Marche cinquanta e cinquanta. Malamente intervista Sergio Sinigaglia

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di Vittorio

La competizione elettorale torna periodicamente a scandire i temi ed i tempi del dibattito politico pubblico: il degrado dei faccioni elettorali e delle promesse da marinaio riempiono di nuovo le strade. Le elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale e di molti importanti comuni delle Marche del 31 maggio ci impongono di guardare con attenzione ad un terreno verso il quale nutriamo avversione e sfiducia. Il progetto conservatore della cricca storica del governatore Spacca si scontra con i nuovi delfini della destra renziana, più che “Marche 2020” ci sembra di vedere arrivare una spartizione “50 e 50” del potere regionale. Ancora più a destra avanzano le Lega e Sovranità. La prima sembra crescere nei consensi della fascia più risentita e conservatrice della popolazione, sta creando i suoi piccoli feudi nei centri impoveriti dell’interno della regione. In questa campagna elettorale ha mostrato un attivismo insolito sospinta dalle comparsate di Salvini a sostegno delle pulsioni razziste sul territorio. I secondi sono i fascisti di Casapound sotto altro nome, hanno la loro base di radicamento sociale nella provincia di Ascoli Piceno e tentano di agganciare il treno della Lega per ottenere sostegni istituzionali e risorse strategiche alla loro avanzata nel resto della regione. A sinistra rinasce l’ennesimo tentativo unitario, indebolito dai troppi generali senza esercito e da tante alleanze locali di comodo con il Pd. Forse qualcuno a questo punto si sarà già addormentato sulla pagina, ma è proprio perché vogliamo costruire una alternativa politica radicalmente anticapitalista, ecologista ed egualitaria che non possiamo fare a meno di capire meglio i meccanismi di distribuzione e gestione del potere istituzionale per combatterlo. Troppi uomini e donne oppressi e delusi dalla politica istituzionale si illudono oggi che semplicemente girandosi dall’altra parte le relazioni di potere dettate dalle istituzioni scompaiano, non è così. Laddove si sperimentano alternative al modello economico e politico esistente, se non esistono iniziative politiche autonome capaci di dare corpo a ciò che si evoca, è l’apparato di governo che se ne appropria, come spesso accade nei territori amministrati dal Pd. Le lotte dei lavoratori, in assenza di sindacati conflittuali, restano quasi sempre intrappolate nelle mediazioni sindacali ed istituzionali, espropriate della propria autonomia e svendute ai tavoli della convenienza economica e della pacificazione sociale. Infine durante l’ultimo anno ed anche di recente, le principali manifestazioni pubbliche delle formazioni razziste e neofasciste hanno subito contestazioni anche dure nelle province di Pesaro, Ancona e Macerata e nelle piccole realtà locali si stanno riaccendendo uno spirito antifascista ed una attenzione che troppo spesso si erano addormentate cullandosi nella favola delle Marche come regione rossa e tranquilla. Ma non basta la contestazione a sottrarre alle destre agibilità e consensi né a riportare le lotte per il lavoro sul terreno di una contestazione radicale al modello economico esistente. Occorre ri-costruire le parole e le azioni necessarie a riportare il potere nelle nostre mani, acquistare la fiducia nell’autogestione, nell’autogoverno e nella cooperazione non gerarchica. E aspirare ad estendere queste relazioni a parti sempre più ampie delle nostre vite e dei territori in cui abitiamo. Per questo abbiamo deciso di intervistare Sergio Sinigaglia, anconetano, giornalista ed attivista da lungo tempo nelle lotte sociali, profondo conoscitore della realtà politica marchigiana. Sergio è autore tra gli altri della raccolta di articoli “Altre Marche: la crisi di un modello e le sue alternative” (Ancona, Affinità Elettive, 2012) e del romanzo “Il diario ritrovato” (Ancona, Italic, 2014).

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Perché Spacca vuole candidarsi per la terza volta? Quali interessi convergono sulla nuova lista di Area Popolare che unisce tutto il centro e centro-destra? Quali interessi forti lo sostengono?

Innanzi tutto c’è da dire che si è verificata una situazione paradossale. Da mesi il Presidente della giunta regionale è lontano dallo schieramento che lo ha sostenuto in questi anni. Si è delineato uno scenario schizofrenico, il cui apogeo, secondo me, si è esplicitato nella conferenza stampa di presentazione del bilancio regionale dove a fianco dell’assessore al bilancio Marcolini, non c’era Spacca ma il vincente alle primarie del Pd. Una vicenda che dice molto sul livello raggiunto dalla politica ufficiale. Per carità in questi anni le abbiamo viste di tutti i colori, ma non c’è male. Per rimanere nella nostra regione c’era stato il precedente di Fano. Lì anni fa un militante storico del “partito”, Stefano Aguzzi, aveva dato vita ad una propria lista civica appoggiata dal centrodestra che lo aveva portato a vincere e a fare il sindaco per due legislature. Ma la storia di Spacca è ancora più emblematica e ci racconta di una politica di plastica, vero mercato delle vacche, vera antipolitica. Per quanto riguarda le ragioni è evidente che l’ambizione personale ha giocato un ruolo importante. Per il presidente uscente andare ad incassare una presidenza di qualche ente, o cose affini, non era una prospettiva allettante. Viceversa, puntare al terzo mandato, visto il ruolo che hanno le Regioni, i soldi che girano nonostante i tagli del governo centrale, gli interessi che ci sono dietro, è ben altra cosa. L’operazione Marche 2020 inizialmente sembrava velleitaria, ma ora con l’appoggio di Forza Italia e parte del centrodestra la cosa è diversa. Certamente se si fossero alleate anche le due destre cioè la Lega e Fdi, le possibilità di vincere sarebbero state alte, mentre il non ricompattamento di tutto il fronte, penso pregiudichi il tutto. In ogni caso dietro la candidatura di Spacca c’è parte consistente del mondo industriale. È superfluo ricordare che stiamo parlando di un politico emanazione della famiglia Merloni. È stato un dipendente dell’industria di Fabriano e, mi è stato riferito, che addirittura potrebbe essere ancora in aspettativa. Del resto bastava andare alle iniziative di Marche 2020 per verificare la partecipazione di nomi importanti del mondo imprenditoriale. Insomma dietro questa operazione gli interessi sono piuttosto evidenti, anche se il Pd, ovviamente, è altrettanto inserito in quel contesto visto che sono anni che, al di là dei vari cambi di nome, governa la regione.

Ceriscioli sembra rappresentare il blocco Pd delle province di Ancona e Pesaro, la normalità renziana del potere attuale. Quali sono i suoi motivi di scontro con l’asse che sostiene Spacca?

Rispetto alle dinamiche storiche del “partito”, Pci, Pds, Ds e ora Pd, la vicenda delle primarie ha fatto emergere un nuovo trasversalismo. Tradizionalmente le Marche hanno visto scontrarsi le due grandi Federazioni, Ancona e Pesaro. Una contrapposizione degna del film “I duellanti” che ha caratterizzato la storia di questi decenni. Ma gli interessi complessi ormai presenti nel territorio hanno fatto saltare questa consolidata dinamica. Per cui Marcolini ha trovato appoggi anche nel pesarese, mentre Ceriscioli ha avuto il clamoroso appoggio di Ancona. Dietro questa scelta c’è il lungo braccio di ferro tra il capoluogo regionale e la stessa Regione, che va avanti ancora prima che ci fosse la giunta della Mancinelli. La sanità, e non solo, è stata al centro di forti attriti. Poi come dicevo Spacca è stato “fabrianocentrico” con tutte le conseguenze per quanto riguarda le politiche del territorio e la distribuzione delle risorse. Lo scontro con Spacca nasce, è evidente, sulla questione del terzo mandato e la volontà di mettere sulla poltrona di governatore una figura legata direttamente alla storia del “partito”. Insomma è stato ritenuto che Spacca avesse ormai fatto il suo tempo e fosse necessario proporre un candidato meno “anomalo”. Sia Ceriscioli che Marcolini hanno una biografia politica molto chiara.

La sinistra radicale quali progetti elettorali sta esprimendo?

Una riflessione su come la cosiddetta e presunta “sinistra radicale” arrivi a queste elezioni, andrebbe estesa alla situazione nazionale. In ogni caso credo che, mentre nel 2010 Massimo Rossi aveva dietro un sostanzioso appoggio di movimenti e comitati allora piuttosto attivi nella regione, soprattutto sul fronte della mobilitazione ambientalista, oggi la candidatura di Mentrasti, per carità degnissima persona anche se evidentemente molto stagionata, mi sembra sia sostanzialmente un’operazione d’apparati. Naturalmente è la conseguenza di una forte assenza di dinamiche sociali importanti. Ma a questo punto se si tratta di questo credo che sarebbe più sensato non partecipare alle elezioni, rimboccarsi le maniche e privilegiare il radicamento nel territorio. Che senso ha insediare uno o due consiglieri se poi il loro ruolo è marginale e non espressione di interessi reali? Naturalmente questa considerazione può esser estesa alla situazione nazionale. Oggi si parla molto di Syriza e Podemos, ma poco dei gravissimi errori fatti in passato e scarsa onestà politica che dovrebbe portare ad un azzeramento di tutto e tutti. Il mio caro amico Gigi Sullo su «Carta» dopo la disfatta della Sinistra Arcobaleno, invitò gli allora gruppi dirigenti a “sciamare”, cioè a lasciare cariche e carichette, e modestamente, se ne avevano voglia impegnarsi nel lavoro sociale. Un invito che naturalmente e colpevolmente non è stato accolto. Un invito che, con tutto il rispetto, andrebbe girato anche a livello marchigiano.

I 5 Stelle in che fase sono nelle Marche? A livello territoriale sono presenti in tantissime lotte di comitati, hanno preso molti voti ma secondo noi continuano a mostrare i forti limiti di un progetto politico e culturale ambiguo.

Sì indubbiamente molti militanti dei 5Stelle sono stati presenti nella mobilitazioni dei comitati locali, a volte, devo dire, con un ruolo non sempre positivo per un atteggiamento qualunquista nei confronti di compagni consiglieri regionali che erano presenti alle iniziative non per strumentalizzare ma perché realmente solidali e intenzionati ad impegnarsi. Lo dico sulla base dell’esperienza del Cantiere AltreMarche. Pagano i limiti e le ambiguità del movimento a livello nazionale. Poi localmente c’è sicuramente gente in gamba, ma ci soni “difetti strutturali” e limiti evidenti. Detto questo elettoralmente hanno ancora un seguito notevole, come dimostrano i sondaggi per le regionali che li collocano al secondo posto.

Come giudicheresti il livello di corruzione e malgoverno in regione? Come è cambiata la governance negli ultimi 10 anni quando scrivesti il tuo libro Altremarche del 2012? Quali sono le prospettive dei compagni e delle compagne attivi nelle iniziative autonome di base a livello regionale?

Altremarche raccoglieva le inchieste e anche alcuni articoli scritti per «il manifesto» dal 2008 al 2012. Naturalmente dietro c’era anche il lavoro svolto per alcuni anni dal Cantiere AltreMarche, che aveva aggregato persone e soggetti impegnati nelle battaglie territoriali contro i vari “mostri” dello sviluppo. Non a caso come appendice al libro c’era la “Carta dei diritti del territorio” espressione di quelle mobilitazioni e che abbiamo presentato in diverse località della regione con una partecipazione piuttosto ampia e qualificata. Ora una parte di quelle opere o sono state bloccate, con una vittoria dei comitati, penso alla vicenda biogas, o fermate a causa della crisi economica, vedi Quadrilatero e terza corsia dell’A14. Questo non deve far passare sotto traccia lo stretto legame tra governo regionale e il partito degli affari e delle opere impattanti. Emblematica la vicenda Api con la Regione, che, al di là delle varie giunte, si è genuflessa di fronte al potere della famiglia Brachetti-Peretti. In generale la strategia è stata furba e duplice: da un lato cercare di usare l’immagine comunque positiva che hanno le Marche per le tante bellezze naturali, nonostante tutto. Vedi lo spot con Hoffman e le varie campagne pubblicitarie, dall’altro cementificazione spinta che ha posto la nostra regione in testa a questa triste graduatoria. Poi certamente il venire meno dei fondi ha fatto fermare buona parte dei vari progetti, ma è stata questa la politica regionale in questi anni. Sul fronte della corruzione e del malgoverno, come è noto, recentemente l’attenzione dell’opinione pubblica si è incentrata sulla vicenda dei fondi dei gruppo regionali. Ora, al di là dell’indubbio malcostume di parte degli interessati, è il classico “specchietto per le allodole”. In piena sintonia con la retorica demagogica e un po’ qualunquista sulla “casta”. Mi chiedo: siamo una regione illibata sul fronte della corruzione “vera”, cioè quella legata agli appalti, alle opere varie? Com’è che non sembra trasparire nulla? Eppure è ormai assodato che la malavita organizzata è ampiamente presente nel territorio. Possibile che non emerga nulla? Certo il venire meno dei fondi pubblici, come dicevo, ha recentemente fermato molte opere. Ma il problema rimane. Più in generale, dal punto di vista dei movimenti, la situazione della nostra regione in questa fase è di una evidente regressione sul piano della mobilitazione sociale e della relativa conflittualità. Specchio della realtà nazionale. In questo ultimo periodo a parte la significativa esperienza di Casa de Nialtri ad Ancona e le varie vertenze sindacali sparse nel territorio (che però sono molto settoriali, concertative e non riescono a creare alleanza sociale dal basso, quello che sarebbe necessario), il quadro è piuttosto deficitario. Sarebbe necessario che i soggetti espressione della sinistra sociale si confrontassero per dare vita ad una iniziativa dal basso, vista la drammaticità della condizione delle persone. Ma mi sembra che ognuno da tempo sia rifluito nel proprio orticello.

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