Perché opporsi alla tirannia tecnologica

Ad uso delle giovani generazioni.

Di Pièces et Main d’Oeuvre

Nel 2015 il gruppo Pièces et Main d’Oeuvre (che in realtà non si definisce né “gruppo” né “collettivo”, ma atelier di bricolage e di cui abbiamo già pubblicato un contributo su Malamente #15) è stato invitato a una discussione pubblica organizzata da studenti di Grenoble a partire da alcune domande: “che cosa hanno gli smartphone di così speciale da monopolizzare la nostra attenzione? L’uso di internet avvicina le persone o le allontana? Quando l’utilizzo di nuove tecnologie diventa eccessivo e dannoso per la salute (fisica e mentale)? Perché i giovani sono i più colpiti da tutto questo?”. Abbiamo tradotto la traccia del loro intervento perché ci sembra che senza tanti giri di parole descrivano efficacemente la perdita di autonomia e di libertà in cui siamo immersi, talvolta senza rendercene conto. In conclusione trovate anche una loro breve presentazione. Se volete seguire le attività del gruppo o ordinare il loro catalogo date un’occhiata al sito www.piecesetmaindoeuvre.com oppure contattateli direttamente (BP 27 – 38172 Seyssinet-Pariset). Intanto proviamo a contrastare i nostri tempi, ad aprire spazi di autonomia e a individuare i responsabili della “tirannia tecnologica”!

Sono passati alcuni anni da quanto a una conferenza alla FNAC [libreria] di Grenoble, Didier Marsacq, ricercatore al CEA (Commissariato per l’energia atomica) specializzato in micropile a combustibile per cellulari, dichiarava: “certamente, queste pile costeranno più care rispetto a ricaricare un telefono da una presa elettrica, ma il nostro target sono gli adolescenti, immaturi e meno razionali, e pensiamo che saranno attratti dalla tecnologia senza fili” (individuato per il suo senso del commercio, questo ricercatore è stato successivamente reclutato dal gruppo Sogeti come direttore commerciale per le vendite di soluzioni di cybersicurezza).

“Perché i giovani sono i più colpiti?” Perché i ricercatori vogliono che le loro invenzioni fruttino, gli industriali vogliono vendere sempre più gadget ai consumatori, i pubblicitari e gli addetti al marketing vi hanno identificato come i perfetti ingenui. Guardate come disprezzano i vostri diciassette anni. Vi piace essere dei “target” nel loro mirino?

Oltre alla vostra supposta “immaturità”, i venditori giocano sul fatto che voi non avete conosciuto che un mondo di chincaglieria elettronica. Ignorate come si possa vivere senza smartphone, computer, internet e altri dispositivi (in attesa dell’ultimo iWatch di Apple, senza il quale si vive bene lo stesso, non trovate?). Non avete l’età per poter paragonare la vita di prima (meno di vent’anni fa) e quella di oggi. Soprattutto, come vivreste senza queste tecnologie, nel mondo di queste tecnologie? Sareste informati della prossima serata senza uno smartphone? Senza Facebook? I vostri amici vi darebbero appuntamento senza Whatsapp? Osereste dire a scuola che non avete uno smartphone? O cercare un lavoro d’estate senza essere raggiungibili in ogni momento? Difficile, a meno di sopportare sarcasmi, incomprensioni, rifiuti.

Sapete come noi che lo smartphone e internet ci sono imposti. Per vivere nell’e-mondo, insieme ai suoi contemporanei, ognuno deve essere equipaggiato di interfacce di connessione. Altrimenti è come nuotare sott’acqua senza bombola d’ossigeno.

Ciò non è accaduto naturalmente. Voi non siete nativi digitali per via di un processo spontaneo, ma per volontà di Didier Marsacq e dei suoi colleghi, ingegneri, ricercatori, industriali, commercianti. La generazione dei vostri genitori, che è cresciuta in un altro tipo di mondo, non ha mai avuto voce in capitolo su questa rivoluzione. Nessuno l’ha consultata per sapere se desiderasse precipitare in un mondo digitale e se questo nuovo mondo gli sembrasse più invidiabile di un altro. Al contrario, il “techno-gratin” [insieme dei pezzi grossi della ricerca e dell’amministrazione, i cui legami determinano e sostengono lo sviluppo tecnologico] preoccupato di possibili opposizioni, ha messo in campo delle procedure per evitare ogni rifiuto (lo smacco degli OGM gli aveva insegnato la prudenza).

Non si tratta di rispondere ai bisogni reali, ma di trovare degli sbocchi redditizi per una tecnologia: “quando un concetto appare in rottura o avanti rispetto ai tempi lanciamo degli esperimenti che consistono nell’immergere degli individui in un ambiente futuro simulato, così da realizzare dei test di utilizzo. I prodotti progettati appaiono in questo modo maggiormente sensati per gli utilizzatori”. Così si presenta l’Idea’s laboratory del CEA-Minatec [www.ideas-laboratory.com; si tratta di un complesso dedicato alle micro e nano tecnologie, situato a Grenoble]. Un laboratorio in cui ricercatori, sociologi, designer, artisti, si domandano quali prodotti tecnologici potrebbero essere accettabili per la popolazione. Esempio: degli occhiali a “realtà aumentata”? È un nostro urgente bisogno? No, certamente. Ma i manipolari dell’Idea’s Lab ce lo vogliono vendere e hanno i mezzi per farcelo accettare, per acclimatarci a mutazioni tecnologiche che non abbiamo richiesto.

Secondo voi, che cosa cambia maggiormente le nostre vite: il colore del partito politico al potere o internet? Il mondo cambia perché abbiamo questo o quell’altro politico o perché l’informatica e le reti permettono di fare delle transazioni finanziarie globali alla velocità della luce? Avete capito che la tecnologia è politica fatta con altri mezzi, i più efficaci in effetti.

La politica, in democrazia, è affare di tutti. A ogni cittadino è richiesta la sua opinione negli affari collettivi. Non avendo mai deciso collettivamente di vivere in un mondo digitale, accelerato, iperconnesso, possiamo dire che stiamo vivendo sotto una tirannia tecnologica.

Per voi questa vita è normale. Gli animali nati allo zoo ignorano che potrebbero correre nella savana e per questo non soffrono – si pensa – a essere allevati in cattività. E voi? Di che cosa ignorate di soffrire?

Vi si dice che le nuove tecnologie sono “neutre”, né buone né cattive, e che bisogna solamente evitare il “cattivo utilizzo” o il loro uso “eccessivo”. Questa menzogna non resiste a un mini questionario:

1) Chi decide che un utilizzo sia buono o cattivo, e per chi? In quali circostanze?
2) Si possono salvaguardare gli utilizzi buoni ed eliminare quelli cattivi?
3) Si è mai riusciti, una volta in tutta la storia delle tecnologie, a eliminare i supposti cattivi utilizzi?

Risposta: la tecnologia è sempre buono e cattivo utilizzo. La tecnologia è ambivalente: ora buona, ora cattiva. Pretendere di distinguere è voler separare le due facce di una stessa medaglia. Questa è una banalità che però va ribadita senza sosta, tanto la propaganda è insistente.

E adesso la vera questione: in cosa la tecnologia (e tutti i suoi usi) cambia il mondo, le nostre vite, i nostri corpi, la nostra relazione con lo spazio e il tempo, con gli altri, con noi stessi? Internet e lo smartphone accelerano la vita sociale, fino a rendere estenuanti le giornate di lavoro (essere raggiungibili in ogni momento, rispondere immediatamente, fare dieci cose contemporaneamente, etc.) sopprimendo ogni tempo “morto” in cui si poteva ancora riflettere, avere delle idee, pensare per sé. La continua sollecitazione dall’esterno (ho ricevuto un messaggio? perché non mi risponde? cosa stanno facendo i miei amici? che succede altrove?) ci priva del legame vitale con la nostra interiorità. Da questa perdita derivano molte patologie individuali e sociali: depressione, sofferenza sul lavoro, sentimento di vuoto, suicidio, dipendenze, violenza etc.

Le nuove tecnologie ci separano dai noi stessi, ma fanno anche da schermo nei confronti del mondo reale, sensibile. Ci impediscono di comprendere la realtà con i nostri sensi, le nostre capacità di analisi. Con il naso sul GPS o sulle mappe dello smartphone non sappiamo più leggere il paesaggio, né orientarci nello spazio. La protesi elettronica ci mutila delle nostre facoltà. E che importa, direte voi: io, appunto, ho la mia protesi tecnologica! Ma quando si guasta, quando avete finito la batteria, quando perdete il vostro aggeggio tecnologico: panico generale. Siete del tutto dipendenti. E nemmeno lo specialista in tossicodipendenze potrà risolvere il problema.

Ma, ancor più grave: state perdendo il gusto dell’autonomia. Il piacere naturale di cavarsela contando sulle proprie forze (e l’aiuto degli amici). Per noi, studenti, non c’è maggiore soddisfazione di esser capaci di pensare e agire da soli. I vostri genitori hanno cercato di incoraggiarvi a diventare individui autonomi. Ma viviamo nell’epoca della “nomofobia” (paura incontrollata di rimanere sconnessi dalla rete di telefonia mobile), l’epoca in cui vivere sei mesi senza internet è una tale prodezza che merita un libro [si veda: Thierry Crouzet, J’ai débranché: comment revivre sans internet après une overdose, Parigi, Fayard, 2012]. La perdita di autonomia è irreparabile, visto che facilita il compito dei manipolatori, venditori di gadget e imbroglioni politici, amputando il nostro spirito critico, la nostra capacità di dire “no”. Le chiacchiere infestano internet, non solamente perché internet accelera la loro diffusione, ma perché domandando tutto a Google perdiamo l’abitudine di giudicare da soli. Ecco perché la “scuola digitale” è anche un crimine contro il pensiero.

Noi abbiamo scritto dei libri per illustrare le distruzioni delle nuove tecnologie: danni all’ambiente e alla salute, controllo generalizzato e perdita di libertà, etc. Vogliamo ora attirare la vostra attenzione su due punti in particolare:

1) Al di là di smartphone e internet, le nuove tecnologie occupano molti altri campi. Dai microchip elettronici RFID che invadono ogni centimetro del quotidiano e fanno del nostro ambiente un mondo-macchina pilotabile a distanza, ai robot che ci rimpiazzano in quasi ogni aspetto delle nostre vite, passando per i primi cyborg e i primi “organismi viventi artificiali”, un mondo nuovo si prepara senza di noi. Il suo carattere principale: l’eliminazione dell’umano. Ci stiamo trasformando in “oggetti comunicanti”, il mondo di domani sostituisce il governo degli individui con l’amministrazione delle cose.

2) La vostra generazione conoscerà gli effetti del cambiamento climatico, causato dalle “nuove tecnologie” degli ultimi cento anni (automobili, industrie, agricoltura industriale etc.).

Ma non è questo il solo lascito delle generazioni precedenti. In ciascuna di esse ci sono stati dei refrattari che hanno rifiutato di lasciarvi queste ferite. Queste minoranze hanno perso, in generale, ed è il loro scacco – e la potenza dei loro nemici – che ha così disfatto questo mondo. Avevano contro di loro i forsennati dell’industrializzazione, come quel presidente di industrie chimiche che strillava: “le generazioni future non ci daranno problemi, faranno come hanno fatto tutti!”.

Voi non siete responsabili del mondo che vi abbiamo lasciato, ma siete responsabili di quello che lascerete. Ci si dice che bisogna “vivere nel proprio tempo” (cioè che non abbiamo scelta). Noi pensiamo che il coraggio, oggi come ieri, sia di vivere contro il proprio tempo.

Persone della vostra età, nel maggio Sessantotto, avevano scritto: “Spegnete la tele, scendete in strada”.

Noi vi diciamo:

Gettate i vostri schermi, scendete in strada.
Lasciate la realtà virtuale per la vita reale.

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Pièces et Main d’Oeuvre: una breve presentazione

Pièces et Main d’Oeuvre, atelier di bricolage per la costruzione di uno spirito critico a Grenoble, è attivo dall’autunno 2000 con diverse modalità d’azione: inchieste, manifestazioni, riunioni, libri, volantini, manifesti, opuscoli, interventi sui media e su internet, etc.

Pièces et Main d’Oeuvre non è il nome di un collettivo, ma di individui politici. Noi rifiutiamo il pensiero politicamente corretto del gregarismo, che accorda valore solo a ciò che viene detto “collettivamente”, per ridurlo a conformismo, a pigrizia e a incapacità, nell’anonimato del gruppo. Non sollecitiamo persone “che facciano parte”, vogliamo invece allearci ogni volta che sia possibile e necessario, con altri che “facciano” per loro stessi.

Come rifiutiamo di identificarci con gli anonimi, quelli che non hanno mai la parola, così rifiutiamo di metterci sul piano dello specialismo tecnico, cioè quello stratagemma del sistema per depoliticizzare le prese di decisioni e spossessare i membri della società della loro responsabilità politica. Il rifiuto riguarda anche i “contro-esperti”, ovvero la trappola del sistema tecnico per infiltrare e ricondurre le opposizioni alla tirannia tecnologica.

In breve: pensiamo che la tecnologia – non le sue “derive” – sia l’aspetto fondamentale dell’odierno capitalismo, dell’economia planetaria globalizzata. La tecnologia è la continuazione della guerra, cioè della politica, fatta con altri mezzi. Se la polizia è l’organizzazione razionale dell’ordine pubblico – della città – e la guerra un atto di violenza per imporre la propria volontà agli altri, questa razionalità e questa violenza si fondono e culminano nella tecnologia. La tecnologia è il fronte principale della guerra tra chi ha il potere e chi non lo ha, quello che comanda gli altri fronti. Ogni innovazione tecnologica comporta infatti, a cascata, un peggioramento dei rapporti di forza tra sfruttati e sfruttatori su tutti i livelli.

Quanto alla nostra pratica, sappiamo che non si vince sempre con la forza numerica delle masse, ma anche che non si vince mai senza di loro e ancora meno contro di loro. Nessuno, ad oggi, ha trovato altri mezzi di trasformare le idee in forza materiale, e la critica in atti, che la convinzione delle larghe masse.

Noi sosteniamo che le idee siano decisive. Le idee hanno delle ali e delle conseguenze. Un’idea che vola di cervello in cervello diventa una forza d’azione irresistibile e trasforma i rapporti di forza. È per prima cosa una battaglia d’idee che noi, senza potere, lanciamo al potere, quindi dobbiamo essere innanzitutto produttori d’idee. E per produrre idee facciamo leva per prima cosa sulla critica sociale, alimento e condizione primaria, sebbene insufficiente, di ogni azione.

Se la critica impiega ogni mezzo, è l’inchiesta che li rende disponibili. Se siamo riusciti a seminare qualche dubbio, ad esempio sulle nanotecnologie e le tecnologie convergenti, sulla biometria, la tecnologia RFID e le neurotecnologie, sugli smartphone e ciò che vi è correlato, sulla distruzione del territorio e la cannibalizzazione operata dal sistema tecnico sull’ecosistema, lo abbiamo fatto a forza di inchieste, di continui contributi scritti e di interventi in occasione di eventi.

Una critica di cui possiamo enunciare alcuni tratti fondamentali.

Anticipare. Contestare prima piuttosto che a cose fatte. Essere offensivi piuttosto che sulla difensiva. Fare la differenza concentrandosi sui punti deboli piuttosto che girare attorno alle ovvietà. Studiare i sintomi attuali per risalire alla radice dei mali. Portare delle prove, lasciando al sistema il compito della sua difesa. Non denunciare mai le malefatte senza denunciare i malfattori. Non rispondere alle loro manovre diversive e di recupero. Non abbandonare mai la battaglia contro le necrotecnologie.

Speriamo che a Grenoble e altrove si moltiplichino i critici e le loro inchieste, che leghino il locale al globale, il concreto all’astratto, il passato al futuro, il particolare al generale, per demolire la tirannia tecnologica ed elaborare da tecnopoli a tecnopoli una conoscenza e una resistenza comuni.

 

Malamente #16 (dicembre 2019)

Copertina Malamente 16

Malamente #16 (dicembre 2019) è fresco di stampa!

Pubblichiamo qui l’editoriale del numero e siamo pronti per ricevere le vostre richieste di copie, abbonamentie – se volete – anche di arretrati!

Dall’alto delle montagne si vede più lontano

Dedichiamo la copertina di questo numero alla solidarietà internazionale, con una foto che ritrae un momento della manifestazione dello scorso ottobre ad Ancona in appoggio alla popolazione curda del Rojava che sta resistendo all’attacco dell’esercito turco. Lo facciamo perché siamo con chi non si chiude nel piccolo mondo provinciale, ma allarga gli orizzonti fino alla solidarietà attiva con popoli più o meno lontani e ci ribolle il sangue per qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo, tanto più che dalle Marche la solidarietà con i fratelli e le sorelle curde con una prospettiva sociale e culturale rivoluzionaria è sempre stata forte e generosa.

Sempre sull’internazionalismo, ma partendo dal quotidiano, presentiamo la ricca esperienza della scuola autogestita di italiano per stranieri Penny Wirton di Senigallia: un metodo efficace per insegnare la lingua e una nuova rete di relazioni umane in costruzione.

Negli ultimi mesi sono stati diversi gli appuntamenti a cui abbiamo partecipato, unendoci, tra l’altro, ai mille scarponi che hanno solcato gli Appennini centrali, dal monte Catria ad Accumoli: territori che la speculazione vorrebbe sottoporre alla cura del “progresso” distruttivo portando miseria sociale e ambientale. Da una parte il disboscamento massiccio per aprire nuovi impianti sciistici (ne abbiamo parlato su Malamente #13), dall’altra la ricostruzione post-terremoto che diventa il progetto di un resort di tre piani e di una lunga striscia d’asfalto in uno degli ultimi posti di montagna ancora incontaminata. Su questa rivista abbiamo più volte richiamato l’attenzione sulla necessità che i territori montani smettano di essere considerati spazi periferici a completa disposizione della macchina da soldi metropolitana e riconquistino la propria centralità come ambienti di vita; visto che ci sembra importante ribadirlo lo facciamo di nuovo, anche su questo numero, con la traduzione di un altro articolo di Miguel Amorós.

A proposito di terremoto, sono ormai passati tre anni dalle scosse del 2016 e il bilancio dall’area del “cratere” è tristemente noto: ricostruzione materiale ferma al palo, peggioramento delle condizioni economiche e di vita sociale, progressivo spopolamento, sfiducia generalizzata (alcuni interessanti dati di analisi sui processi sociali ed economici che stanno interessando i territori dell’Appennino marchigiano li ha resi noti il Gruppo di ricerca T3 e li trovate sul blog di Terre in moto).

Invertire la rotta, ricostruire comunità che tornino a vivere un territorio autonomo e libero non è semplice e soprattutto non è compatibile con l’ordine statale e mercantile vigente. Se poi ci mettiamo anche il devastante progetto del gasdotto Snam che ha già iniziato a solcare l’Appennino, la situazione è ancora più drammatica; non per questo gliela daremo vinta, anzi, con un articolo dall’Abruzzo proviamo a raccontare i percorsi della mobilitazione popolare contro i petrolieri e i loro amici al governo.

Sempre di petrolio si tratta quando scendendo verso la costa adriatica ci occupiamo nuovamente della malsana raffineria API di Falconara. Mentre il movimento Fridays ForFuture sta crescendo sui territori delle nostre province, vogliamo fornire alle nuove attiviste e attivisti alcuni elementi di approfondimento contro questa industria miliardaria e nemica del clima, con un’intervista a chi la combatte da tempo.

In questo numero raccontiamo anche di un aspetto misconosciuto dell’Accademia di Belle Arti di Urbino, ovvero i suoi stretti legami con l’Arma dei Carabinieri (prossimamente ci sarà una presentazione della rivista proprio all’Accademia, speriamo di uscirne senza le mani dietro la schiena…) e alcune storie di evasione dal supercarcere di Fossombrone con le sempre utili lenzuola annodate, sbarre segate e così via che fanno sempre bene all’umore!

Infine, abbiamo letto per voi il recente libro di Goffredo Fofi, L’oppio del popolo. L’autore, generoso ed esperto attivista in campo sociale e culturale, denuncia un’industria culturale che è diventata un settore centrale dell’economia del nostro paese ma che appare come una macchina priva di anima, creatività e coerenza. Invece di aprire le menti con il senso critico, offusca e allontana le persone dalla passione per l’agire collettivo. Ci siamo chiesti insieme a lui e a tanti altri ed altre se sia possibile, e in che misura, un’iniziativa culturale e pedagogica rivoluzionaria all’interno della scuola, istituzione ufficiale per la riproduzione dell’ideologia dominante, o se le speranze vadano ormai riposte al di fuori dei canonici luoghi di trasmissione del sapere. La risposta… sul prossimo numero!

50 anni fa. Dicembre 1969 – dicembre 2019

Le commemorazioni hanno sempre qualcosa di retorico, eppure ci aiutano a scandire il tempo passato e a non perdere la memoria storica. Un po’ come i compleanni, facciamo finta che non ci interessino ma poi li festeggiamo lo stesso. Nel dicembre 2019 si conteranno cinquant’anni esatti dalla strage di piazza Fontana e dall’assassinio dell’anarchico Giuseppe Pinelli. Una data che oggi, nell’anniversario, ricordano un po’ tutti: la famiglia Pinelli, gli anarchici, perfino quelle istituzioni che vorrebbero trasfigurare la “strage di Stato” in “ricorrenza di Stato”. Nelle Marche vi invitiamo a seguire le attività del coordinamento “Jesi per Pinelli” del quale fa parte, insieme a molte altre soggettività individuali e collettive, il Centro studi libertari Luigi Fabbri.

Dicembre 1969

Venerdì 12 dicembre 1969: una bomba collocata alla Banca nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, provoca 16 morti (poi saliranno a 17) e oltre cento feriti. Un’altra viene ritrovata inesplosa alla Banca commerciale di Milano, in piazza della Scala. Altre tre scoppiano a Roma, provocando alcuni feriti: una alla Banca nazionale del lavoro e due all’Altare della patria.

È l’inizio della “strategia della tensione”: una strategia che aveva lo scopo di creare in Italia uno stato di tensione e una paura diffusa nella popolazione. Individuare i colpevoli a sinistra faceva buon gioco per alimentare condizioni politiche e psicologiche tali da giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario e, così, mettere fine all’ondata di lotte sociali del 1968-’69. La mente sono i servizi segreti, gli alti ufficiali dell’esercito, diversi esponenti delle forze politiche di governo, il braccio sono alcuni militanti di organizzazioni neofasciste. Seguiranno altre bombe, altri morti, altre stragi: Gioia Tauro (1970), il treno Italicus (1974), piazza della Loggia (1974), la stazione di Bologna (1980), con la minaccia sempre incombente di un colpo di Stato reazionario (piano Solo del 1964, tentato golpe Borghese del 1970).

In quel dicembre 1969, come da copione, polizia, giornali e opinione pubblica borghese identificano immediatamente i colpevoli negli anarchici. In molti vengono fermati, tra questi Giuseppe Pinelli, invitato a seguire sul suo motorino una volante per degli accertamenti in questura.

Il 15 dicembre viene arrestato l’anarchico Pietro Valpreda («la bestia che ci ha fatto piangere» per i giornali), innocente, resterà in carcere tre anni. Pinelli, dopo tre giorni di fermo, viene fatto precipitare dal quarto piano della questura di Milano, dalla finestra della stanza dove venivano condotti gli interrogatori, l’ufficio del commissario Luigi Calabresi. Il questore Marcella Guida, già fascistissimo direttore del confino di Ventotene, ora riciclatosi uomo d’ordine nell’Italia repubblicana “nata dalla Resistenza”, afferma che Pinelli si è suicidato perché colpevole dell’attentato.

Gli anarchici milanesi del Circolo Ponte della Ghisolfa, il circolo di Pinelli, nella conferenza stampa del 17 dicembre definiscono l’attentato “strage di Stato”; per il Corriere della sera si tratta di «farneticanti dichiarazioni degli anarchici». A Jesi gli anarchici Cesare Tittarelli e Duilio Rosini montano le trombe sopra la macchina e iniziano a girare per la città scandendo lo slogan che è ormai una verità storica: «Pinelli è stato assassinato. Valpreda è innocente. La strage è di Stato»

Epigrafe a Jesi, Piazza Indipendenza, atrio del Comune

Consigli di lettura

Amedeo Bertolo [et al.], Pinelli: la diciassettesima vittima, Pisa, BFS, 2006.

Luciano Lanza, Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli, Milano, Elèuthera, 2009. [Clicca qui per il testo completo in pdf]

Licia Pinelli, Piero Scaramucci, Una storia quasi soltanto mia, Milano, Feltrinelli, 2010.

Territori in battaglia

Dopo la collaborazione con Nunatak e NurKuntra per la serie di cartoline che avete trovato in allegato al numero 14 della rivista, continuiamo a dare il nostro contributo a progetti editoriali rivolti a sovvertire questo stato di cose.

La scorsa primavera è nata la collana “Territori in battaglia”: l’idea di fondo è inaugurare una collaborazione tra più realtà interessate a narrare, tradurre, diffondere racconti di “lotte territoriali”, con l’obiettivo di creare una rete di legami e alleanze, anche a livello internazionale. Ogni libretto della collana verrà infatti tradotto in diverse lingue e diffuso a varie latitudini. Ci siamo subito sentiti a casa nostra e abbiamo accolto volentieri l’invito dei promotori del progetto, ovvero le edizioni Tabor della Valsusa e il collettivo a variabili multiple Mauvaise Troupe, che avevamo già incontrato sulle pagine di Malamente #11 (giugno 2018). Le prime due uscite della collana sono già in distribuzione, contattateci se ne volete una copia: Errekaleor. Il più grande squat dei Paesi Baschi (n. 1) e NOTAP. Il Salento in lotta contro il gasdotto transadriatico (n. 2). Per presentare la collana pubblichiamo le introduzioni scritte da Mauvaise Troupe e Tabor nelle introduzioni, anche perché non potremmo trovare parole migliori.

Introduzione alla collana

Mauvaise Troupe

Con «Territori in battaglia», ci proponiamo di redigere e diffondere delle brevi narrazioni che diano visibilità e voce alle dinamiche in opera nei diversi spazi in lotta, in Europa e nel mondo. In continuità con lo spirito del libro Contrade, che incrocia le esperienze della ZAD di Notre-Dame-des-Landes e della Valsusa No Tav, l’idea è quella di far attraversare le frontiere, in particolare linguistiche, alle esperienze di resistenza radicate in luoghi specifici.

A strutturare il racconto saranno le voci dei protagonisti, alla ricerca dell’arte e del modo di interrompere il normale corso degli eventi, alla scoperta dei mille modi in cui far entrare in secessione un pezzo di terra, del momento in cui le esistenze deragliano uscendo dalle categorie stabilite o, ancora, delle maniere di organizzarsi per ottenere delle vittorie.

La circolazione di questi testi parteciperà, si spera, a intensificare la comprensione, i legami e le solidarietà tra e con questi territori in battaglia. Perché ciò di cui abbiamo bisogno non è tanto una «convergenza delle lotte» – che presuppone che queste prendano la medesima direzione per raggiungersi in un punto misterioso – quanto di legami profondi e specifici tra ciascun territorio, in ciascuna situazione particolare.

Tutto può succedere

Introduzione all’edizione italiana
Edizioni Tabor, dicembre 2018

«La libertà è un viaggio di gruppo su un campo minato»
(Ayse Deniz Karacagil)

Viviamo in un tempo in bilico. Non passa giorno senza che un disastro ecologico e sociale, un passo avanti nel totalitarismo o un sussulto di resistenza e di rivolta ci ricordino che tutto può succedere. I governanti faticano a governare, e ogni loro decisione non è altro che un tentativo di posticipare quel crollo imminente che è ormai il clima di quest’epoca.

Ma questo crollo non è imminente. È in atto. Semplicemente ha tempi lunghi, diversi da quelli creati da un immaginario hollywoodiano della catastrofe. Sono i tempi della storia. L’Impero romano non è crollato in un giorno…

Un ordine va disgregandosi, vecchie e nuove forze si combattono per affermarsi o per non soccombere. Nel caos di questo processo, tra le macerie delle passate forme della politica, si forgiano nuove forme di vita. Ecco dove siamo. La rivoluzione non sarà la resa dei conti finale al culmine di questo processo. La rivoluzione è questo processo. Quello che stiamo vivendo.

Nei quartieri delle metropoli come nei territori rurali e montani, si moltiplicano esperienze di lotta ed esperimenti di vita alternativa e comunitaria. Sono rotture che germogliano nelle crepe, nei fallimenti, negli spazi vuoti del sistema. Sono tasselli di un variegato mosaico internazionale. Non siamo soli. Riconoscerlo, riconoscersi, è il primo passo per rafforzare quell’autonomia indispensabile a liberarsi dalle dipendenze che ci stritolano vincolandoci al sistema.

Confederare le resistenze in atto significa dare a ogni specifica battaglia la forza che deriva dall’essere e sentirsi parte di una resistenza globale. Ogni pezzetto di terra riconquistato, ogni tempo ritrovato, ogni vittoria strappata, costituisce al tempo stesso una nuova retrovia per il diffondersi di ulteriori avventure.

I libretti di questa collana, «territori in battaglia», sono racconti di vite e di lotte fatti dai loro protagonisti, non freddi resoconti di una qualche area politica. Tradurli, diffonderli, stimolarne di nuovi, è uno strumento per innescare relazioni, saldare complicità, stringere alleanze. Perché nell’isolamento i limiti si ingigantiscono, le contraddizioni si incancreniscono, mentre è conoscendosi e lottando insieme che quelle distanze che rappresentavano una barriera possono trasformarsi in una ricchezza.

Oggi più che mai, le ragioni per unire le forze sono più grandi di quelle che ci dividono.

Per richiedere copie degli opuscoli potete usare il modulo in questa pagina oppure scrivere a malamente@autistici.org

 

Letti per voi – Gli Arditi del popolo: dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922) – Recensione di Enrico Serventi Longhi

Gli Arditi del popolo: dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922), Luigi Balsamini, Galzerano editore, 2018.

Recensione di Enrico Serventi Longhi

Negli ultimi tempi, non solo per il successo del discusso romanzo “M” di Antonio Scurati, si è tornati insistentemente a parlare del periodo dell’ascesa del fascismo, un po’ sull’onda del centenario del 1919 (anno di fondazione dei Fasci di combattimento), un po’ per seguire paragoni davvero troppo azzardati con le disgrazie del tempo presente.

Luigi, un nostro redattore, si è buttato nella mischia – e in parte ci si è ritrovato suo malgrado – pubblicando Gli Arditi del popolo: dalla guerra alla difesa proletaria contro il fascismo (1917-1922), un libro che ricostruisce la storia, e purtroppo la sconfitta, delle prime formazioni che praticarono armi alla mano l’antifascismo militante. A una delle prime presentazioni pubbliche del libro,
organizzata a Roma, al Nido di vespe – Quadraro, ha partecipato la redazione di Malamente al completo e il dibattito è stato appassionato e costruttivo. Da lì, ha avuto origine la recensione che pubblichiamo qui di seguito, scritta da un compagno romano.
Scrivere di storia non significa solo mettere in fila una sequenza di fatti, ma interpretarli. Cosa che avviene sulla base di un’impostazione culturale e politica. Il libro di Luigi è scritto da un punto di vista libertario, anarchico, volto a rintracciare le radici storiche del sovversivismo sociale. Il Partito comunista d’Italia (come si chiamava allora il PCI), che si era tirato fuori dall’arditismo popolare considerandolo un movimento spontaneo e incontrollabile, senza per altro dare concretamente luogo a un’azione antifascista alternativa, ne esce parecchio malconcio. E già quella volta non pochi tra i suoi militanti di base erano stati critici e ribelli nei confronti delle direttive dei dirigenti. Enrico, nella recensione, presenta una lettura discordante su diversi aspetti. In particolare proprio il giudizio sulle posizioni tenute dai comunisti diverge diametralmente da quello espresso nel libro e tende a giustificare l’intransigenza del PCd’I e la tradizione del comunismo italiano.

Vi proponiamo questa recensione e vi invitiamo, se volete, a leggere il libro. Al di là dello specialismo di un’oziosa diatriba tra storici ci può servire a riflettere da più punti di vista su una pagina di storia tormentata, attraversata dallo sconvolgimento globale della Prima guerra mondiale e da una svolta rivoluzionaria che sembrava alle porte, ma si è tradotta in una sconfitta epocale e nell’inizio della dittatura fascista.

La recensione prosegue in formato pdf, qui

 

 

Contro il nulla che avanza. La storia infinita di Xm24

L’esperienza di Xm24 nasce a Bologna nel 2002, raccogliendo una pluralità di individui e collettivi negli spazi dell’ex mercato ortofrutticolo del quartiere Bolognina. Da allora sono stati anni di iniziative e lotte sociali, di creatività critica, di laboratori autogestiti, di sperimentazioni, di alternative al sistema capitalista portate avanti dal basso e partecipate da migliaia di persone. Da qualche tempo l’amministrazione cittadina ha dichiarato guerra a questo Spazio pubblico autogestito, fucina di pensiero critico, nemico giurato di chi nella vita di un quartiere e di una città vede solo opportunità di far affari.

Contro il nulla che avanza. La storia infinita di Xm24
Di Gianlu

Perché Fantàsia muore?
Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.
Che cos’è questo Nulla?!
È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.
Ma perché?!
Perché è più facile dominare chi non crede in niente. Ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere.
Chi sei veramente?
Io sono il servo del Potere che si nasconde dietro il Nulla.

Il tramonto visto dall’orto ti toglie il fiato.

Lingue rosso fuoco stritolano la Trilogia e gli scheletri di cantieri infiniti. È strano ma la vista di un’orribile colata di cemento riesce a scaldarti il cuore, una questione di prospettiva, credo, perché il senso delle cose sta pure negli occhi di chi guarda. Fissi l’immagine nei luoghi più cari della memoria, ritagli di un album di famiglia che tra la malinconia e lo stupore ti restituisce alla certezza di essere nel posto giusto, al di qua di un solco tracciato a mani nude e denti stretti, faccia a faccia con i sogni falliti di politici e palazzinari. La bellezza di questo luogo è un fatto emotivo, sta tutta nei corpi che si legano, si toccano, si mischiano si consumano dentro i confini di un mondo altro che è, qui e ora, a portata di mano: delle nostre mani.

Xm24 è il cuore della Bolognina, ha detto un compagno di passaggio qualche giorno fa, vedendo l’andirivieni dei più disparati personaggi dentro queste mura sotto assedio. La città nuova pulsa, avanza, si decompone, ogni tanto si ferma e poi riprende a pulsare fino al confine. Al di qua noi, le nostre vite e aspirazioni, inconciliabili con la vetrina luccicante che mostra già le prime crepe. Verrà giù, presto o tardi, distrutta dall’agire collettivo che travalica lo spazio fisico ed è forma di vita altra e dirompente.

Il quartiere è cambiato e continua farlo. Le sue strade sono lo scenario di una guerra a bassa intensità, strisciante e quotidiana, contro tutto ciò che è ai margini: nel villaggio incantato non c’è posto per la realtà nuda e cruda di chi arranca giorno dopo giorno, tra rastrellamenti polizieschi, identificazioni di massa ed espulsioni coatte sotto la bandiera della lotta al degrado. Eppure un posto liberato da questo schifo ancora c’è, esiste e resiste. La città può cambiare ancora, a partire da noi, dalla difesa di queste mura e dall’espansione di ciò che dentro vi ha preso forma negli anni tra occupazioni, lotte, affetti, rottura dello stato di cose presente, cuore di ogni aspirazione rivoluzionaria.

Bologna non sarà una città migliore senza Xm24, anzi, mostrerà il vuoto desolante di ciò che è il vero degrado: l’assenza di luoghi di aggregazione e sperimentazione politica e sociale liberi dalla mercificazione e da dinamiche di controllo e sopraffazione, la soppressione della diversità e la criminalizzazione di chi fa una scelta di campo contro i padroni della città. La retorica securitaria e antidegrado è una grande menzogna, il volto svelato di una classe dirigente ipocrita e aliena dai bisogni di una realtà scomoda fatta di miseria ed emarginazione. Non basta un colpo di spugna per sanare le ferite di un contesto sociale frantumato da anni di abbandono e isolamento delle sue componenti più deboli.

Abbiamo visto polizia e carabinieri sfrattare centinaia di famiglie e decine di realtà politiche e sociali, con la benedizione dell’amministrazione, in sfregio alla storia e allo spirito di questa città. Abbiamo visto come a volte si può anche vincere, resistere, contrattaccare. Ci siamo guardati, contati, abbiamo respinto le provocazioni fasciste e restituito il favore all’arroganza poliziesca. Mettiamocelo in testa: si può fare. Il possibile sta tutto nell’immaginabile e nella forza collettiva.

Scriviamolo sui muri, torniamo ad occupare, riprendiamoci le strade e facciamone luoghi di liberta, smascheriamo questa favoletta della città pacificata, sbugiardiamo I loschi intrallazzi tra amministrazione e imprenditoria del mattone, organizziamoci, individualmente e collettivamente, per resistere e reagire al nulla che avanza.

La minaccia di sgombero che incombe su XM24 non è solo la chiusa insopportabile di un’operazione politica che ha brutalizzato il volto di un quartiere storico facendo la guerra ai suoi abitanti più poveri, ma è l’ultimo colpo che i padroni di questa città vorrebbero infliggere alle esperienze di autogestione e all’antagonismo politico. È un fatto collettivo, una questione che riguarda tutte e tutti, un solco da tracciare a difesa non solo di uno spazio di libertà, ma della possibilità di vederne spuntare di nuovi, ovunque, ad assediare la città vetrina che cambia e abbandona la sua gente.

Ci si gioca il diritto di provare quotidianamente a essere liberi, costruendo insieme, qui e ora, una vita degna. Ci si gioca ciò che siamo e il mondo a cui aspiriamo. La storia infinita è tutta da scrivere, dal cuore della Bolognina, oltre le mura dell’ex mercato, fino alle strade mute e dentro i palazzi vuoti di una città che è ancora alla portata di un sogno, concreto e condiviso da diciassette anni: “Gli ultimi, gli indesiderabili, i ribelli, i legami di affinità, complicità e solidarietà prendono parola e fanno da sé il proprio destino”.

 

Auto-ricostruzione nel cratere. Come tornare ad abitare i territori colpiti dal sisma (#14)

Intervista di Luigi a Sara Campanelli (ARIA Familiare), Chiara Braucher (Emidio di Treviri) e Stefano Mimmotti. Da Malamente #14, maggio 2019

In un precedente numero di Malamente (#8, settembre 2017) avevamo parlato di autocostruzione di case, concentrandoci in particolare sull’utilizzo di legno e balle di paglia. Torniamo ora sullo stesso argomento, calandolo nel contesto della ricostruzione post terremoto dell’Appenino centrale. Siamo stati nei pressi di Camerino, ospitati nella casetta di legno provvisoria di Stefano e Simona, e abbiamo discusso delle possibilità di auto-ricostruzione, in cantieri aperti ai volontari, insieme a Sara Campanelli dell’associazione ARIA Familiare [Associazione rete italiana autocostruzione] e Chiara Braucher del gruppo di ricerca Emidio di Treviri. L’auto-ricostruzione ci sembra particolarmente interessante sia perché consente la riappropriazione comunitaria e la condivisione gratuita di un “saper fare” che non dovrebbe essere esclusivamente delegato a imprese specializzate, sia perché non riguarda solo il mettere in piedi un edificio, ma comporta la creazione di legami sociali sul territorio e la ricostruzione di relazioni umane, a partire dallo stare insieme, volontariamente, attorno a un progetto di vita molto concreto. Ci sembra, insomma, una buona strada per tornare veramente ad “abitare” i territori interni colpiti dal terremoto del 2016 ed evitare che un giorno questi paesi si ritrovino pieni di case ristrutturate ma vuote perché prive di tessuto sociale.

Partiamo da voi stessi: come siete entrati in contatto attorno al tema dell’auto-ricostruzione nel cratere del sisma?

Sara: Con Stefano e Simona ci siamo incontrati per la prima volta nel novembre 2016 a Fermo, a una piccola fiera post sisma dedicata all’edilizia (Riabita). Io era stata invitata a parlare di costruzioni leggere, naturali e loro erano interessati alla possibilità di auto-ricostruirsi la casa che si trova in condizione di inagibilità di tipo E, cioè un edificio che risulta inutilizzabile in ogni sua parte. Mi ricordo una frase che mi disse Simona: “se devo rimanere a Calcina e ricostruire non voglio più avere le pietre intorno a me”. Dopo poco tempo mi hanno chiesto di diventare il loro tecnico incaricato per seguire la pratica sisma, così mi sono iscritta all’elenco speciale dei professionisti abilitati.

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Malamente #14 (maggio 2019)

È in arrivo tra aprile e maggio il n. 14 di Rivista Malamente! Prenota le tue copie!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un numero speciale quello di maggio: oltre 100 pagine con tanti articoli e storie tra Camerino, Macerata, Ancona, Senigallia e Urbino, passando da Milano, Bologna e Torino.

Scriviamo con passione di quello che più dispiace al governo: migranti che non sono numeri ma esseri umani, insegnanti nei quartieri popolari che si prendono cura della scuola pubblica per costruire solidarietà di base, mutuo soccorso alimentare per le famiglie e femminismo che scende in strada e contrattacca per fermare le violenze di genere. Non mancano le recensioni di libri perché fermare l’overdose di social e mettersi a leggere la carta pensiamo che sia un gesto di libertà.

Allegate a questo numero troverete sette cartoline che abbiamo realizzato in collaborazione con le riviste Nunatak (Alpi occidentali) e Nurkuntra (Sardegna), disegnate da Aladin, Marco Bailone, Emma Bignami, Blu, Samuele Canestrari, Prenzy e Zerocalcare.

Si tratta di un’iniziativa di solidarietà in sostegno ai compagni e alle compagne recentemente arrestati/e a Torino e Trento perché amano (parecchio!) la libertà e per difendere quella di tutti/e noi che siamo fuori ma comunque prigionieri di un presente autoritario e becero che deve finire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come avere Malamente #14

Puoi sottoscrivere un abbonamento o ordinare già da adesso le copie (abbiamo disponibili anche gli arretrati!).
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Sciare a tutti i costi. A due passi dal mare. Monte Catria: lo scempio dei nuovi impianti sull’Appennino marchigiano

In questi giorni sui social e sui giornali locali si fa un gran parlare dell’appena inaugurato impianto di risalita sul Monte Catria e del più generale progetto di ampliamento del comprensorio sciistico. Gli amministratori locali, le ditte appaltatrici e i gestori degli impianti e del rifugio gongolano nei loro selfie sorridenti su uno sputo di neve ormai mezza sciolta, sbeffeggiano un pugno di temerari ambientalisti che sono andati a contestarli e ripetono il ritornello dell’“investimento strategico” e del “progetto di sviluppo”. Noi, su Rivista Malamente (#13, gennaio 2019) abbiamo cercato di spiegare con un lungo e dettagliato articolo perché questi lavori sono un bel vantaggio per pochi (per quelli che vedono girare i quattrini), ma un grave danno per l’ambiente montano e per chi ha davvero a cuore la vita della montagna appenninica.

QUI L’ARTICOLO IN PDF

Che bello sciare sul Catria

 

di Luigi

Tutte le statistiche sono concordi: gli sciatori diminuiscono anno dopo anno e la neve sotto una certa quota di altitudine è sempre più scarsa. Eppure politici e amministratori dell’Appennino non si scollano da un modello di sviluppo dannoso e irragionevole, nell’assurdo tentativo di rilanciare l’economia montana ampliando il parco giochi dello sci di pista e degli impianti di risalita. Un modello che fa la fortuna di pochi imprenditori che possono speculare sui cantieri di lavoro e accaparrarsi sovvenzioni pubbliche. È quello che sta accadendo nel comprensorio del Monte Catria, a 1.700 metri, sull’Appennino nel nord delle Marche. Poco importa se le attrezzature resteranno inutilizzate e le ferite inferte alla montagna saranno difficili da rimarginare, per ora si pensa solo a spianare e livellare piste disboscando vaste porzioni di faggeta e a costruire impianti di risalita sempre più potenti e veloci. Noi pensiamo che la montagna non abbia bisogno di invasori equipaggiati all’ultima moda Decathlon che scivolano a testa bassa su e giù per i suoi pendii, ma di comunità che la vivano quotidianamente, in un’insanabile lotta contro leggi di mercato fatte a misura dell’economia cittadina.

Protesta dell’associazione Lupus in fabula, luglio 2018

Dalla “valanga azzurra” alla fine dello sci di massa

Fino alla scoperta illuminista e romantica delle Alpi, le alte quote sono sempre state un ambiente ignoto e pericoloso. Poi, da un lato gli scienziati hanno iniziato a esplorare e studiare il territorio, dall’altro scrittori e poeti vi hanno trovato i segni del bello e del sublime. Vengono così avviate le prime escursioni e, lentamente, si allargano le pratiche dell’alpinismo e dello sci. Il vero e proprio turismo montano nasce però solo a metà Ottocento, inizialmente come villeggiatura estiva per le famiglie della borghesia cittadina attirate dall’aria buona della montagna. Nel corso del secolo successivo si afferma gradualmente l’idea della vacanza durante la stagione invernale e lo sci, da semplice strumento di mobilità sulla neve dalle origini antichissime, diventa divertimento e sport, mentre fanno la loro comparsa i primi impianti di risalita.

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Malamente #13 (gennaio 2019)

Il numero 13 della rivista è in distribuzione.

Siamo pronti per ricevere le vostre richieste di copie, abbonamenti e – se volete – anche di arretrati!

La copertina e il primo pensiero con cui abbiamo aperto questo #13 non potevano che andare alla tragedia di Corinaldo: abbiamo partecipato ai momenti di ricordo e abbiamo provato a raccogliere in punta di piedi qualche riflessione a caldo.
Segue in anteprima un estratto dal libro di prossima uscita dell’amico e giornalista marchigiano Mario Di Vito, Dopo. Viaggio al termine del cratere in cui sono raccolti una serie di racconti e inchieste sugli ultimi due anni post-terremoto. Ad accompagnare le parole ci sono gli scatti di Giancarlo Malandra per Lo stato delle cose.
E poi come sempre tante storie di vita, difficili, di lotta e di speranza, da un territorio che solo in apparenza è dormiente. Consigli di lettura, riflessioni e storie d’altri tempi per scaldare questo inizio di 2019. Fateci sentire il vostro calore, cominciate a ordinare il numero della rivista!

Copertina 13

Copertina 13