Salvini, le Marche, io e te

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Manifestazione contro Salvini. Senigallia, 14 maggio 2015. Foto di Matilde Mazzaferri

di Redazione

Eccoci finalmente al numero uno del progetto Malamente. Dopo l’uscita del numero zero abbiamo raccolto opinioni, critiche e suggerimenti, abbiamo cercato di allargare la rete dei nostri contatti per collaborazioni e distribuzione. Le impressioni sono positive, la ricchezza delle storie che stiamo incontrando non entrerà tutta neanche in questo numero, ma questo ci spinge già a pensare al prossimo. Ogni articolo ha una introduzione della redazione che vuole guidare la lettrice e il lettore nella comprensione del contesto e dei collegamenti tra ogni storia e il territorio in cui viviamo. La nostra casella di posta e l’account twitter sono aperti a commenti e discussioni.

In questo spazio vogliamo dire la nostra su alcuni episodi di lotta e di critica agiti sul nostro territorio contro chi strumentalizza le identità locali per un progetto neofascista. Infatti anche nelle Marche, così come in tutte le città e i paesi dove Matteo Salvini si è affacciato durante la campagna elettorale di maggio, le piazze hanno risposto con una sonora contestazione, assediando i suoi comizi allo scopo di impedirgli di parlare. A Macerata, Senigallia, Pesaro, Ancona, Porto Recanati è stata interrotta la tolleranza repressiva che spesso contraddistingue questi territori. Di fronte alla finzione del dialogo televisivo che domina questo miserabile tempo preferiamo uova, pomodori, frutta marcia, fumogeni e petardoni, come il minimo che si possa scagliare contro il felpato e la sua claque.

Nonostante qualcuno voglia farci credere che in questo modo “è stato fatto il suo gioco”, riteniamo che opporsi fisicamente al leader leghista sia stata l’unica cosa giusta da fare. C’è poi chi, con un curioso gioco di inversioni, ha accusato i contestatori di essere dei “fascisti”, in quanto si sarebbero opposti con la forza al diritto di parola che una società democratica deve concedere a tutti. Siamo d’accordo che poter esprimere liberamente la propria opinione è un diritto ignoto ai regimi autoritari, ma si tratta di una conquista di chi è senza potere. Quando a reclamare a gran voce il diritto di parola è invece chi si trova in posizione di forza, chi ha sempre un posto in prima serata in qualche canale televisivo è evidente che qualcosa non torna.

Manifestazione contro Salvini. Pesaro, 25 maggio 2015. Foto di Cindy

D’altra parte non pensiamo che il confronto dialettico sia sempre e comunque segno di tolleranza e democrazia, esso infatti non esiste in astratto, estrapolato dal contesto e dai soggetti che vi partecipano. Il dialogo è possibile quando le parti sono sul medesimo piano di reciprocità e, cercando di far valere le proprie idee, danno e prendono qualcosa l’una dall’altra. Ma quando le decisioni sono già stabilite e ad averle prese è proprio uno degli interlocutori, allora il pacato dialogo diventa una farsa, oltre che inutile perdita di tempo: “a chi mi contesta in maniera pacifica – ha detto Salvini ai giornalisti dopo la contestazione di Pesaro – dico che possono urlare e scrivere ciò che vogliono. L’importante è che non rompano le scatole alla gente per bene”.

Inoltre, nel nostro caso, non siamo di fronte a un semplice confronto di opinioni diverse, visto che dietro le parole di chi siede là dove vengono approvate le leggi e la politica del paese avvengono dei fatti concreti: la sofferenza dei migranti e la costruzione di un mondo sempre più intollerante nei confronti del diverso. Salvini non esprime semplicemente pareri come potrebbe fare qualunque razzista al bar, Salvini produce fatti. L’avanzata della Lega Nord nelle Marche sostenuta dai fascisti di Sovranità, dal 6,3% delle Regionali del 2010 all’attuale 13,02% testimonia la pericolosità della sua propaganda. Nella sua posizione di oggettivo potere, le sue parole diffondono odio e danno copertura a tanti piccoli gesti quotidiani di ordinario razzismo ed emarginazione.

Non ci interessa, quindi, discutere con Salvini e con quelli come lui, ma solo cacciarli dalle nostre piazze. Manifestare in maniera composta e contrapporre parole alle parole lo lasciamo ai “sinceri democratici” che popolano i salotti televisivi. Che il leghista, per raccogliere consensi, si atteggi a vittima di contestatori che gli impedirebbero di esercitare i propri diritti, è una questione, come abbiamo cercato di spiegare, falsa, che lasciamo prendere per buona ai campioni della solidarietà istituzionale e a coloro che hanno smarrito qualunque parvenza di senso critico.

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