Auto-ricostruzione nel cratere. Come tornare ad abitare i territori colpiti dal sisma (#14)

Intervista di Luigi a Sara Campanelli (ARIA Familiare), Chiara Braucher (Emidio di Treviri) e Stefano Mimmotti. Da Malamente #14, maggio 2019

In un precedente numero di Malamente (#8, settembre 2017) avevamo parlato di autocostruzione di case, concentrandoci in particolare sull’utilizzo di legno e balle di paglia. Torniamo ora sullo stesso argomento, calandolo nel contesto della ricostruzione post terremoto dell’Appenino centrale. Siamo stati nei pressi di Camerino, ospitati nella casetta di legno provvisoria di Stefano e Simona, e abbiamo discusso delle possibilità di auto-ricostruzione, in cantieri aperti ai volontari, insieme a Sara Campanelli dell’associazione ARIA Familiare [Associazione rete italiana autocostruzione] e Chiara Braucher del gruppo di ricerca Emidio di Treviri. L’auto-ricostruzione ci sembra particolarmente interessante sia perché consente la riappropriazione comunitaria e la condivisione gratuita di un “saper fare” che non dovrebbe essere esclusivamente delegato a imprese specializzate, sia perché non riguarda solo il mettere in piedi un edificio, ma comporta la creazione di legami sociali sul territorio e la ricostruzione di relazioni umane, a partire dallo stare insieme, volontariamente, attorno a un progetto di vita molto concreto. Ci sembra, insomma, una buona strada per tornare veramente ad “abitare” i territori interni colpiti dal terremoto del 2016 ed evitare che un giorno questi paesi si ritrovino pieni di case ristrutturate ma vuote perché prive di tessuto sociale.

Partiamo da voi stessi: come siete entrati in contatto attorno al tema dell’auto-ricostruzione nel cratere del sisma?

Sara: Con Stefano e Simona ci siamo incontrati per la prima volta nel novembre 2016 a Fermo, a una piccola fiera post sisma dedicata all’edilizia (Riabita). Io era stata invitata a parlare di costruzioni leggere, naturali e loro erano interessati alla possibilità di auto-ricostruirsi la casa che si trova in condizione di inagibilità di tipo E, cioè un edificio che risulta inutilizzabile in ogni sua parte. Mi ricordo una frase che mi disse Simona: “se devo rimanere a Calcina e ricostruire non voglio più avere le pietre intorno a me”. Dopo poco tempo mi hanno chiesto di diventare il loro tecnico incaricato per seguire la pratica sisma, così mi sono iscritta all’elenco speciale dei professionisti abilitati.

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Malamente #14 (maggio 2019)

È in arrivo tra aprile e maggio il n. 14 di Rivista Malamente! Prenota le tue copie!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un numero speciale quello di maggio: oltre 100 pagine con tanti articoli e storie tra Camerino, Macerata, Ancona, Senigallia e Urbino, passando da Milano, Bologna e Torino.

Scriviamo con passione di quello che più dispiace al governo: migranti che non sono numeri ma esseri umani, insegnanti nei quartieri popolari che si prendono cura della scuola pubblica per costruire solidarietà di base, mutuo soccorso alimentare per le famiglie e femminismo che scende in strada e contrattacca per fermare le violenze di genere. Non mancano le recensioni di libri perché fermare l’overdose di social e mettersi a leggere la carta pensiamo che sia un gesto di libertà.

Allegate a questo numero troverete sette cartoline che abbiamo realizzato in collaborazione con le riviste Nunatak (Alpi occidentali) e Nurkuntra (Sardegna), disegnate da Aladin, Marco Bailone, Emma Bignami, Blu, Samuele Canestrari, Prenzy e Zerocalcare.

Si tratta di un’iniziativa di solidarietà in sostegno ai compagni e alle compagne recentemente arrestati/e a Torino e Trento perché amano (parecchio!) la libertà e per difendere quella di tutti/e noi che siamo fuori ma comunque prigionieri di un presente autoritario e becero che deve finire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come avere Malamente #14

Puoi sottoscrivere un abbonamento o ordinare già da adesso le copie (abbiamo disponibili anche gli arretrati!).
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  • 1 copia: 3 euro
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Sciare a tutti i costi. A due passi dal mare. Monte Catria: lo scempio dei nuovi impianti sull’Appennino marchigiano

In questi giorni sui social e sui giornali locali si fa un gran parlare dell’appena inaugurato impianto di risalita sul Monte Catria e del più generale progetto di ampliamento del comprensorio sciistico. Gli amministratori locali, le ditte appaltatrici e i gestori degli impianti e del rifugio gongolano nei loro selfie sorridenti su uno sputo di neve ormai mezza sciolta, sbeffeggiano un pugno di temerari ambientalisti che sono andati a contestarli e ripetono il ritornello dell’“investimento strategico” e del “progetto di sviluppo”. Noi, su Rivista Malamente (#13, gennaio 2019) abbiamo cercato di spiegare con un lungo e dettagliato articolo perché questi lavori sono un bel vantaggio per pochi (per quelli che vedono girare i quattrini), ma un grave danno per l’ambiente montano e per chi ha davvero a cuore la vita della montagna appenninica.

Che bello sciare sul Catria

 

di Luigi

Tutte le statistiche sono concordi: gli sciatori diminuiscono anno dopo anno e la neve sotto una certa quota di altitudine è sempre più scarsa. Eppure politici e amministratori dell’Appennino non si scollano da un modello di sviluppo dannoso e irragionevole, nell’assurdo tentativo di rilanciare l’economia montana ampliando il parco giochi dello sci di pista e degli impianti di risalita. Un modello che fa la fortuna di pochi imprenditori che possono speculare sui cantieri di lavoro e accaparrarsi sovvenzioni pubbliche. È quello che sta accadendo nel comprensorio del Monte Catria, a 1.700 metri, sull’Appennino nel nord delle Marche. Poco importa se le attrezzature resteranno inutilizzate e le ferite inferte alla montagna saranno difficili da rimarginare, per ora si pensa solo a spianare e livellare piste disboscando vaste porzioni di faggeta e a costruire impianti di risalita sempre più potenti e veloci. Noi pensiamo che la montagna non abbia bisogno di invasori equipaggiati all’ultima moda Decathlon che scivolano a testa bassa su e giù per i suoi pendii, ma di comunità che la vivano quotidianamente, in un’insanabile lotta contro leggi di mercato fatte a misura dell’economia cittadina.

Protesta dell’associazione Lupus in fabula, luglio 2018

Dalla “valanga azzurra” alla fine dello sci di massa

Fino alla scoperta illuminista e romantica delle Alpi, le alte quote sono sempre state un ambiente ignoto e pericoloso. Poi, da un lato gli scienziati hanno iniziato a esplorare e studiare il territorio, dall’altro scrittori e poeti vi hanno trovato i segni del bello e del sublime. Vengono così avviate le prime escursioni e, lentamente, si allargano le pratiche dell’alpinismo e dello sci. Il vero e proprio turismo montano nasce però solo a metà Ottocento, inizialmente come villeggiatura estiva per le famiglie della borghesia cittadina attirate dall’aria buona della montagna. Nel corso del secolo successivo si afferma gradualmente l’idea della vacanza durante la stagione invernale e lo sci, da semplice strumento di mobilità sulla neve dalle origini antichissime, diventa divertimento e sport, mentre fanno la loro comparsa i primi impianti di risalita.

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Malamente #13 (gennaio 2019)

Il numero 13 della rivista è in distribuzione.

Siamo pronti per ricevere le vostre richieste di copie, abbonamenti e – se volete – anche di arretrati!

La copertina e il primo pensiero con cui abbiamo aperto questo #13 non potevano che andare alla tragedia di Corinaldo: abbiamo partecipato ai momenti di ricordo e abbiamo provato a raccogliere in punta di piedi qualche riflessione a caldo.
Segue in anteprima un estratto dal libro di prossima uscita dell’amico e giornalista marchigiano Mario Di Vito, Dopo. Viaggio al termine del cratere in cui sono raccolti una serie di racconti e inchieste sugli ultimi due anni post-terremoto. Ad accompagnare le parole ci sono gli scatti di Giancarlo Malandra per Lo stato delle cose.
E poi come sempre tante storie di vita, difficili, di lotta e di speranza, da un territorio che solo in apparenza è dormiente. Consigli di lettura, riflessioni e storie d’altri tempi per scaldare questo inizio di 2019. Fateci sentire il vostro calore, cominciate a ordinare il numero della rivista!

Copertina 13

Copertina 13

Il gasdotto Rete Adriatica: un lungo serpente tra le faglie sismiche dell’Appennino (#8)

Il gasdotto Rete Adriatica: un lungo serpente tra le faglie sismiche dell’Appennino
Intervento di Francesco Aucone

Il gasdotto Rete Adriatica Brindisi-Minerbio è uno dei principali progetti di ampliamento della rete di trasporto nazionale di metano. Il suo tracciato attraversa l’intera penisola, dalla Puglia risale fino all’Emilia Romagna toccando dieci regioni, tra cui Abruzzo, Umbria e Marche, per una lunghezza complessiva di 687 km. Il condotto ha un diametro di 1,2 m e va interrato a 5 m di profondità, con una servitù di pertinenza di 40 m (20 m per lato) e una capacità di trasporto di 28 milioni di m3/giorno da Sud verso Nord, cioè dall’approdo di altri gasdotti provenienti dal mar Caspio (tra cui la ben nota Trans Adriatic Pipeline – TAP) fino a raccordarsi ad altre linee e raggiungere le destinazioni finali europee. Il tracciato complessivo si suddivide in cinque tronconi (Massafra-Biccari, Biccari-Campochiaro, Sulmona-Foligno, Foligno-Sestino, Sestino-Minerbio), il primo dei quali già realizzato e il secondo in cantiere, oltre a prevedere una centrale di compressione e spinta a Sulmona (AQ), con tutti i veleni connessi, estesa su 12 ettari di terreni agricoli a poca distanza dal centro abitato.

Il progetto presentato da Snam Spa nasce sulla carta nel 2004. Riconosciuto di pubblica utilità e anzi considerato infrastruttura strategica, inserita tra i progetti di interesse comunitario, è stato approvato dalle autorità predisposte grazie a procedure accelerate di autorizzazione, nonostante i malumori degli enti locali e le preoccupazioni degli abitanti dei territori attraversati e delle associazioni ecologiste. Il gasdotto infatti, che inizialmente era previsto lungo la costa adriatica ma a causa dell’elevato grado di urbanizzazione è stato spostato sui monti appenninici, interferisce con aree ad alto valore naturalistico, protette, sottoposte a vincolo paesaggistico o gravate da usi civici, la cui modificazione andrà a causare danni irreversibili a ecosistemi fondamentali per la conservazione della biodiversità. Il gasdotto, inoltre, solcherà numerosi torrenti, fossi e fiumi, con il concreto pericolo di incidere negativamente sull’assetto idrogeologico del territorio. Senza contare i potenziali rischi dovuti al fatto che i due tratti settentrionali del tracciato, da Sulmona a Sestino, attraversano in pieno zone a elevata sismicità, che si può manifestare con eventi di magnitudo anche elevata come accaduto con le ultime disastrose scosse del 2016.

Snam Rete Gas, interamente controllata da Snam Spa, progetta, realizza e gestisce le infrastrutture per il trasporto di gas naturale. È un’azienda privata, quotata in borsa, che macina profitti (per il gasdotto Rete Adriatica si stima una resa di 26,5 milioni di euro all’anno) e stacca bei dividendi agli azionisti. Da qualche anno nel suo logo non c’è più il cane a sei teste della Eni, che puzzava troppo di petrolio e sangue, ma un’anonima scritta su un rassicurante sfondo blu, così come la sua immagine di mercato è quella di azienda “sostenibile” e amica dell’ambiente. La propaganda industriale vende infatti il gas come combustibile pulito, al contrario di petrolio e carbone, protagonista della fase di transizione “verde” verso le rinnovabili: in questa logica è quindi interesse collettivo rendere il gas commercialmente appetibile investendo in nuove estrazioni, gasdotti, rigassificatori, senza riguardi per i costi ambientali immediati (per estrarre e portare il gas dalle profondità della terra al mercato di consumo) e per l’impatto sociale e geo-politico (sia lungo i tracciati che nei paesi “produttori” colonizzati dalle multinazionali dell’energia).

Il 2 aprile 2017 presso il Parco regionale di Colfiorito si è tenuto l’incontro nazionale “Gasdotti e terremoti. Diritti delle popolazioni e tutela del territorio”. In quell’occasione numerosi comitati e associazioni impegnati nella lotta contro il progetto di metanodotto Rete Adriatica hanno costituito il Coordinamento nazionale No Tubo che si propone di comunicare e diffondere le ragioni della protesta, collegandola al movimento salentino che si oppone alla realizzazione della TAP – Trans Adriatic Pipeline.

A Colfiorito il geologo Francesco Aucone ha tenuto un approfondito intervento, che qui riproduciamo in forma sintetica, incentrato sui rischi del gasdotto in relazione alla sismicità del territorio appenninico. Riteniamo che un’informazione adeguata, anche su alcune nozioni tecniche di base, sia importante per mettere in campo un’opposizione efficace. Ovviamente non sono solo le possibili conseguenze di un terremoto a giustificare la nostra avversione per quest’opera, che è dannosa in assoluto, necessaria a sostenere ed estendere la voracità del capitalismo tecno-industriale nella sua corsa al “progresso”, incurante dei territori martoriati che si lascia alle spalle. Colline e montagne già segnate da uno spopolamento che ha radici lontane, ulteriormente abbandonate dopo i recenti terremoti e l’evidente volontà di non-ricostruzione dei borghi montani, si apprestano a diventare una terra di nessuno non più da vivere ma solo da sfruttare, una “servitù di passaggio” per i flussi che alimentano l’economia delle merci e i lontani centri di potere economico e politico.

Non vogliamo quest’ennesima nocività industriale né nel nostro cortile né qualche chilometro più in là. A partire dallo spettro del terremoto ci proponiamo di approfondire il discorso su questa lotta: lo faremo sia in queste colonne che sui sentieri dell’Appennino.

Origine dei terremoti e sismicità dell’Appennino centro-settentrionale

Se guardiamo dall’interno il nostro pianeta vediamo che è un organismo dinamico, che presenta un continuo movimento tra i vari strati, un continuo scambio sia di energia che di materia. I terremoti, ormai lo sapete tutti, sono generati dalla cosiddetta tettonica delle placche, cioè il fenomeno che permette questi scambi tra la superficie terrestre e l’interno del pianeta. Oggi in realtà si parla di tettonica delle placche “polarizzata”, come il risultato della sovrapposizione di più fenomeni che indicano come la tettonica sia influenzata dalla rotazione terrestre. Le placche non sono omogenee, offrono una resistenza differente alla rotazione, oltretutto tra litosfera (la parte più esterna della Terra, l’involucro solido) e astenosfera (la parte di mantello subito sotto la superficie) c’è una superficie di scollamento e anche qui l’attrito non è omogeneo. Di conseguenza la litosfera è spaccata in queste placche di diversa grandezza i cui margini sono le zone dove si concentrano i terremoti.

Fig. 1 - Mappa delle placche tettoniche della Terra
Fig. 1 – Mappa delle placche tettoniche della Terra

 

L’Italia è al margine tra la placca euroasiatica e quella africana, se la osserviamo a una scala più grande essa è costituita da un insieme di microplacche. In particolare, la catena appenninica e l’ossatura della penisola sono caratterizzate dal margine tra la microplacca tirrenica e quella adriatica, che tendono ad avvicinarsi con uno sovrascorrimento della prima sulla seconda. In realtà si generano diversi meccanismi, dal momento che il lembo di crosta che sottoscorre lo fa più velocemente rispetto all’avvicinamento della placca tirrenica sull’adriatica. Senza entrare troppo nel dettaglio, questo vuol dire che sulla catena appenninica sono presenti tutti i differenti meccanismi focali, cioè i meccanismi che generano i terremoti: quello “distensivo”, a faglia diretta, specialmente nella parte occidentale, quello “compressivo”, a faglia inversa, specialmente nella parte orientale, e quello “trascorrente”, le cui faglie hanno una direzione all’incirca perpendicolare al percorso che dovrebbe fare il gasdotto.

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L’Albero Maestro. Una realtà di “pedagogia del bosco” a Urbino

Intervista di Luigi a Nicoletta e Serena [da Malamente #12, ottobre 2018]

La natura non è un posto da visitare. È casa nostra.
Gary Snyder

Il rapporto di molti bambini con l’ambiente naturale è oggi sempre meno diretto, spesso si riduce al palcoscenico di una gita domenicale o alla visita programmata in fattoria didattica, anche perché la quotidianità della vita urbana o semi-urbana ne cattura l’attenzione, loro malgrado, in un mondo di cemento, plastica ed elettronica. Nelle scuole d’infanzia, a parte rare eccezioni in cui qualche nonno è chiamato a piantare pomodori in giardino, si diventa per lo più abili a colorare le fotocopie di un albero senza uscire dai bordi, poco importa se non si è più in grado di riconoscere le piante attorno casa o se non si è mai sentito il profumo di un bosco d’autunno. Anzi, non è infrequente che le nuove generazioni, sempre più abituate a vivere in spazi chiusi, artificiali e igienicamente ipercontrollati, provino sensazioni di disagio quando sono chiamate a uscire dalla propria bolla per entrare in contatto con la materia organica, si tratti di camminare a piedi nudi sulla terra o bere latte appena munto.

Ma ci sono anche bambini e bambine che trascorrono le proprie giornate principalmente all’aria aperta, che sia estate o inverno, tra osservazioni e scoperte, esplorando in libertà il mondo esterno e le potenzialità della propria autonomia. Spesso si sporcano, ogni tanto si sbucciano un ginocchio. Non sanno cosa siano i “lavoretti” uguali per tutti/e e la curiosità è il motore della loro crescita. Li potete incontrare a spasso tra le campagne e i boschi delle Cesane di Urbino: sono i bambini e le bambine di Maestra Natura, un progetto educativo che è da poco entrato nel suo secondo anno di attività, rivolto, per ora, alla fascia uno-sei anni.

Nella sede che domina la vallata da dove, quando l’aria è tersa, lo sguardo può correre fino al mare, i bambini non sono oggetto di un trasferimento di competenze da parte degli educatori, ma soggetti di esperienze vissute, con buona pace di quei genitori ansiosi che i figli non imparino mai abbastanza per “essere pronti” all’ingresso nella scuola primaria, che è in primo luogo imparare a restare buoni e seduti fino al suono della campanella. Inoltre, lo stile educativo di Maestra Natura (e delle molteplici esperienze di outdoor education che si stanno sviluppando anche altrove, anche nelle Marche) non tiene conto solo della sfera cognitiva, perché imparare a gestire fin da piccoli le proprie emozioni e i rapporti umani con gli altri è altrettanto importante che imparare l’inglese e le tabelline e, probabilmente, è una buona strada per iniziare a costruire un futuro di migliore convivenza.

Su Malamente abbiamo già dato spazio a esperienze educative fuori dagli schemi oggi maggioritari, questa volta abbiamo intervistato Nicoletta e Serena, fondatrici ed educatrici dell’associazione L’Albero Maestro, al cui interno si sviluppa anche il progetto Maestra Natura.

Vi chiedo intanto di presentarvi. Da che percorsi personali siete arrivate all’apertura dell’associazione L’Albero Maestro e del progetto Maestra Natura?

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Malamente #12 – anteprima

È in arrivo a ottobre il #12 di Malamente! Come a ogni appuntamento, grazie a chi sostiene la rivista, la legge e la fa leggere in giro per l’Italia. Per ordinare la/le copie o abbonarsi tutte le info qui.

In anteprima ecco alcuni assaggi degli articoli del numero #12 in uscita.


manifestazione liberi di fare senigallia disabilità

Libere e liberi di fare. La lotta contro le discriminazioni e per l’autonomia delle persone con disabilità nelle Marche e in Italia
Incontro Elena e Chiara in un caldo pomeriggio estivo, nel centro di Senigallia però c’è movimento, tanti turisti e ragazzi in vacanza che passeggiano. Guardano con stupore e un pò di imbarazzo le due ragazze che sto intervistando…


Falconara Marittima raffineria
Contro la raffineria di Falconara. L’intervento e la posizione dei comitati
Intervista di Sergio Sinigaglia a Loris Calcina
Secondo me quello che è cambiato dal 1999 è il rapporto di questa città con l’Api…

pesaro manifestazione contro alternanza scuola lavoro
Dalla parte di Lucignolo.
Inchiesta sugli scenari di alternanza scuola-lavoro nel territorio delle Marche
Di Vittorio
“Forse andrebbe chiesto ai ragazzi cosa piacerebbe fare come lavoro, se poi si mandano a fare un lavoro che non piace, poi non viene nemmeno retribuito e quindi è proprio una schiavitù…”


asilo nel bosco urbino


L’Albero Maestro. Una realtà di “pedagogia del bosco” a Urbino

Intervista di Luigi a Nicoletta e Serena
Ci sono bambini e bambine che trascorrono le proprie giornate principalmente all’aria aperta, che sia estate o inverno, tra osservazioni e scoperte, esplorando in libertà il mondo esterno e le potenzialità della propria autonomia.


La riappropriazione delle arti, delle scienze, dei mestieri

Di Bertrand Louart
Ci piace che teoria e prassi avanzino insieme, per non rischiare di trovarci a convivere con professori incapaci di allacciarsi le scarpe e praticoni che non alzano lo sguardo dalla propria vanga. Per questo riteniamo necessario orientare il recupero delle capacità di autogestione delle proprie vite all’interno di un consapevole processo di trasformazione sociale.

illustrazione marmo samuele canestrari
Marmo
Disegni e testi di Samuele Canestrari
“[…] Ero al verde. i miei nonni, mio padre, sono operai. Tornato al capannone mi è sembrata la cosa giusta da fare. Ho sentito la necessità di condividere nuovamente questo luogo e così ho scritto MARMO.”


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“Fellini è vivo e lotta insieme a noi”

8 settembre 2018

L’immensa ruota luminosa sul lungomare di Rimini improvvisamente si accende al rosso dei fumogeni nella notte del sabato sera. I lounge bar regalano, senza accorgersi, aperitivi ai dimostranti, mentre un pianista nel dehor di una piadineria intona Bella Ciao. E un corteo improvvisato alza i pugni e le bandiere, stretto a panino tra polizia e caramba. Questo il finale della giornata di sabato a Rimini.
Oggi siamo contenti, ma anche incazzati e vi spieghiamo perché.
Siamo contenti perché il presidio antifascista in piazza Fellini è stato una giusta intuizione tattica: l’antifascismo militante è anzitutto l’abilità di ridurre fino a eliminare la capacità operativa dei fascisti. Dunque, anche dimezzare il percorso della loro oscena sfilata con la nostra presenza fisica ha avuto un senso.
Siamo contenti anche perché abbiamo scoperto che i lacci di solidarietà e collaborazione tra generazioni e collettivi di diversa provenienza geografica funzionano. La quantità è purtroppo scarsa ma non la qualità.
Siamo contenti, infine, perché la determinazione paga sempre, anche se per una volta non si prendono le botte che ti regalano la copertina, ma si dimostra lo stesso coraggio.
Siamo però incazzati perché i fascisti di Forza Nuova hanno fatto comunque una mezza sfilata a Rimini cercando di ritagliarsi una fetta di spazio alla corte del sovranismo di governo. Il miliardario compare degli stragisti Fiore, in crisi di consensi, deve perfino scagliarsi sugli scudi degli amici sbirri per ravvivare la sua immagine di capo. Peccato che i suoi sappiano picchiare, possibilmente in gruppo, soltanto persone indifese: la sceneggiata degli “scontri” risulta patetica.
Siamo incazzati perché alla città di Rimini, tutta concentrata sul rituale preserale di un sabato di fine estate, non glien’è fregato nulla né degli uni né degli altri, tanto che il giorno dopo qualche giornalista di bassa lega è riuscito a fare notizia per due scritte sui muri, senza accorgersi dei quasi duecento fascisti che hanno tentato di fare la passerella in città.
Il finale è comunque una risata felliniana. La nostra fiducia nella spontanea passione del popolo è alla base dell’arte della rivolta.
Viviamo tempi difficili. Il peggio, forse, verrà. Ma gli antifascisti e le antifasciste saranno ancora in piazza con Fellini.

E alla faccia di chi ci vuole male, per sdrammatizzare, vi regaliamo anche il Pagellone Antifascista.

I fasci in fondo al viale: 0. Togliete le bandiere che non vi vediamo.
Elicottero della polizia in volo radente: 2. Ottimo bersaglio per i bengala; apriamo il crowdfunding per un RPG.
Le torce nautiche: 3. Come cazzo s’accendono?!
Cani poliziotto: 4. Nostalgia dei punkabbestia.
Quello dei petardi tra i piedi: 5. Non dategli mai una boccia in mano.
Il pianista di Bella Ciao: 6. Compagno bella vita.
L’umarello di Belluno in bicicletta: 7. Abbandona la comitiva di pensionati salviniani e finalmente trova i compagni, “che io ho fatto il Sessantotto!”.
Compagno con elmetto e maschera antigas: 8. Anche l’occhio vuole la sua parte.
La chiatta sul Rubicone: 9. Traghetta di soppiatto compagni e compagne su piazzale Fellini in barba alla digos.

“I bibliotecari non fanno mai un cazzo…”. Appunti provocatori di inchiesta su biblioteche e condizioni del lavoro culturale nelle Marche (#11)

Intervista di Vittorio a Tommaso Paiano, bibliotecario

da Malamente #11 (giugno 2018)

Tommaso, Biblioteca Travaglini, Fano (PU), 2006
Tommaso, Biblioteca Travaglini, Fano (PU), 2006

“Mi chiamo Tommaso Paiano, ho quarant’anni e faccio il bibliotecario, guadagno settecento euro di stipendio e non mi bastano per arrivare alla fine del mese”. Così mi sono presentato qualche anno fa in una riunione, quando le cooperative che gestiscono i servizi bibliotecari a Fano invitarono lo psicologo del lavoro per un confronto con l’obiettivo di facilitare le relazioni con i lavoratori. Sostanzialmente fino a oggi la dimensione critica è rimasta la stessa dal punto di vista del reddito, cioè della garanzia di un salario adeguato che questo lavoro non riesce a generare. È chiaro che il bibliotecario non ha come contropartita solo lo stipendio. Un lavoro culturale ha anche altre gratificazioni sociali, simboliche e professionali perché è un lavoro di relazione, non soltanto con i libri ma soprattutto con le persone. Nella mentalità italiana sopravvive ancora questa immagine del bibliotecario come di un lavoratore che ha relazioni con i libri. In realtà se in una biblioteca ci passano molte persone tu attivi rapporti principalmente con loro e il libro rimane solo uno strumento della comunicazione, della condivisione e dello scambio.

Ci puoi dire qualcosa del tuo passato?

Sono uscito vivo dagli anni ’80 salentini segnati da lavoro sottopagato, emigrazione e fiumi di eroina e per tutti gli anni ’90 ho militato nei gruppi anarchici e libertari bolognesi. Non facevo altro dalla mattina alla sera. In quel periodo ho messo su, tra l’altro, piccole esperienze editoriali indipendenti, perché come ben sai in qualsiasi gruppo politico studi, ti documenti; non puoi fare politica pensando di non usare gli strumenti della mediazione culturale. Forse una delle mie attività più costanti è stata proprio quella della produzione di pamphlet e opuscoli con l’idea della costruzione di una “biblioteca anarchica della rivolta”, che doveva essere lo spazio della documentazione dei militanti.

Come passi dalla città alla provincia?

Nel 2002 vado via da Bologna e mi allontano dall’attivismo di gruppo; arrivo così nelle Marche con il bisogno di raccogliere le idee e vedere cosa fare, anche pressato dalla necessità di lavorare. Nel decennio precedente avevo fatto circa quaranta lavori diversi, conosciuto e preso pizze in faccia da quaranta padroni diversi; mi ero tolto d’altronde anche tante soddisfazioni, perché erano stati anni vissuti precariamente ma per scelta. Se avessi voluto fare soldi avrei potuto tranquillamente tenermi uno dei tanti lavori che trovavo solo per sbarcare il lunario. Questa situazione però a un certo punto è diventata pesante e non avendo le spalle coperte da nessuno, mi sono dovuto organizzare per rimediare un reddito più stabile. Il lavoro più decente, più decoroso o meno infame mi è sembrato quello del bibliotecario. Per questo mi sono messo a studiare il funzionamento delle biblioteche; da studente universitario ci ero andato centinaia di volte ma non pensavo che il bibliotecario potesse essere un lavoro.

Quindi che succede?

All’inizio, con l’amico e compagno [Luigi ndr] che poi ha seguito il mio stesso percorso la mettevamo sul ridere, pensando che in fondo il nostro tentativo di lavorare in biblioteca fosse solo un modo per strappare un salario senza faticare troppo. Vedevamo le biblioteche come un mondo pieno di imboscati, impiegati là dentro più per ragioni di reddito che di professione e di impegno culturale. Dopo qualche mese dall’avvio dei nuovi studi universitari di biblioteconomia però ci siamo resi conto che le biblioteche e la professione erano anche altro e ci potevano interessare anche per ragioni di attivismo politico e culturale.

Con queste premesse Luigi si è messo a studiare il circuito delle biblioteche anarchiche e libertarie italiane e internazionali mentre io, a Fano, ho preso i contatti che ci avrebbero portato a inaugurare l’Archivio-Biblioteca Travaglini. Quando siamo entrati la prima volta non ci credevamo, c’era un bordello totale, trent’anni di storia documentaria anticlericale e anarchica della città accatastati. Oggi, dopo un lavoro di fino è diventata una vera biblioteca con tutti i requisiti di funzionamento e di servizio. Il problema semmai è stato ed è averci il tempo, le forze, i soldi per la gestione ordinaria, ma dal punto di vista organizzativo è una cosa fatta con le tecniche migliori che sono disponibili in Italia. Confesso anche che con Luigi ci siamo fatti delle buone bevute di birra artigianale mentre allestivamo gli schemi di classificazione della saggistica anarchica.

Biblioteca Travaglini, Fano (PU)
Biblioteca Travaglini, Fano (PU)

E in quel momento ti sei trovato nel contesto delle Marche, della crisi e dei tagli alla spesa pubblica…

Sì, da una parte ci siamo costruiti un percorso bibliotecario consapevole, scelto senza pressioni, né di reddito né militanti, cioè la pressione del movimentismo per cui devi fare delle cose a tutti i costi. Ci siamo dati il tempo di costruire pezzo pezzo tutto quello che era necessario perché doveva durare. Ormai sono passati dodici anni da quando abbiamo messo piede dentro la biblioteca Travaglini. Nel frattempo ho dovuto però lavorare di sera nei ristoranti senigalliesi e poi anche in un’azienda informatica. Mi hanno licenziato dall’azienda per motivi economici in piena crisi nel 2011. Allora sono stato spinto definitivamente a cercare un impiego nelle biblioteche, che in fondo era quello che desideravo. Appena ho iniziato da salariato in biblioteca sono stato coinvolto a tempo pieno anche dall’associazione professionale dei bibliotecari italiani e così ho avuto modo di conoscere un po’ meglio la realtà di questi servizi. Leggendo dei documenti recenti della Regione Marche la situazione oggi non è molto diversa da sette anni fa, ma solo apparentemente poiché, tanto per citare due dati a caso, laddove la delibera n. 1036 del 2017[1] conta 264 “sportelli pubblici al cittadino” e 791 operatori presenti nella piattaforma digitale di gestione, posso tranquillamente affermare che non è vero, poiché le biblioteche funzionanti e soprattutto i bibliotecari sono molti, ma molti meno, e nella maggior parte dei casi irrilevanti, sia dal punto di vista amministrativo che culturale.

Negli ultimi venti anni la cultura da campo di lotta politica per l’egemonia è diventato un settore legato all’intrattenimento e oggi ci sono due nuovi discorsi pubblici, uno che da sinistra vede la cultura come bene comune e l’altro, da destra, come moltiplicatore di rendite. Manca la tua originaria passione che interessa anche a noi di Malamente, cioè la cultura come forza di emancipazione. Nelle Marche tra le due idee di cultura, di “destra” e di “sinistra”, la cultura come emancipazione dove si trova?

Come dicevo prima, con Luigi scherzavamo sui bibliotecari che non facevano un cazzo, ma seriamente per noi la cultura e i libri ci servivano perché l’emancipazione passava e passa da questi strumenti. Un’emancipazione intesa anche come riscatto da condizioni materiali ovvio, sennò non ha senso. Oggi come oggi, nell’ambito istituzionale non c’è molta consapevolezza di questo. Non ci sono dibattiti, discussioni articolate sulle biblioteche, non solo nelle Marche ma non ci sono da nessuna parte in Italia. Ci sono delle situazioni in cui se ne discute ma sempre in modo un po’ filantropico e missionario. La vulgata è: siccome l’Italia è un paese di analfabeti funzionali i servizi culturali servono a rimettere dritta la barra, perché sennò l’ignoranza fa diventare la gente delle bestie. Si sa che i bassi consumi culturali ti portano a vivere una vita esposta alle patologie, esistono persino pubblicazioni che mostrano una correlazione tra consumi culturali e diminuzione delle malattie. Al momento, quindi, la discussione più interessante che c’è è quella che affronta l’analfabetismo funzionale, condotta in sostanza da “benestanti” che si occupano un po’ paternalisticamente dei poveri, ma non ci sono poveri che con il coltello tra i denti rivendicano biblioteche e servizi per cacciarsi fuori dai guai, per emanciparsi appunto! E forse è anche per questo motivo che la politica ignora quasi completamente i discorsi dei bibliotecari.

Quindi il tuo non è il mestiere più bello del mondo?!

Sia chiaro, io ci tengo a fare delle mie giornate di lavoro dei momenti di grande impegno e attenzione alla cura delle persone che mi ritrovo davanti. Possono essere immigrati, disoccupati, intellettuali, anche gente ricca che deve risolvere un problema e viene da me e chiede una consulenza. La biblioteca è un posto aperto a tutti, può entrare chiunque. A me piace avere questa cosa qua, ma a questo punto è bene che ti metta in evidenza almeno un paio di aspetti molto critici: il primo è che quando non sei appagato, non hai il riconoscimento sociale delle cose che fai, finisce che non hai mai un incoraggiamento ad andare avanti… e la mancanza di riconoscimento sociale porta un po’ alla volta a deprimersi; il secondo invece è che manca drammaticamente il reddito per potere organizzare delle cose fatte bene. Quello che guadagno a Fano non mi basta e devo andare sistematicamente a trovare altri lavori, passando così molto tempo a cercare di arrotondare a fine mese invece di occuparmi delle persone che avrebbero bisogno di cura, cioè delle cose che so fare.

Altro che emancipazione allora!

Infatti, penso che l’indicatore migliore dello stato dei lavori culturali nelle Marche, ma che possiamo anche generalizzare a tutta Italia, sia la condizione dei lavoratori culturali e non, come a molti piace credere, la “bellezza” del patrimonio nazionale. Il lavoratore è scontento e infelice se non ha la possibilità di fare quello che ha in testa. E se è infelice non riesce a lavorare per migliorare la situazione. Molto spesso non riesce neanche a lavorare per l’emancipazione di se stesso, figuriamoci per gli altri. D’altronde secondo me non è, e non deve essere, un missionario! La cosa è molto schietta: se il lavoratore dice “ho uno stipendio, ho delle garanzie e delle tutele, so che se mi ammalo sto a casa e poi posso tornare a portare avanti i miei progetti”. Se io faccio un certo tipo di lavoro con il mio pubblico ho anche la possibilità di verificare se le persone imparano delle cose, crescono, migliorano.

Resta sotto traccia nelle tue parole lo scontro con chi vede la cultura come “patrimonio” sia a destra che a sinistra. C’è chi lo vuole usare per alimentare le clientele e chi lo vuole privatizzare in senso vero e proprio. Ma c’è anche chi vorrebbe riportare questo patrimonio nelle mani di chi ne è il vero proprietario, cioè tutti noi. Ci sono state nel passato delle lotte o delle forme critiche per attivare dei processi di riappropriazione del patrimonio culturale?

No, la situazione in realtà è alla rovescia, cioè stiamo perdendo progressivamente quello che abbiamo. Provo a spiegarmi: a Fano sotto certi punti di vista facciamo un bel lavoro, anche più fortunato che altrove, però attenzione, se ti concentri solo nel dettaglio della tua città tutto ti può sembrare spiegabile ma poi quando ti confronti con altre realtà vedi luci e ombre.

Biblioteca Travaglini, Fano (PU)
Biblioteca Travaglini, Fano (PU)

Puoi farci qualche esempio?

A Pesaro recentemente c’è stata l’assegnazione dell’appalto dei servizi della Biblioteca pubblica San Giovanni a una cooperativa che ha fatto un’offerta con un ribasso economico pazzesco. Inoltre, già solo leggendo il capitolato potevi renderti conto che il Comune aveva messo in conto una riduzione dell’impiego di personale, in una struttura che è stata il fiore all’occhiello delle biblioteche italiane negli ultimi quindici anni! Una bellissima biblioteca inaugurata nel 2002, con la direzione in mano all’amministrazione pubblica e la gestione dei servizi affidata a personale esterno e cooperative. Per molti anni i lavoratori delle cooperative hanno vissuto decorosamente con contratti di lavoro comprensivi di tutti i vantaggi che questi comportano. Oggi però hanno tutti più di quarant’anni e a un certo punto nel 2017 il Comune che fa? Pubblica un bando di gara mettendo in conto, in pratica, di fare pagare ai lavoratori il ridimensionamento dei servizi. La cooperativa che subentra dice “ok, vi prendo tutti con la clausola sociale” che è stata inserita dai sindacati per salvare il salvabile. A chi aveva un tempo pieno settimanale propongono un contratto dimezzato: “se vuoi continuare a lavorare qua adesso ti offro solo venti ore di lavoro”. Ci sono colleghi che si sono messi in terapia dallo psicologo. Insomma, se la biblioteca modello sta facendo questa politica significa che c’è qualcosa che sta cambiando profondamente e che stiamo perdendo il controllo non solo del patrimonio ma di noi stessi.

E a Fano?

A Fano la biblioteca è stata inaugurata nel 2010. Quando, nel 2011, sono arrivato tramite le cooperative facevo delle collaborazioni occasionali, poi mi hanno fatto un contratto a progetto e infine il contratto a tempo indeterminato di ventotto ore settimanali. In una città di oltre 60.000 abitanti dovresti avere almeno trenta bibliotecari, cioè un bibliotecario ogni 2.000 abitanti, a tempo pieno; in realtà attualmente siamo in quindici, a tempo parziale. Questo significa che i lavoratori non sono nelle condizioni di lavorare, non dico per la riappropriazione del patrimonio culturale o l’emancipazione sociale di tutti, ma neanche per una piccola porzione di città in maniera efficace. Per tornare un attimo su Pesaro, questa città secondo me si è andata allineando alla situazione di Fano; ma se parli con gli amministratori fanesi ti dicono che non è vero, perché rispetto al 2012 hanno speso nell’ultimo appalto qualche soldo in più per coprire le spese del personale esternalizzato, che però come abbiamo visto rimane estremamente precario e insufficiente a coprire i fabbisogni dei cittadini.

E veniamo Senigallia…

Senigallia è una città che può tutt’al più giustificare camerieri, baristi e lavapiatti, con una discreta fetta rigorosamente in nero. Altra gente non ne vogliono più, è una città a terziario arretrato, dove vige uno stile di lavoro legato a una cultura di cinquant’anni fa. Mare, collina e ristoranti. Non a caso prospera un festival scadente come il Summer Jamboree. La cultura vive un provincialismo legato a traiettorie passate mentre il mondo va altrove.

I nostri figli tra qualche anno che tipo di lavori troveranno a Senigallia? Dove potranno studiare e documentarsi? Sono domande che implicitamente stanno alla base anche di una ricerca sociale che ho curato insieme a Roberta Montepeloso, realizzata da marzo a settembre 2017, voluta con determinazione dalla direzione della Biblioteca Antonelliana e finanziata, questo bisogna riconoscerlo, dal Comune[2]. I risultati ci hanno dimostrato che i cittadini hanno un’immagine della biblioteca come ambiente piacevole, accogliente, spazio di incontro per la comunità ma chiedono l’aggiornamento della raccolta, la riorganizzazione dello spazio, l’offerta di progetti formativi per tutti e per tutto l’arco di vita. Ma cosa fa il Comune? Sostanzialmente nulla, a parte organizzare eventi di intrattenimento per i famosi turisti. E non è accettabile che solo la direzione della biblioteca e i bibliotecari sentano il bisogno di curare l’eredità di una struttura che è viva e che ha una sedimentazione storica incredibile. Nessun pazzo ti dice che la biblioteca di Senigallia non serve a niente, tutti ammettono che è una cosa pubblica che mantiene una sua reputazione e un riconoscimento sociale, ma da parte dell’amministrazione non c’è né un supporto economico né una pianificazione degna di questo nome.

La cittadella dei saperi, Senigallia 2018
La cittadella dei saperi, Senigallia 2018

Qualche forza politica vi ha cercato per discuterne?

In realtà, a partire dallo stesso sindaco, tutti hanno ignorato la ricerca forse perché non capiscono neanche di cosa parla. E questo secondo me è un sintomo del vicolo cieco in cui si è cacciata la sinistra istituzionale che perde consensi dappertutto. Certamente esiste un’incapacità diffusa a elaborare una visione ampia del mondo della cultura in special modo in questa fase digitale, dove da una parte spadroneggiano aziende multinazionali e dall’altra il potere decisionale pubblico è affidato ad amministrazioni obsolete; evidentemente quando non parliamo di boogie-woogie le cose si fanno molto più complicate anche sul piano politico. 

Secondo te ci sono dei margini per costruire una iniziativa pubblica di rivendicazione nel vostro settore? Vedi degli spiragli da cui può uscire qualche sorpresa nelle Marche?

Su Fano e su Pesaro direi che la rivendicazione principale potrebbe essere il diritto alla biblioteca per tutti i cittadini e il riconoscimento del tempo pieno ai lavoratori, partendo dal presupposto che la loro serenità, la loro opera autenticamente cooperativa, porterebbe vantaggi a tutta la comunità, dal punto di vista culturale, educativo, ludico. Su Senigallia invece niente esclude che si possa intavolare un dibattito pubblico che a partire da una eredità e una percezione del servizio consolidata e positiva, avanzi una critica all’urbanistica e all’architettura della città: la biblioteca è un lavoro malfatto, privo di visione storica, realizzato negli anni ’90 del Novecento, quindi molto recentemente, con una impostazione ottocentesca. Si può benissimo senza investimenti esagerati rinnovare la cittadella dei saperi anche sul versante della sostenibilità ambientale, dello spreco di energia, perché così com’è oggi è un insulto alla ragione ecologica. Si può fare leva sui bisogni della fascia di età dei cittadini tra i 25 e i 40 anni, cioè lavoratori, precari, disoccupati, genitori, che dall’indagine sull’impatto della biblioteca emergono come coloro che esprimono delle esigenze complesse e una consapevolezza abbastanza profonda dell’importanza di un servizio pubblico bibliotecario come articolazione del welfare. A differenza degli studenti, che in questa fase storica non sembrano in grado di esprimere una visione innovativa e avanzano delle aspirazioni molto basse. Questo discorso penso possa essere generalizzato in quasi tutte le biblioteche della regione. Ma ci sono anche sfide più grandi da ingaggiare…

Ecco, quali sono le sfide più grandi secondo te?

Da bibliotecario credo che in questo momento la questione digitale sia davvero prioritaria, con tutto il portato di innovazione e spossessamento che ha in sé. Il digitale non è solo un insieme di manufatti che funzionano con un codice binario, ma un modo di produzione che ridefinisce la vita sociale, le identità, i rapporti di forza, i rapporti di proprietà. Per fare un esempio: tutti si prendono cura della propria casa, dell’automobile, dei terreni agricoli ma in pochi si preoccupano della loro proprietà intellettuale, generata dal semplice motivo che la società digitale ci ha reso tutti potenzialmente produttori di opere dell’ingegno, che prima erano prerogativa solo di scrittori, ricercatori, artisti, grafici, fotografi ecc. Creiamo quotidianamente un sacco di beni e relazioni online che lasciamo in mano a poche aziende, che li mercificano a scopo privatistico sulle loro piattaforme, ma ci impegniamo molto meno a costruire dei beni comuni digitali, un patrimonio pubblico digitale. Stefano Rodotà fino all’ultimo ha cercato di metterci in guardia dalla sottovalutazione di Internet, sostenendo la necessità di democratizzarne i processi che al momento sono sempre più regolati da Stati invadenti e imprese prepotenti. La questione ovviamente non può essere rimessa solo alle decisioni delle corti costituzionali ma dobbiamo e possiamo intervenire dal basso indicando soluzioni e orizzonti meno distopici possibile. I bibliotecari, ad esempio, dovrebbero battersi sempre di più per costruire una conoscenza dichiaratamente libera dalle gabbie del diritto d’autore esclusivo, oppure per garantire il possesso collettivo e l’accesso agli enormi patrimoni culturali di pubblico dominio, fuori da ogni sorta di privilegio amministrativo; se convertita da analogico in digitale questa ricchezza potrebbe consentire un riuso popolare, per l’edificazione di una rete Internet più densa di senso, ecologica, ragionata. I bibliotecari potrebbero promuovere, inoltre, l’autodifesa digitale intesa come pedagogia hacker e capacità di gestire la privacy, i dati, i conflitti e i flussi informativi minacciati sia da forme di sorveglianza e censura statale in nome della sicurezza che dalla invadente profilazione commerciale.

Foto di Gabriele C. dal carcere di Pesaro, 2015. Concorso Storie da MAB, 3. ed. (editing di redazione)
Foto di Gabriele C. dal carcere di Pesaro, 2015. Concorso Storie da MAB, 3. ed. (editing di redazione)

Un impegno enorme quindi!

Si, fin troppo! Forse è più semplice intanto invocare il “Quinto stato”, come lo chiamano i nostri amici Beppe Allegri e Roberto Ciccarelli, per ottenere almeno un reddito di base incondizionato! Infatti, se noi pensiamo di attivare delle politiche di riscatto a partire da una mobilitazione per il patrimonio culturale stiamo perdendo tempo poiché il problema alla fine non sono i libri di carta o digitali o i muri della biblioteca ma le relazioni che si stanno smarrendo. Quelli che lavorano nel settore sono invecchiati, i dipendenti pubblici hanno in media oltre i cinquantacinque anni e sono trattati malamente come tutti coloro che si aggirano in questo ambito; è vero, ci sono giovani bibliotecarie e bibliotecari molto motivati provenienti dalle cooperative, ma come ho detto prima, sono strozzati dalla precarietà e non riescono ancora a strutturare un discorso collettivo e ampio di rivendicazione. A livello nazionale ci sono dei gruppi e delle associazioni professionali abbastanza combattive ma qui nelle Marche al momento non c’è nessuna forma di militanza e di attivismo sindacale. Eppure, almeno per cominciare, la nostra condizione meriterebbe un’inchiesta più approfondita, un libro bianco, per svelarne la sostanza.

[1] L.R. n. 4/2010 e Delib.G.R. n. 708/2017 – Approvazione del progetto per la riorganizzazione e gestione del sistema bibliotecario regionale nel passaggio di funzioni tra Province e Regione Marche e dello schema di convenzione con gli Enti partner.

[2] La cittadella dei saperi. Ruolo e valore sociale della biblioteca comunale Antonelliana, Senigallia, 2018. http://www.comune.senigallia.an.it/scarica/La_cittadella_dei_saperi_2018.pdf

Territori in subbuglio. Storie di ZAD e No Tav (#11)

Da Malamente #11 (giugno 2018)
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Presentazione di “Contrade. Storie di ZAD e No Tav”
Intervento di Mauvaise Troupe

Cartina della ZAD

A febbraio 2018 abbiamo ospitato alcuni membri del collettivo Mauvaise Troupe e delle edizioni Tabor per le due tappe marchigiane del tour di presentazione del libro “Contrade”, a Urbino (in collaborazione con la Libera Biblioteca De Carlo) e Senigallia (presso lo Spazio sociale Arvultura). Nel libro ci si interroga su concetti complessi: territorio, popolo, autonomia, in relazione alle esperienze di lotta e di vita della Valle NoTav e della ZAD, la “Zone à défendre” sorta nei pressi di Nantes per impedire la costruzione di un contestato aeroporto.
La ZAD ha visto nascere una comunità umana in secessione dal capitalismo, una comunità aperta, fatta di abitanti originari e di nuovi arrivati che, nonostante percorsi e metodi differenti, si cercano gli uni con gli altri per progettare insieme il proprio futuro, facendo a meno dell’aeroporto “e di tutto il suo mondo”.  La dimensione di una lotta radicata e di lungo corso ha permesso al movimento di aprire uno spazio e un tempo dai quali estromettere le dinamiche del denaro e delle merci, per sperimentare nuove forme di convivenza.
Ma l’aver dimostrato che si può ben vivere senza banchieri e poliziotti è un esempio troppo pericoloso per il potere. Un pubblico ministero torinese sosteneva che il progetto Tav andasse portato fino in fondo non tanto per la sua utilità, ma per riaffermare l’autorità dello Stato (chiamata “democrazia”) di fronte a una valle ribelle. Sulla stessa logica, il governo francese ha ritirato definitivamente il progetto di aeroporto a gennaio 2018, ma non potendo permettersi di lasciare la vittoria agli zadisti, appena arrivata la primavera ha inviato le truppe per sgomberare l’area. Mentre scriviamo queste righe, la violenza dell’operazione di polizia ha distrutto molti luoghi di vita della ZAD e ferito, anche gravemente, diversi occupanti, ma zadisti e zadiste hanno saputo resistere e si stanno riorganizzando. A loro tutta la nostra complicità e solidarietà.

La Route des Chicanes. Foto di ValK
La Route des Chicanes. Foto di ValK

Di come un movimento ha fermato una “grande opera”

Il libro che presentiamo è costruito sulle parole di chi ha preso parte alla lotta No Tav e alla lotta contro l’aeroporto a Notre-Dame-des-Landes; per fare una giusta presentazione avremmo dovuto portare qui e far parlare tutte le persone che hanno lottato. Ma le edizioni Tabor sono una piccola casa editrice e non hanno i mezzi per affittare dei pullman… allora cercheremo noi di fare del nostro meglio.
Parleremo soprattutto della ZAD perché pensiamo che la lotta No Tav sia da voi già abbastanza conosciuta e, soprattutto, perché dopo cinquanta anni di lotta contro questo progetto di aeroporto finalmente il mese scorso siamo arrivati a vincere. Vittorie come queste non sono vittorie che capitano tutti i giorni. È vero che avevamo già avuto in Francia delle vittorie contro altri progetti di questo tipo, ma spesso erano conseguenti all’elezione di un candidato che aveva nel suo programma l’abbandono del tale progetto. Al contrario, alla ZAD di Notre-Dame-des-Landes abbiamo vinto contro tutti i governi. Ed è per questo che è così importante raccontare questa vittoria, è per questo che abbiamo fatto questo libro e stiamo facendo questi incontri.

Il progetto di aeroporto è nato negli anni Settanta e i primi a opporsi, quella che possiamo chiamare la prima componente della lotta, sono stati i contadini. Ma non sono contadini qualunque, nella regione della Loira atlantica esiste da molto tempo una tradizione di sindacalismo rivoluzionario. La loro azione all’interno della lotta ha avuto due caratteristiche principali: sono molto numerosi ed estremamente determinati. Partecipano alle manifestazioni con i loro trattori, che hanno sempre messo in prima linea di fronte alla polizia e per difendere le occupazioni dagli sgomberi. Grazie ai loro trattori siamo riusciti a fare le più belle barricate dal Sessantotto a oggi!
Di fronte a questa iniziale opposizione dei contadini il governo ha messo il progetto sotto il tappeto per circa trent’anni, fino agli anni Duemila. Quando è stato ritirato fuori è apparsa una nuova componente della lotta, quella dell’associazionismo “civico”, la cui principale azione è stata di portare avanti un sacco di ricorsi giuridici contro il progetto e questo ha permesso al movimento di guadagnare tempo per organizzarsi. Un’altra conseguenza dell’azione di questa componente è stata di dividere il fronte nemico, nello specifico il partito socialista dai movimenti ecologisti.
Passano gli anni e arriviamo al 2008, quando gli abitanti della zona si rendono conto che molte case all’interno del perimetro previsto per l’aeroporto sono ormai vuote, alcuni proprietari sono infatti morti, altri sono andati via e lo Stato ha comprato queste case.
Un piccolo gruppo chiamato “Gli abitanti che resistono” ha riflettuto su come sarebbe stato impossibile difendere un territorio vuoto e ha quindi lanciato un grande appello a venire ad occupare queste case, che è stato subito raccolto da molte persone, specialmente giovani che dalle città sono andati lì a occupare. Si è formata così la terza componente del movimento, cioè gli occupanti. Questa componente ha contribuito a costruire anche lo stile della ZAD, con l’occupazione delle case, la costruzione di case sugli alberi e ai bordi delle strade, portando inoltre nel movimento delle pratiche radicali come il sabotaggio e l’azione diretta.

Sulla Route des Chicanes, 2013. Foto di Valk.
Sulla Route des Chicanes, 2013. Foto di Valk.

Nel 2012 il governo ha avuto un’idea geniale. Ha pensato bene di sgomberare proprio questa componente di giovani occupanti, pensando che gli altri abitanti della zona non li avrebbero difesi, che non avrebbero solidarizzato. Poi ha avuto una seconda idea geniale: nel paese di Asterix e Obelix, ha chiamato l’operazione di sgombero ed espulsione “operazione Cesare”. Non possiamo garantire che il responsabile della comunicazione del governo abbia ancora il suo posto di lavoro oggi…!
Sono arrivati sul posto 1.200 poliziotti per distruggere le case, ma la resistenza è stata molto forte, con lanci di pietre, barricate e con tutto quello che il movimento di occupazione è riuscito a mettere in campo. Sui media, ovviamente, c’è stata una criminalizzazione parlando di “selvaggi” e “terroristi”, ma se in altre circostanze questo mostro mediatico fa paura e crea divisioni, nel nostro caso è stato esattamente l’opposto. Immediatamente, in tutta la Francia, si sono creati oltre duecento comitati di sostegno e, soprattutto, le altre due componenti della lotta, i contadini e le associazioni civiche, hanno assolutamente solidarizzato con gli occupanti.

I primi scontri sono durati qualche settimana. Il movimento non era ancora molto strutturato e organizzato ma aveva un piano: a un mese dall’intervento di sgombero avrebbe organizzato una grande manifestazione per la rioccupazione. All’epoca non si sapeva bene cosa volesse dire una “manifestazione per la rioccupazione”, ma poi le cose hanno preso forma e ampiezza e a questo appuntamento sono arrivate 40.000 persone, che in una radura nella foresta al centro della ZAD hanno costruito una sorta di villaggio di capanne. Le strutture erano state prefabbricate e messe sui trattori per raggiungere la radura, ma c’era talmente tanto fango che per i trattori era impossibile raggiungere il centro della foresta e così tutti i materiali sono passati attraverso una catena umana lunga centinaia di metri, mano dopo mano, ed è stato costruito questo superbo villaggio.
Dopo questo dispiegamento di forze da parte del movimento, la polizia ha ancora cercato di attaccarci, ma invano. Anzi, a partire da quel momento e almeno fino a oggi, la polizia non è mai più riuscita a entrare nella ZAD. Questa vittoria è l’inizio di quello che è un po’ diventato il mito della ZAD come zona di non-diritto, di libertà.

Trattori verso Nantes, 2016. Foto di Valk
Trattori verso Nantes, 2016. Foto di Valk

Dal 2012 in poi ci sono stati molti episodi, non possiamo raccontarli tutti ma ne citiamo giusto un paio. Nel 2014, in risposta a una nuova minaccia di sgombero, è stata organizzata una manifestazione al centro di Nantes: 60.000 persone, 500 trattori e scontri di un’intensità che raramente si è vista in Francia. Dopo la manifestazione il governo ha fatto decadere la minaccia di sgombero, non sappiamo se perché c’erano così tante persone o per l’intensità degli scontri.
Le varie componenti del movimento hanno però prodotto delle analisi molto diverse tra loro. Per i giovani un po’ agitati quello è stato il momento più bello della loro vita, mentre chi doveva spiegare ai propri vicini perché era stato saccheggiato il centro di Nantes ha avuto qualche difficoltà… Dopo questa manifestazione è stato impossibile andare di nuovo tutti insieme al centro di Nantes.
Ma la bellezza del movimento è che invece di dividersi e fare ognuno le proprie azioni, si è cercato di trovare altre modalità per stare tutti insieme. E così nel 2016, di fronte a una nuova minaccia di sgombero, sono state occupate la tangenziale e l’autostrada che porta a Nantes, in particolare il ponte di passaggio sulla Loira. La resistenza è durata fino all’intervento della polizia, ma anche in quel caso il governo si è infine ritirato.

Poi il governo ha messo in campo la sua ultima arma, far “parlare il popolo”. Ha organizzato un referendum, limitato alla sola dimensione territoriale in cui era sicuro che avrebbe vinto, e infatti il Sì all’aeroporto ha vinto al 55%, ma la sera di questa cosiddetta vittoria del Sì c’è stata una scena formidabile: i giornalisti sono andati al quartiere generale del movimento aspettandosi di trovare gente triste e in lacrime, in realtà hanno trovato centinaia e centinaia di persone che urlavano “Resistenza! Resistenza!”.
Dopo il referendum sono arrivate dal governo nuove minacce di espulsione, per tutta risposta ancora 40.000 persone sono tornate a manifestare sulla ZAD facendo un gesto allo stesso tempo poetico e guerriero. Tutti hanno piantato un bastone sul terreno come in una sorta di giuramento: oggi lo piantiamo, se ci sarà uno sgombero torneremo a riprenderlo.

I bastoni della rivolta, 2016. Foto di Valk
I bastoni della rivolta, 2016. Foto di Valk

In seguito c’è stata l’elezione di Macron, il quale ha annunciato che il 17 gennaio 2018 avrebbe dichiarato se il progetto di aeroporto era ancora valido o meno. Per noi il solo fatto di dire che si sarebbe pronunciato era già una vittoria, visto che c’era stato il referendum. Il 17 gennaio abbiamo atteso queste dichiarazioni tutti insieme alla biblioteca della ZAD, con decine di giornalisti da Francia e mezza Europa, alla fine la decisione del governo è stata l’abbandono del progetto. Per raccontare un po’ lo stile e l’impertinenza del movimento, quando è arrivata la notizia, dal faro che sovrasta la biblioteca è stato aperto uno striscione con semplicemente cinque lettere: “Et Toc!” [“Tiè!”]. La cosa più divertente è stata al telegiornale della sera il giornalista che domandava al primo ministro che cosa volesse rispondere a questi zadisti che vi dicono “tiè!”? E, soprattutto, la sua faccia…

C’è vita alla ZAD

Dopo aver ripercorso a grandi linee la storia della lotta, io cercherò di spiegare cos’è e cosa facciamo alla ZAD. Il territorio è lungo dieci chilometri e largo due, sono quasi duemila ettari, con una sessantina di luoghi di vita, case e costruzioni di vario tipo dove abitano sia nuovi occupanti sia i contadini che sono rimasti. Siamo circa in duecento, in realtà oggi sono molti di più gli occupanti rispetto ai contadini. Quella che si vive lì è una dimensione inedita, cioè un territorio in secessione, una zona di non diritto dove gli sbirri non entrano dal 2013. Quando lo Stato o i giornalisti parlano di ZAD è proprio per denunciare lo scandalo di una zona che per loro costituisce un buco nella mappa francese, un buco nella mappa del potere, a pochi chilometri da una città di 400 mila abitanti come Nantes. Dal nostro punto di vista, al contrario, non è un buco ma un pieno. È una concentrazione di legami, densi, perché la battaglia del 2012, che è durata un mese, ha creato legami molto forti tra occupanti, contadini e gente dei comitati, legami che sono rimasti nella vita comune e quotidiana, molto diversi da quelli che si vedono “normalmente” altrove. E poi una zona di non diritto vuol dire la possibilità di accogliere persone che hanno problemi con la giustizia, così come i migranti, e permette di fare costruzioni senza chiedere permessi e autorizzazioni.
In Francia si dice spesso che il territorio è di chi l’abita, in realtà alla ZAD questo non è vero, il territorio appartiene infatti a un intero movimento e non solamente a noi occupanti. Abbiamo due principali assemblee mensili, l’assemblea di lotta e l’assemblea degli usi in cui parliamo dell’utilizzo del territorio, cioè di cosa fare di un campo o di una casa rimasta vuota, di come organizzare i cantieri comuni ecc.: a queste assemblee partecipa tutta la gente del movimento che può quindi decidere insieme a noi abitanti che cosa fare di questo territorio. Ovviamente non difendiamo solo un “uso” del territorio, ma un tipo di condivisione, Ad alcuni parlare di “comune”, nel senso della Comune di Parigi, o almeno ci proviamo…

La torre-barricata Bison Futé, 2016. Foto di Valk
La torre-barricata Bison Futé, 2016. Foto di Valk

La ZAD è una zona agricola, coltiviamo e condividiamo il cibo. Su alcuni prodotti possiamo dire di essere autosufficienti, come sulle patate, cipolle, cereali, grano saraceno e anche sul latte, abbiamo un gregge di mucche del movimento. Dal 2013 si è formato un gruppo che si chiama “Semina la tua ZAD”, composto di occupanti e di contadini vicini, che si occupa della rotazione delle colture, dei lavori comuni sui campi, di produrre la farina al mulino comune. Alla ZAD abbiamo due forni e produciamo il pane cinque volte alla settimana, oltre alle galettes bretonnes, che sono una specialità locale a base di grano saraceno, la base tradizionale dell’alimentazione tradizionale della zona.
Il pane è a prezzo libero. La cosa significativa, però, non è tanto il prezzo libero, ma l’uso del denaro che si fa ZAD. Sarebbe un’ipocrisia dire che rifiutiamo il denaro, nel senso che alla ZAD non circolano soldi, in realtà i soldi ci sono ma è il loro uso che cambia rispetto al solito: per noi il denaro non deve essere mezzo per deresponsabilizzarsi dalla vita comune, non è che pagando si è a posto rispetto al lavoro comune. Pago, se posso e voglio, ma ci vuole anche il mio aiuto per far funzionare tutto. E tutto quanto si basa sulla fiducia reciproca, non si fa un conto aritmetico dei servizi che si danno e che si ricevono, ma complessivamente si riesce a trovare un certo equilibrio (e quando non si trova, le cose non funzionano).

Anche la produzione di cibo per noi è parte della lotta. Non cerchiamo l’autarchia, ma esattamente l’inverso, cioè la circolazione, l’estendere la potenza della ZAD e non separare il vivere e il lottare. Un anno fa abbiamo creato una rete di approvvigionamento con i contadini della regione. Se c’è una manifestazione, un picchetto di sciopero o qualche iniziativa da qualche parte carichiamo il cibo in un furgone che si apre da tutte le parti, con tutto il necessario per cucinare e andiamo lì. Le galettes bretonnes degli zadisti sono ormai diventate famose. Abbiamo potuto mettere in piedi questa rete perché nel 2016 c’è stato in Francia un movimento di protesta molto forte contro la Loi travail che ci ha permesso di conoscere molte persone e soprattutto ci ha fatto incontrare i sindacati, che sono diventati una quarta componente della lotta contro l’aeroporto. Alcuni lavoratori della ditta incaricata della costruzione hanno scritto un testo bellissimo, dicendo “noi non siamo mercenari”, non andiamo a fare l’aeroporto sulle rovine delle vostre vite e hanno lanciato un appello agli altri lavoratori perché nessuno vada a costruire quell’aeroporto.

Cantiere di costruzione, 2017. Foto di Valk

Alla ZAD di attività organizzate ce ne sono molte: abbiamo una biblioteca, una radio (Radio Klaxon) che si prende anche dall’autostrada che passa lì vicino, uno studio di rap, un’officina meccanica, una forgia, un birrificio, una serigrafia, una carpenteria e molte altre cose. La carpenteria è importante perché il lavoro sulla legna è rappresentativo del modo di essere della ZAD. Un gruppo già da tempo ha incominciato a interessarsi ai boschi e ha imparato tutto il lavoro sulla legna, dalla scelta dell’albero fino al taglio e alla produzione delle assi da costruzione. È stato anche organizzato un cantiere scuola di carpenteria tradizionale, dove ottanta carpentieri hanno costruito un grande capannone, senza motoseghe, senza elettricità; l’hanno chiamato Hangar de l’avenir (Hangar del futuro), anche se nessuno poteva sapere il destino di questa costruzione, sarebbe potuta rimanere distrutta da uno sgombero in qualunque momento. Ovviamente gli alberi vengono anche ripiantati. La prima volta che sono andata alla ZAD per me è stata una sorpresa vedere questa gente molto giovane e con l’incombere di minacce quotidiane di sgombero che progettava il territorio a lungo termine, perché dovranno passare almeno due generazioni prima di poter tagliare quel rovere appena piantato. Ma è così, progettandoci il futuro, che si difende un territorio.

Oggi che abbiamo vinto dobbiamo capire come mantenere questa intensità. Ci si può preparare e immaginare la vittoria per molto tempo, ma quando arriva è differente. Sappiamo che la posta in gioco è storica. Sappiamo che possiamo essere una retrovia per altre lotte, per la città di Nantes, ma essere una retrovia, con i mezzi materiali, non è il solo obiettivo della ZAD. Oggi si sta aprendo un nuovo fronte, quello della battaglia sulle terre, perché lo Stato potrebbe vendere i terreni a diversi proprietari spezzettando e spaccando l’unità del territorio che fa la nostra forza. C’è quindi l’idea di dar vita a un’entità comune che possa avere, anche giuridicamente, la gestione delle terre, una sorta di vetrina legale per continuare a fare tutte le attività che abbiamo sempre fatto. Vedremo… di certo per riuscire a strappare questo bisogna per prima cosa mantenere i nostri rapporti di forza con lo Stato e, a oggi, le minacce di sgombero sono sempre presenti.

Zad against the machine
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