attenzione al mondo della scuola. Ma di cosa stiamo parlando? Cos’è il pensiero computazionale? Cosa si intende per coding? Cosa c’entrano le scuole e l’alfabetizzazione?

Il pensiero computazionale, spiega l’autore, è “la capacità di individuare un procedimento costruttivo, fatto di passi semplici e non ambigui, che ci porta alla soluzione di un problema complesso”. In altre parole, in ogni ambito dell’attività umana, sviluppare un pensiero computazionale significa non solo essere in grado di risolvere un problema, ma saper individuare con esattezza il procedimento necessario per raggiungere la soluzione, in modo tale che chiunque – umano o computer – possa replicarlo e, quindi, risolvere quel problema. Per coding, invece, si intende l’utilizzo di metodi di programmazione, anche sotto forma di gioco per bambini e ragazzi (ad esempio concatenando diversi blocchi colorati che, passo dopo passo, esprimono le istruzioni necessarie alla soluzione del problema), allo scopo di sviluppare le capacità di pensiero computazionale. Una sorta di palestra di addestramento al pensiero computazionale.

Facciamo un esempio banale, tanto per capirsi. Vogliamo contare le carte presenti in un mazzo? Per farlo in linguaggio computazionale dobbiamo definire due istruzioni: X che sta per “togli una carta dal mazzo” e C che sta per “ci sono ancora carte nel mazzo”. T indica il numero delle carte che stiamo contando, e parte da 0.

Il codice sarà questo: {T =0}finché(C)esegui{X{T=T+1}}. Appassionante…, vero? Online trovate diverse piattaforme, come code.org e Scratch, che rendono accessibile a tutti e perfino “divertente” pasticciare con il coding.

Tutto questo, in sostanza, mira a tradurre la complessità del pensiero umano in una sequenza di istruzioni elementari, che non devono esse comprese ma solamente eseguite. Si tratta di adattare il pensiero umano al linguaggio delle macchine, modellando il primo sul secondo. Pensando in maniera computazionale non dobbiamo faticosamente avvalerci di creatività e immaginazione per risolvere qualcosa, ma solamente sviluppare le procedure che consentano a una macchina – o a una persona che ragiona come una macchina – di fare ciò che è necessario. Tagliando fuori una volta per tutte l’imprevedibilità della realtà sensibile.

Per stare in un mondo sempre più disumanizzato, infatti, bisogna imparare “il linguaggio delle cose” (così si intitola uno dei capitoli del libro), bisogna cioè parlare con gli oggetti: in un contesto che diventa sempre più smart saranno sempre di più gli oggetti capaci di capirci, purché si sappia esprimere una sequenza di istruzioni elementari e insindacabili, che il microprocessore interno all’oggetto possa leggere ed eseguire. In un mondo fatto di oggetti “intelligenti” interconnessi (non solo computer e smartphone, ma ogni cosa dotabile di chip e sensori) il fattore umano che implica fallibilità, imprecisione e possibile ingovernabilità va neutralizzato e messo ai margini.

Perché – dicevamo – parlare di “alfabetizzazione” e coinvolgere in maniera massiccia e capillare le scuole? Perché nell’autorappresentazione del mondo a propria immagine e somiglianza, gli informatici considerano il pensiero computazionale come la quarta abilità di base, da insegnare fin dai primi cicli scolastici, insieme a leggere, scrivere e far di conto. Ma c’è di più: il coding, per l’autore del libro da cui siamo partiti, deve diventare per le giovani e per le prossime generazioni una “seconda lingua madre”, ovvero non dev’essere solamente studiato, ma acquisito e fissato nel più profondo delle loro reti neurali, introiettando con esso, come fatto naturale, la sinergia uomo-macchina.

La Commissione europea e i governi di molti Stati membri, con l’Italia a fare da apripista, hanno riconosciuto il coding come strumento di alfabetizzazione da introdurre tra i banchi di scuola di ogni ordine e grado, dando per scontato che per sopravvivere alle necessità della vita quotidiana, essere in grado di farsi comprendere da una macchina è evidentemente ancor più importante di – ad esempio – saper gestire le emozioni, utilizzare le mani per trasformare oggetti o muovere il proprio corpo nello spazio (abilità che nessuna campagna governativa promuove con tale insistenza).

Dal 2014, il progetto ministeriale per educare al pensiero computazionale si chiama “Programma il futuro”, finanziato da ENI e da altri partner come Confindustria, ha coinvolto nell’ultimo anno scolastico (2018/19) oltre 120.000 classi, corrispondenti a più di 2 milioni e mezzo di studenti. E se questo non dovesse bastare, nel 2019 il governo italiano si è formalmente impegnato ad “adottare iniziative per introdurre progressivamente e gradualmente, entro il 2022, nella scuola dell’infanzia e nel primo ciclo di istruzione lo studio del pensiero computazionale e del coding nell’ambito del curricolo digitale obbligatorio, in coerenza con le indicazioni nazionali per il curricolo”[2].

Si sarà ormai capito che non si tratta solo di “aumentare le ore di informatica” a scuola insegnando a bambini e ragazzi l’utilizzo del computer e degli strumenti digitali, l’obiettivo è piuttosto istruirli alla logica digitale perché con questo tipo di ragionamento, univoco, assoluto, prevedibile ed efficiente, possano interfacciarsi con il mondo. Il punto chiave è plasmare i modelli di ragionamento delle nuove generazioni per allinearli alle esigenze della società tecnologica, cioè per adeguarli a una società in cui individui e collettività si affidano per ogni esigenza della vita a strumenti tecnologici e informatici, perdendo le capacità di sapere agire autonomamente e creativamente nel mondo. “Quando si parla di coding – ha scritto Enrico Manicardi, teorico dell’ecologismo radicale – non si parla affatto di un’estensione delle facoltà mentali, ma di una progressiva sostituzione di competenze di specie: un nuovo atteggiamento coscienziale deve essere instillato in ogni soggetto tecno-controllato affinché il pensare non sia più un riflettere, un creare, un criticare, un prendere appunto coscienza di sé e del mondo, ma diventi un risolvere problemi pratici in modo pratico, efficiente, funzionale”[3].

D’altra parte non ci si potrebbe aspettare altro dalla scuola di Stato, se non l’ennesima conferma che quelle aule non sono fucina di pensiero critico e indipendente, ma luoghi di preparazione standardizzata, funzionale all’inserimento dei giovani nel successivo mondo del lavoro: se quest’ultimo è dominato dalla tecnologia delle macchine, allora la scuola adempie al suo ruolo insegnando a ragazzi e ragazze a pensare come macchine. A immedesimarsi in un computer e ragionare come lui, per essere competitivi.


[1] Alessandro Bogliolo, Coding in your classroom, now! Il pensiero computazionale è per tutti, come la scuola, ed. aggiornata, Firenze, Giunti scuola, 2018.

[2] https://www.orizzontescuola.it/wp-content/uploads/2019/03/mozione-coding-testomodificato-in-corso-di-seduta-del-12-marzo-2019.pdf.

[3] Enrico Manicardi, Rete, oppio dei popoli. Internet, social media, tecno-cultura: la morsa digitale della civiltà, Milano, Udine, Mimesis, 2020, p. 306.

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