Considerazioni sparse e semiserie sulle agende di movimento

Sul tour di Matteo Salvini nelle Marche del 14 settembre 2020

Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore dell’Alta Vallesina

Ieri è tornato Salvini nelle Marche, il politico più odiato da quando Berlusconi è diventato un avatar, ed ecco che oltre alle necessarie contestazioni sono fiorite inutili polemiche nella galassia dei cosiddetti movimenti. Si è parlato di “agende”, sarà che era anche il primo giorno di scuola e le vendite di diari si erano impennate vertiginosamente. Così a forza di sentire parlare di agende un po’ di curiosità mi è venuta e sono andato in cartoleria a chiedere una “agenda per il movimento”… niente, non l’ho trovata, anzi la commessa ventenne a dire il vero non capiva proprio la parola “movimento” e, visto che non avevo tanta voglia di dilungarmi in una lunga spiegazione che parte dalla Rivoluzione francese, ne ho approfittato per ricomprare la solita moleskine nera che da vent’anni uso come feticcio.

La scena è quasi sempre la stessa da parecchio tempo a questa parte, ma con delle varianti provinciali molto gustose che vale la pena raccontare.

La piccola ma ricca città di Jesi è in fibrillazione, sta arrivando “il Capitano”. Sui giornali e online si sprecano le dichiarazioni e iniziano le prese di posizione. L’occasione è ghiotta. Si distinguono questa volta per creatività le sigle che evidentemente stremate per l’intensa attività rivoluzionaria degli ultimi mesi affermano di non voler “farsi dettare l’agenda da Salvini” e quindi gettano nello stagno della Vallesina il potente pietrone della loro assenza. Dall’altra, con una virulenza che neanche Al-Zarqawi nei tempi d’oro, partono le scomuniche contro chi ha avuto quest’idea, così che Digos e opinione pubblica possano farsi bene un quadro delle zizzanie che prosperano nei campi rinsecchiti della vecchia sinistra.

Arriva il grande pomeriggio. Il centro storico di Jesi è transennato e bloccato dalla solita insalata mista di divise. Sul corso, proprio dietro a dove si stanno radunando molti contestatori c’è un gruppetto di borghesi di mezza età che brinda con prosecco insieme a Carlo Ciccioli, candidato di Fratelli d’Italia, intento a firmare libri; anche lui ha una sua agenda evidentemente, ma purtroppo nessuno li caga. Così loro fanno gli gnorri, chiudono il banchetto alla chetichella e vanno in piazza per iniziare la loro messa sovranista senza neanche lasciarci una mezza bottiglia di bollicine. Che avari! Intanto dai varchi nelle vie più piccole, a occhio e con qualche svista, gli sbirri filtrano la gente che vuole entrare in piazza.

Le signore con i gioielli sì, le ragazze con i leggins neri no, gli ubriachi scamiciati si, tutti quelli più neri di Cristiano Ronaldo no, e così via. Anche alcuni fricchettoni riescono a passare, dopo aver dato i documenti, senza fiatare, alla prima richiesta. Il gruppone di circa duecento persone con i cartelli quello no, non passa, la Polizia italiana ancora ha un minimo di professionalità perdio! Viene fermato da un blindato, un defender e un cordoncino di celerini attempati, che per due ore rischiano la salute più per il Covid portato dalle vivaci ragazze asintomatiche dei licei che gridano con entusiasmo che per le spinte poco convinte dei ragazzi in prima fila.

Qualcuno deve avere una bella agenda di quelle con tante citazioni fighe perché i cartelli sono davvero belli e creativi. Poco a poco si avvicinano anche diversi giovani neri, ragazze indiane, operai pakistani che si fanno avanti, protestano e cantano facendo dirette su Instagram, rilassati e curiosi in mezzo alla concitazione del momento, “chissà se hanno delle agende digitali”, mi viene da pensare.

Intanto un gruppo di ubriachi sovranisti esce da un bar e vuole passare proprio in mezzo allo schieramento con i cartelli. Vola qualche spinta e qualche urlaccio, ma niente di più. Il cazziatone più grosso se lo prendono dei ragazzini che lanciano allegramente lattine contro le forze dell’ordine: non è scritto su nessuna agenda! E così quella mezza voglia di partecipare che gli era venuta, gli passa subito.

L’unico cattivone della giornata è l’autista del blindato che viene messo di traverso al Corso, ma non troppo, per bloccare l’accesso a piazza della Repubblica. E quando la protesta si infiamma un po’, mentre il Capitone inizia a parlare, lui sgasa e spinge col mezzo manco fosse a piazza Tahrir. Qualche giovane malandrino, in un giusto impeto di autoconservazione, tira calci e monta sul mezzo… il cordone sta per saltare… ed ecco che appare una compagna con il megafono, da dietro lo schieramento della polizia, che riporta tutti e tutte alla calma. Evidentemente questo stava scritto nella sua agenda.

Intanto, dentro la piazza, chi ha scelto il metodo “agenda Lebowski” della contestazione individualista o a piccoli gruppi ha avuto più fortuna: riesce a fischiare, a sfanculare per un attimo l’oratore e a esporre qualche cartello, per essere presto allontanato dalla Digos con provinciale e gentile fermezza. Con altrettanta gentilezza escono di scena. Forse l’agenda l’hanno lasciata a casa.

La piazza leghista si è nel frattempo riempita di qualche centinaio di persone: per la città di Jesi, una volta culla della classe operaia della provincia, è un fatto sociale significativo. È vero, l’impianto audio fa schifo e si sente poco, Salvini parla il giusto e dice quattro cazzate, ma intanto la sua agenda è piena di appuntamenti, la destra sta per vincere le elezioni regionali e non si spaventa per qualche pernacchia.

Alla fine arrivano i fricchettoni e i clown, che solitamente si mettono in mezzo all’inizio ma stavolta forse avevano scritto l’orario sbagliato sull’agenda, e raggiungono le prime file della contestazione con la cassa bluetooth che manda una selezione di archeologia musicale da Fischia il vento a I cento passi dei Modena City Ramblers: su Spotify le trovate sotto la categoria “Bromuro”.

A quel punto sono le sei del pomeriggio, la polizia si toglie il casco e il fronte dei cartelli va a consultare l’agenda per le prossime settimane al bar poco lontano.

Dopo i soliti selfie, Salvini riparte per raggiungere Urbino dove mi dicono che l’agenda della protesta sardinesca prevedeva l’ossimoro di una contestazione silenziosa, tale da non disturbare la campagna elettorale: antifascisti sì, ma senz’altro democratici! Qualche svogliato sbirro sembra che abbia mandato all’aria l’arguto piano impedendo l’infiltrazione dei muti nei pressi del palco – che tanto lì, di vista, si conoscono tutti. Alla fine è una fortuna perché così, in circa duecento, raccogliendo pure passanti e cani sciolti, s’è ritrovata la voce per intonare almeno il tormentone Bella ciao.

Scrivo sull’agenda:

“Andare in piazza è sempre meglio che non andarci”.

“Si poteva fare di meglio, cercare di essere creativi e un po’ più efficaci”.

Poi mi accorgo che ho già quasi riempito l’agenda con queste frasi. Ma non tutto è perduto, se sappiamo anche imparare dai nostri errori.

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