Considerazioni sparse e semiserie sulle agende di movimento

Sul tour di Matteo Salvini nelle Marche del 14 settembre 2020

Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore dell’Alta Vallesina

Ieri è tornato Salvini nelle Marche, il politico più odiato da quando Berlusconi è diventato un avatar, ed ecco che oltre alle necessarie contestazioni sono fiorite inutili polemiche nella galassia dei cosiddetti movimenti. Si è parlato di “agende”, sarà che era anche il primo giorno di scuola e le vendite di diari si erano impennate vertiginosamente. Così a forza di sentire parlare di agende un po’ di curiosità mi è venuta e sono andato in cartoleria a chiedere una “agenda per il movimento”… niente, non l’ho trovata, anzi la commessa ventenne a dire il vero non capiva proprio la parola “movimento” e, visto che non avevo tanta voglia di dilungarmi in una lunga spiegazione che parte dalla Rivoluzione francese, ne ho approfittato per ricomprare la solita moleskine nera che da vent’anni uso come feticcio.

La scena è quasi sempre la stessa da parecchio tempo a questa parte, ma con delle varianti provinciali molto gustose che vale la pena raccontare.

La piccola ma ricca città di Jesi è in fibrillazione, sta arrivando “il Capitano”. Sui giornali e online si sprecano le dichiarazioni e iniziano le prese di posizione. L’occasione è ghiotta. Si distinguono questa volta per creatività le sigle che evidentemente stremate per l’intensa attività rivoluzionaria degli ultimi mesi affermano di non voler “farsi dettare l’agenda da Salvini” e quindi gettano nello stagno della Vallesina il potente pietrone della loro assenza. Dall’altra, con una virulenza che neanche Al-Zarqawi nei tempi d’oro, partono le scomuniche contro chi ha avuto quest’idea, così che Digos e opinione pubblica possano farsi bene un quadro delle zizzanie che prosperano nei campi rinsecchiti della vecchia sinistra.

Arriva il grande pomeriggio. Il centro storico di Jesi è transennato e bloccato dalla solita insalata mista di divise. Sul corso, proprio dietro a dove si stanno radunando molti contestatori c’è un gruppetto di borghesi di mezza età che brinda con prosecco insieme a Carlo Ciccioli, candidato di Fratelli d’Italia, intento a firmare libri; anche lui ha una sua agenda evidentemente, ma purtroppo nessuno li caga. Così loro fanno gli gnorri, chiudono il banchetto alla chetichella e vanno in piazza per iniziare la loro messa sovranista senza neanche lasciarci una mezza bottiglia di bollicine. Che avari! Intanto dai varchi nelle vie più piccole, a occhio e con qualche svista, gli sbirri filtrano la gente che vuole entrare in piazza.

Le signore con i gioielli sì, le ragazze con i leggins neri no, gli ubriachi scamiciati si, tutti quelli più neri di Cristiano Ronaldo no, e così via. Anche alcuni fricchettoni riescono a passare, dopo aver dato i documenti, senza fiatare, alla prima richiesta. Il gruppone di circa duecento persone con i cartelli quello no, non passa, la Polizia italiana ancora ha un minimo di professionalità perdio! Viene fermato da un blindato, un defender e un cordoncino di celerini attempati, che per due ore rischiano la salute più per il Covid portato dalle vivaci ragazze asintomatiche dei licei che gridano con entusiasmo che per le spinte poco convinte dei ragazzi in prima fila.

Qualcuno deve avere una bella agenda di quelle con tante citazioni fighe perché i cartelli sono davvero belli e creativi. Poco a poco si avvicinano anche diversi giovani neri, ragazze indiane, operai pakistani che si fanno avanti, protestano e cantano facendo dirette su Instagram, rilassati e curiosi in mezzo alla concitazione del momento, “chissà se hanno delle agende digitali”, mi viene da pensare.

Intanto un gruppo di ubriachi sovranisti esce da un bar e vuole passare proprio in mezzo allo schieramento con i cartelli. Vola qualche spinta e qualche urlaccio, ma niente di più. Il cazziatone più grosso se lo prendono dei ragazzini che lanciano allegramente lattine contro le forze dell’ordine: non è scritto su nessuna agenda! E così quella mezza voglia di partecipare che gli era venuta, gli passa subito.

L’unico cattivone della giornata è l’autista del blindato che viene messo di traverso al Corso, ma non troppo, per bloccare l’accesso a piazza della Repubblica. E quando la protesta si infiamma un po’, mentre il Capitone inizia a parlare, lui sgasa e spinge col mezzo manco fosse a piazza Tahrir. Qualche giovane malandrino, in un giusto impeto di autoconservazione, tira calci e monta sul mezzo… il cordone sta per saltare… ed ecco che appare una compagna con il megafono, da dietro lo schieramento della polizia, che riporta tutti e tutte alla calma. Evidentemente questo stava scritto nella sua agenda.

Intanto, dentro la piazza, chi ha scelto il metodo “agenda Lebowski” della contestazione individualista o a piccoli gruppi ha avuto più fortuna: riesce a fischiare, a sfanculare per un attimo l’oratore e a esporre qualche cartello, per essere presto allontanato dalla Digos con provinciale e gentile fermezza. Con altrettanta gentilezza escono di scena. Forse l’agenda l’hanno lasciata a casa.

La piazza leghista si è nel frattempo riempita di qualche centinaio di persone: per la città di Jesi, una volta culla della classe operaia della provincia, è un fatto sociale significativo. È vero, l’impianto audio fa schifo e si sente poco, Salvini parla il giusto e dice quattro cazzate, ma intanto la sua agenda è piena di appuntamenti, la destra sta per vincere le elezioni regionali e non si spaventa per qualche pernacchia.

Alla fine arrivano i fricchettoni e i clown, che solitamente si mettono in mezzo all’inizio ma stavolta forse avevano scritto l’orario sbagliato sull’agenda, e raggiungono le prime file della contestazione con la cassa bluetooth che manda una selezione di archeologia musicale da Fischia il vento a I cento passi dei Modena City Ramblers: su Spotify le trovate sotto la categoria “Bromuro”.

A quel punto sono le sei del pomeriggio, la polizia si toglie il casco e il fronte dei cartelli va a consultare l’agenda per le prossime settimane al bar poco lontano.

Dopo i soliti selfie, Salvini riparte per raggiungere Urbino dove mi dicono che l’agenda della protesta sardinesca prevedeva l’ossimoro di una contestazione silenziosa, tale da non disturbare la campagna elettorale: antifascisti sì, ma senz’altro democratici! Qualche svogliato sbirro sembra che abbia mandato all’aria l’arguto piano impedendo l’infiltrazione dei muti nei pressi del palco – che tanto lì, di vista, si conoscono tutti. Alla fine è una fortuna perché così, in circa duecento, raccogliendo pure passanti e cani sciolti, s’è ritrovata la voce per intonare almeno il tormentone Bella ciao.

Scrivo sull’agenda:

“Andare in piazza è sempre meglio che non andarci”.

“Si poteva fare di meglio, cercare di essere creativi e un po’ più efficaci”.

Poi mi accorgo che ho già quasi riempito l’agenda con queste frasi. Ma non tutto è perduto, se sappiamo anche imparare dai nostri errori.

Brigate volontarie d’altri tempi. I sovversivi e il colera di Napoli, 1884

Di Luigi (da Malamente #18, giugno 2020)

Il primo caso si verifica a Saluzzo, in Piemonte, il 28 giugno 1884, proveniente dal Sud della Francia. La malattia che presto comincia a dilagare nonostante i cordoni sanitari dell’esercito è, ancora una volta, il temuto colera. Una malattia di origine batterica, infettiva e contagiosa, che provoca diarrea, vomito e in poco tempo una grave disidratazione: gli occhi si infossano, la pelle si riempie di rughe, la morte attende dietro l’angolo. La trasmissione deriva da cibo contaminato, da poca igiene e scarsa disponibilità di acqua potabile, per questo è più facile incontrarla nei quartieri popolari piuttosto che nelle dimore dei ricchi. Il colera attraversa l’Italia, ad agosto è in Liguria, Toscana, Emilia, a settembre il focolaio peggiore colpisce Napoli. Qui, nel giro di due settimane i malati si contano a migliaia, quasi tutti tra i bassifondi della città, i morti arrivano presto a più di 8.000. Oltre all’esercito, inviato anche a sedare i tumulti popolari che andavano nascendo, arrivano a Napoli alcuni gruppi di volontari. Tra loro chi si batteva per un mondo libero dall’ingiustizia e dalla miseria sociale: anarchici e socialisti.

Gruppo di volontari per l'emergenza colera, Napoli 1884. Seduti a terra, da destra Luigi Musini e Felice Cavallotti
Gruppo di volontari per l'emergenza colera, Napoli 1884. Seduti a terra, da destra Luigi Musini e Felice Cavallotti

Tra i primi volontari contro il colera di Napoli troviamo Andrea Costa. Era stato uno dei pionieri dell’internazionalismo rivoluzionario anarchico, grande protagonista delle lotte operaie e mito delle plebi romagnole, solo da qualche anno aveva intrapreso il non facile percorso, pieno di spine, violente polemiche, accuse di tradimento e amicizie infrante che l’aveva portato dall’anarchismo al socialismo, fino a sposare la lotta elettorale e a diventare, nel 1882, il primo deputato socialista eletto al Parlamento. Con lui, a Napoli, c’è Luigi Musini, giornalista e uomo d’azione, ex garibaldino, secondo deputato socialista d’Italia. Entrambi affiliati alla massoneria, avevano risposto all’appello del Grande Oriente d’Italia[i] e si erano aggregati alla Croce verde di Giovanni Bovio, gran maestro della loggia napoletana. Musini era medico, Costa gli faceva da infermiere: «si aggiravano fra i bassi di Napoli con le tre stellette massoniche sul petto e la croce verde sul braccio, soccorrendo gli ammalati, bruciando le suppellettili ed i vestiti nei quartieri dove il morbo aveva più colpito»[ii]. In ragione dei servizi prestati durante l’epidemia, saranno nominati membri onorari della loggia partenopea Italia.

Muoversi non era facile. Un caffè, un bicchierino di cognac e subito ci si ritrova alla Farmacia del Tigre, punto di raccolta dei volontari; da lì si parte verso i quartieri popolari con in borsa laudano, etere, chinino, disinfettanti, miscele eccitanti e unguenti. Oltre a evitare il bacillo Vibrio cholerae, Costa e Musini devono anche sopportare il costante pedinamento della polizia (è vero che ormai sono onorevoli deputati, ma erano entrati e usciti di galera si può dire fino al giorno prima). Tanto che il 15 settembre scrivono una protesta pubblica sul giornale “Roma”, suscitando un certo imbarazzo nel governo. Ricorda Musini nelle sue memorie:

«ieri ci capitò un bel caso. Stavamo con Costa girando per il quartiere del mercato a visitar infermi assieme al dottor Calì, quando il vetturino si accorse che un tale in vettura ci seguiva tenendo nota delle abitazioni da noi visitate. Temendo di equivocarci ordiniamo al vetturino di fermarsi artificialmente in vari punti e sempre quell’altro prende nota e ci segue. Allora il Calì smonta per vedere chi è e chiedergli ragione. Tosto lo riconosce per un appuntato di PS che, messo alle strette, confessa»[iii].

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Malamente #18 (giugno 2020)

Malamente #18 (giugno 2020) è pronto per la spedizione!

Pubblichiamo qui l’editoriale del numero e siamo pronti per ricevere le vostre richieste di copie, abbonamenti e – se volete – anche di arretrati!

Né col virus né con lo Stato

Dall’ultimo numero di Malamente a oggi, in appena tre mesi, sono cambiate parecchie cose. Qualcuno dice che solo ora siamo finalmente entrati nel XXI secolo, l’età delle catastrofi di cui come umanità siamo direttamente responsabili. Speriamo che l’emergenza Covid-19 non ci accompagni per troppo tempo, ma fino a quando potremmo dormire sonni tranquilli? Quando e soprattutto come prepararsi alla prossima crisi?

Sappiamo che il passaggio del virus tra specie diverse e la diffusione pandemica non sono un castigo “naturale”, ma tutto dipende da come una società organizza il proprio stare al mondo e i propri rapporti con l’ambiente: pensiamo all’allevamento industriale e alla concentrazione metropolitana, tanto per citare i due fattori più evidenti. Al contrario, nel discorso pubblico, la responsabilità dell’epidemia viene fatta ricadere sui singoli individui e sui loro comportamenti irresponsabili, riproducendo il processo di colpevolizzazione già visto in atto per il cambiamento climatico, fatto dipendere dai consumi individuali così da non rimettere in discussione, in un colpo solo, l’intero sistema. Ecco, forse la prima cosa da fare, oggi e domani, è proprio questa: mettere in discussione la nostra organizzazione economica e sociale, per incamminarci su altre strade.

L’attuale coronavirus, mettendo a nudo la fragilità del nostro mondo e dicendoci che niente è immutabile, ci sta anche offrendo un’opportunità. Ci sta insegnando che la storia non è finita, che una rottura della normalità è dietro l’angolo e arriva quando meno te l’aspetti. Il problema, allora, è come cogliere l’occasione e come fare in modo che, dopo, niente torni “come prima”. L’influenza cosiddetta spagnola, che si diffuse a livello globale negli anni 1918-1920 infettò circa mezzo miliardo di persone e ne uccise tra i 50 e i 100 milioni (circa il 3-5% della popolazione mondiale dell’epoca), eppure neanche queste cifre impressionanti riuscirono a mettere in ginocchio l’autorità dello Stato e la pervasività del capitalismo. Quindi non facciamoci illusioni. Non c’è nessuna valida ragione di credere – o di sperare – che Covid-19 cambierà il mondo da solo. Di certo non lo cambierà in meglio se non ci diamo da fare per rotolarlo nella direzione giusta.

Per forza di cose, almeno metà di questo grosso numero di Malamente riguarda la pandemia ancora in corso. Ne abbiamo discusso innanzitutto con alcuni medici e infermieri/e, nostri amici e amiche, che ci hanno raccontato cosa hanno vissuto in prima persona negli ospedali marchigiani, per poi allargare la visuale con un’intervista al Coordinamento cittadino sanità di Roma e un articolo, sempre dall’interno, sulla peste virale in Italia. Parliamo inoltre di come l’emergenza abbia dato un inaspettato slancio al circuito di economia solidale del pesarese, accelerando la nascita del progetto Gasnomade: distribuzione di prossimità di cibo contadino, condito di autodeterminazione e cultura della condivisione. L’isolamento ha però anche fatto impennare l’utilizzo delle tecnologie digitali, che da un giorno all’altro hanno conquistato ogni ambito del quotidiano, dalla scuola alla socialità, imponendoci una brutta copia del contatto umano: sui nefasti effetti di una vita perennemente connessa abbiamo tradotto un’intervista all’editore e saggista francese Matthieu Amiech. Perfino il 25 aprile e il 1° maggio sono stati quest’anno festeggiati per decreto da dietro uno schermo: con un articolo di Mario Di Vito raccontiamo questa strana situazione, con alcune virtuose eccezioni e violazioni dei divieti.

Non mancano in questo numero, come di consueto, uno sguardo alle nostre amate montagne, la recensione e una finestra sulla storia: parliamo di anni Settanta a partire dalla riapertura dell’inchiesta sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 e degli echi della strategia della tensione nelle Marche, di partigiani e di un’anarchica che ha tenuto testa sia ai padroni che ai compagni maschi, ma parliamo anche di un primo esempio di solidarietà dal basso nel corso di un’epidemia, durante il colera di Napoli del 1884. La stessa solidarietà che sta fiorendo anche oggi e che come Malamente abbiamo sostenuto contribuendo alla nascita e alle attività delle Brigate volontarie per l’emergenza di Senigallia. Perché non è vero che siamo tutti/e “sulla stessa barca”, nemmeno nelle emergenze; c’è chi si può ritirare in una quarantena dorata, chi è costretto a continuare a lavorare, chi deve lottare per la propria dignità dentro a un carcere (non dimentichiamo le rivolte e i morti di marzo e siamo solidali con le proteste che continuano, anche qui nelle carceri marchigiane) e chi non sa più come pagare l’affitto e la spesa alimentare.

Da fine marzo a oggi le Brigate sono arrivate a contare almeno quaranta volontari e volontarie. Hanno iniziato consegnando la spesa alle persone impossibilitate a uscire da casa, hanno proseguito dando una mano nel progetto BAMS (Base alimentare per il mutuo soccorso) per rispondere alle nuove e vecchie povertà e hanno svolto numerosi interventi a servizio della comunità di Senigallia e comuni vicini. Al momento in cui scriviamo stanno programmando l’intervento per l’estate in modo che le spiagge libere, pur garantendo la sicurezza sanitaria, continuino a essere un bene di tutti/e. Crediamo infatti che il reciproco aiuto, la cura e la solidarietà sociale siano la prima arma per proteggerci dalla paura e resistere al virus; senza dimenticare però i diretti responsabili di questa situazione a cui andrà chiesto il conto: i politici autori di trent’anni di tagli alla sanità pubblica e della sua privatizzazione, il potere di Confindustria che impone l’apertura di aziende non essenziali, la corruzione, la vigliaccheria e l’opportunismo di chi è pagato per difendere la salute e la sicurezza.

Ludd, ipermodernità e neototalitarismo al tempo del Covid-19

Di Tomás Ibañez

Traduzione di Isabella Tomassi e Valentina Mitidieri

Un po’ più di due secoli fa, nel 1811 e durante i cinque anni seguenti, l’Inghilterra è stata il teatro di una intensa rivolta sociale conosciuta sotto il nome della “rivolta dei luddisti” – con riferimento al suo protagonista eponimo, Ned Ludd – che distrusse una buona parte delle nuove macchine tessili la cui installazione sopprimeva numerosi posti di lavoro e condannava una parte della popolazione alla miseria. Ci sono voluti migliaia di soldati per schiacciare l’insurrezione che, ben lontana dal ridursi a delle motivazioni tecnofobe, si situava nell’ambito del lavoro e aveva la pretesa di opporsi alle conseguenze più nefaste del “progresso” dello sfruttamento capitalista.

Oggi è essenziale “reinventare” questo tipo di rivolta, facendola passare dalla sfera delle rivendicazioni puramente economiche alla sfera più direttamente politica delle lotte per la libertà e contro il totalitarismo di tipo nuovo, che s’insinua già da un po’ di tempo e che trova nella crisi attuale del Covid-19 un carburante abbondante per accelerare il suo sviluppo.

Allontanarlo dalla sfera economica, non implica sottostimare il capitalismo come principale nemico, poiché il nuovo tipo di totalitarismo al quale faccio riferimento costituisce un pezzo assolutamente fondamentale della nuova era capitalista, che nasce da questa enorme innovazione tecnologica che fu, e continua a essere, la rivoluzione digitale.

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Immuni e DiAry: perché le App per il tracciamento non sono la soluzione ma un ulteriore problema

Di Redazione rivista Malamente

“Fase 2. È ora di usare Digital Arianna!”, recita il 18 maggio lo spot dell’applicazione dell’Università di Urbino per il contenimento del contagio da Covid-19.

Digital Arianna, per gli amici DiAry, disponibile da metà aprile negli store Android e iOS, è l’App sviluppata all’interno dell’università urbinate, dalla start-up Digit in un progetto coordinato dalla cattedra di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni. Un bel vantaggio essere arrivati prima della tanto annunciata App governativa Immuni, con la quale, assicurano, non c’è concorrenza, ma una prevedibile integrazione.

I due sistemi lavorano su principi diversi: mentre Immuni utilizzerà la tecnologia Bluetooh, DiAry punta sulla geolocalizzazione: “due strategie diverse ma che possono interfacciarsi per diventare complementari” in vista di una finalità comune, ovvero monitorare e tenere traccia degli spostamenti e dei contatti quotidiani di ogni individuo, cosicché in caso di positività al Covid-19 sia possibile risalire ai luoghi e alle persone frequentati durante il periodo di incubazione. In poche parole, Immuni rileva e registra ogni contatto ravvicinato tra cellulari di persone diverse, Diary mantiene memoria dei luoghi in cui ogni giorno sostiamo: il bar, l’ufficio, il negozio, la casa della zia o dell’amante.

Quando una persona risulta positiva, le autorità sanitarie tramite App lanciano un alert che raggiunge i telefoni di chi è entrato in contatto con l’infetto nei giorni e nelle settimane precedenti, in modo da allertarlo e possibilmente metterlo in quarantena.

Tutto molto bello e funzionale, a prima vista.

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Malamente vanno le cose… Campagna a sostegno della rivista

Amici e amiche, lettori e lettrici, compagni e compagne di Malamente la peggiore rivista marchigiana degli ultimi tempi vi chiede una mano

Un vecchio manifesto torinese suggeriva una via sempre valida per far fronte alla mancanza di denaro. Noi – per ora – ci limitiamo ad aprire una più prosaica campagna di sottoscrizione a favore della rivista. Chiaro che non indagheremo sulla provenienza dei vostri soldi 😉


Da cinque anni, ogni tre mesi, raccontiamo su carta il nostro territorio – e non solo – con articoli, interviste, approfondimenti, inchieste che hanno a cuore la libertà.

Non ci siamo mai preoccupati/e di tenere in ordine i conti, di sollecitare i rinnovi, di recuperare con fermezza i crediti sparsi qua e là. Né tantomeno vogliamo cominciare a farlo adesso. Anzi proseguiamo sorridendo sulla strada fallimentare di vendere la rivista a un prezzo che copre a malapena stampa e spedizione.

Purtroppo la situazione di lockdown e distanziamento fisico che stiamo vivendo ha impedito di organizzare alcune iniziative di finanziamento e sussistenza.

Malamente è una rivista autofinanziata e autogestita che, nella sua ostinazione a voler essere di carta e arrivare in lungo e in largo per l’Italia con la sua scapestrata distribuzione, ha dei costi fissi impossibili da abbattere che si aggirano intorno agli 800 euro per numero.

Sappiamo che per molti/e questo non è un periodo economicamente facile, ma anche un piccolo aiuto – per chi potrà – ci consentirà di andare avanti e continuare a raccontare come abbiamo fatto finora il bello e il brutto che ci circonda.

Per chi vuole leggerci, oltre alla carta, sul nostro sito è possibile scaricare tutti i numeri finora andati in stampa qui

La raccolta fondi è aperta su Produzioni dal basso: http://sostieni.link/25280

Per ringraziare chi potrà sostenerci, abbiamo pensato ad alcune stampe d’arte in collaborazione con Emma Bignami, amica e illustratrice marchigiana a cui diciamo grazie per la bella illustrazione donata (la trovate in fondo a questa pagina). Le stampe saranno spedite al vostro indirizzo alla chiusura della campagna, dopo il 21 giugno.


Cosa ci sta succedendo? Di Jérôme Baschet

Molte domande e qualche prospettiva ai tempi del coronavirus

Mentre inizia la tanto attesa fase 2 con il suo carico di attese personali, speranze collettive e menzogne dei padroni, proponiamo la traduzione di un articolo di approfondimento apparso sulla rivista Lundimatin.

Questa quarantena ci ha sprofondato in una distopia digitale declinata al presente. La prospettiva storica di Jérôme Baschet ci aiuta a ricordare che i sistemi politici ed economici non sono immutabili. A noi scegliere la nostra parte.

Traduzione a cura della redazione. Una prima traduzione italiana, che abbiamo ripreso per questa versione aggiornata, è stata pubblicata sul sito www.reotempo.net.

Covid-19. Cronologia marchigiana (e non solo)

Mantenendo razionalità e spirito critico stiamo anche noi seguendo l’evolversi della situazione Covid-19. E ci stiamo già interrogando su quali saranno le conseguenze (immediate e a lungo termine) sanitare, sociali, economiche e perfino culturali di questa “crisi” arrivata così all’improvviso. Per non perdere il filo degli eventi abbiamo intanto messo insieme una cronologia (in aggiornamento…) di quello che è accaduto nell’ultimo periodo, con focus sulla situazione marchigiana. Ci interessano, in particolare, le iniziative di resilienza, di solidarietà autogestita, di mutuo appoggio, gli scioperi e le agitazioni nei luoghi di lavoro, ma anche l’evoluzione della situazione sanitaria. Vi invitiamo a segnalarci notizie e iniziative a vostra conoscenza. I dati riportati nella cronologia provengono da fonti ufficiali (ad esempio, il sito della Regione Marche per il conteggio dei contagiati sul territorio e quello del Ministero della Salute per il dato nazionale, al netto delle discussioni sulle modalità utilizzate per calcolare queste cifre; il sito del Ministero dell’interno per i numeri relativi ai controlli di polizia).

La cronologia si ferma al 18 maggio, giorno di inizio della cosidetta “Fase 2”.

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Malamente #17 (marzo 2020)

Copertina rivista malamente #16

Malamente #17 (marzo 2020) è fresco di stampa!

Considerata la situazione attuale e le difficoltà logistiche che potrebbero fermare o ritardare la nostra già precaria distribuzione, abbiamo deciso di inviare a tutte e tutti i nostri abbonati il numero della rivista via mail in formato pdf, in attesa di ricevere il cartaceo.

Per tutti gli altri, in questi giorni rilasceremo anche per voi il pdf completo del #17 e dei singoli articoli.

La redazione è certa che, per chi in questo momento si trova nelle zone dove spostamenti e socialità sono limitati, la lettura sia sempre un buon momento di evasione. Sperando presto di poter tornare a incontrarci sulla carta e di persona, valorizziamo positivamente gli strumenti digitali.

Se desiderate abbonarvi e sostenere il nostro progetto, i nostri canali di donazione sono sempre aperti!

Perché opporsi alla tirannia tecnologica

Ad uso delle giovani generazioni.

Di Pièces et Main d’Oeuvre

Nel 2015 il gruppo Pièces et Main d’Oeuvre (che in realtà non si definisce né “gruppo” né “collettivo”, ma atelier di bricolage e di cui abbiamo già pubblicato un contributo su Malamente #15) è stato invitato a una discussione pubblica organizzata da studenti di Grenoble a partire da alcune domande: “che cosa hanno gli smartphone di così speciale da monopolizzare la nostra attenzione? L’uso di internet avvicina le persone o le allontana? Quando l’utilizzo di nuove tecnologie diventa eccessivo e dannoso per la salute (fisica e mentale)? Perché i giovani sono i più colpiti da tutto questo?”. Abbiamo tradotto la traccia del loro intervento perché ci sembra che senza tanti giri di parole descrivano efficacemente la perdita di autonomia e di libertà in cui siamo immersi, talvolta senza rendercene conto. In conclusione trovate anche una loro breve presentazione. Se volete seguire le attività del gruppo o ordinare il loro catalogo date un’occhiata al sito www.piecesetmaindoeuvre.com oppure contattateli direttamente (BP 27 – 38172 Seyssinet-Pariset). Intanto proviamo a contrastare i nostri tempi, ad aprire spazi di autonomia e a individuare i responsabili della “tirannia tecnologica”!

Sono passati alcuni anni da quanto a una conferenza alla FNAC [libreria] di Grenoble, Didier Marsacq, ricercatore al CEA (Commissariato per l’energia atomica) specializzato in micropile a combustibile per cellulari, dichiarava: “certamente, queste pile costeranno più care rispetto a ricaricare un telefono da una presa elettrica, ma il nostro target sono gli adolescenti, immaturi e meno razionali, e pensiamo che saranno attratti dalla tecnologia senza fili” (individuato per il suo senso del commercio, questo ricercatore è stato successivamente reclutato dal gruppo Sogeti come direttore commerciale per le vendite di soluzioni di cybersicurezza).

“Perché i giovani sono i più colpiti?” Perché i ricercatori vogliono che le loro invenzioni fruttino, gli industriali vogliono vendere sempre più gadget ai consumatori, i pubblicitari e gli addetti al marketing vi hanno identificato come i perfetti ingenui. Guardate come disprezzano i vostri diciassette anni. Vi piace essere dei “target” nel loro mirino?

Oltre alla vostra supposta “immaturità”, i venditori giocano sul fatto che voi non avete conosciuto che un mondo di chincaglieria elettronica. Ignorate come si possa vivere senza smartphone, computer, internet e altri dispositivi (in attesa dell’ultimo iWatch di Apple, senza il quale si vive bene lo stesso, non trovate?). Non avete l’età per poter paragonare la vita di prima (meno di vent’anni fa) e quella di oggi. Soprattutto, come vivreste senza queste tecnologie, nel mondo di queste tecnologie? Sareste informati della prossima serata senza uno smartphone? Senza Facebook? I vostri amici vi darebbero appuntamento senza Whatsapp? Osereste dire a scuola che non avete uno smartphone? O cercare un lavoro d’estate senza essere raggiungibili in ogni momento? Difficile, a meno di sopportare sarcasmi, incomprensioni, rifiuti.

Sapete come noi che lo smartphone e internet ci sono imposti. Per vivere nell’e-mondo, insieme ai suoi contemporanei, ognuno deve essere equipaggiato di interfacce di connessione. Altrimenti è come nuotare sott’acqua senza bombola d’ossigeno.

Ciò non è accaduto naturalmente. Voi non siete nativi digitali per via di un processo spontaneo, ma per volontà di Didier Marsacq e dei suoi colleghi, ingegneri, ricercatori, industriali, commercianti. La generazione dei vostri genitori, che è cresciuta in un altro tipo di mondo, non ha mai avuto voce in capitolo su questa rivoluzione. Nessuno l’ha consultata per sapere se desiderasse precipitare in un mondo digitale e se questo nuovo mondo gli sembrasse più invidiabile di un altro. Al contrario, il “techno-gratin” [insieme dei pezzi grossi della ricerca e dell’amministrazione, i cui legami determinano e sostengono lo sviluppo tecnologico] preoccupato di possibili opposizioni, ha messo in campo delle procedure per evitare ogni rifiuto (lo smacco degli OGM gli aveva insegnato la prudenza).

Non si tratta di rispondere ai bisogni reali, ma di trovare degli sbocchi redditizi per una tecnologia: “quando un concetto appare in rottura o avanti rispetto ai tempi lanciamo degli esperimenti che consistono nell’immergere degli individui in un ambiente futuro simulato, così da realizzare dei test di utilizzo. I prodotti progettati appaiono in questo modo maggiormente sensati per gli utilizzatori”. Così si presenta l’Idea’s laboratory del CEA-Minatec [www.ideas-laboratory.com; si tratta di un complesso dedicato alle micro e nano tecnologie, situato a Grenoble]. Un laboratorio in cui ricercatori, sociologi, designer, artisti, si domandano quali prodotti tecnologici potrebbero essere accettabili per la popolazione. Esempio: degli occhiali a “realtà aumentata”? È un nostro urgente bisogno? No, certamente. Ma i manipolari dell’Idea’s Lab ce lo vogliono vendere e hanno i mezzi per farcelo accettare, per acclimatarci a mutazioni tecnologiche che non abbiamo richiesto.

Secondo voi, che cosa cambia maggiormente le nostre vite: il colore del partito politico al potere o internet? Il mondo cambia perché abbiamo questo o quell’altro politico o perché l’informatica e le reti permettono di fare delle transazioni finanziarie globali alla velocità della luce? Avete capito che la tecnologia è politica fatta con altri mezzi, i più efficaci in effetti.

La politica, in democrazia, è affare di tutti. A ogni cittadino è richiesta la sua opinione negli affari collettivi. Non avendo mai deciso collettivamente di vivere in un mondo digitale, accelerato, iperconnesso, possiamo dire che stiamo vivendo sotto una tirannia tecnologica.

Per voi questa vita è normale. Gli animali nati allo zoo ignorano che potrebbero correre nella savana e per questo non soffrono – si pensa – a essere allevati in cattività. E voi? Di che cosa ignorate di soffrire?

Vi si dice che le nuove tecnologie sono “neutre”, né buone né cattive, e che bisogna solamente evitare il “cattivo utilizzo” o il loro uso “eccessivo”. Questa menzogna non resiste a un mini questionario:

1) Chi decide che un utilizzo sia buono o cattivo, e per chi? In quali circostanze?
2) Si possono salvaguardare gli utilizzi buoni ed eliminare quelli cattivi?
3) Si è mai riusciti, una volta in tutta la storia delle tecnologie, a eliminare i supposti cattivi utilizzi?

Risposta: la tecnologia è sempre buono e cattivo utilizzo. La tecnologia è ambivalente: ora buona, ora cattiva. Pretendere di distinguere è voler separare le due facce di una stessa medaglia. Questa è una banalità che però va ribadita senza sosta, tanto la propaganda è insistente.

E adesso la vera questione: in cosa la tecnologia (e tutti i suoi usi) cambia il mondo, le nostre vite, i nostri corpi, la nostra relazione con lo spazio e il tempo, con gli altri, con noi stessi? Internet e lo smartphone accelerano la vita sociale, fino a rendere estenuanti le giornate di lavoro (essere raggiungibili in ogni momento, rispondere immediatamente, fare dieci cose contemporaneamente, etc.) sopprimendo ogni tempo “morto” in cui si poteva ancora riflettere, avere delle idee, pensare per sé. La continua sollecitazione dall’esterno (ho ricevuto un messaggio? perché non mi risponde? cosa stanno facendo i miei amici? che succede altrove?) ci priva del legame vitale con la nostra interiorità. Da questa perdita derivano molte patologie individuali e sociali: depressione, sofferenza sul lavoro, sentimento di vuoto, suicidio, dipendenze, violenza etc.

Le nuove tecnologie ci separano dai noi stessi, ma fanno anche da schermo nei confronti del mondo reale, sensibile. Ci impediscono di comprendere la realtà con i nostri sensi, le nostre capacità di analisi. Con il naso sul GPS o sulle mappe dello smartphone non sappiamo più leggere il paesaggio, né orientarci nello spazio. La protesi elettronica ci mutila delle nostre facoltà. E che importa, direte voi: io, appunto, ho la mia protesi tecnologica! Ma quando si guasta, quando avete finito la batteria, quando perdete il vostro aggeggio tecnologico: panico generale. Siete del tutto dipendenti. E nemmeno lo specialista in tossicodipendenze potrà risolvere il problema.

Ma, ancor più grave: state perdendo il gusto dell’autonomia. Il piacere naturale di cavarsela contando sulle proprie forze (e l’aiuto degli amici). Per noi, studenti, non c’è maggiore soddisfazione di esser capaci di pensare e agire da soli. I vostri genitori hanno cercato di incoraggiarvi a diventare individui autonomi. Ma viviamo nell’epoca della “nomofobia” (paura incontrollata di rimanere sconnessi dalla rete di telefonia mobile), l’epoca in cui vivere sei mesi senza internet è una tale prodezza che merita un libro [si veda: Thierry Crouzet, J’ai débranché: comment revivre sans internet après une overdose, Parigi, Fayard, 2012]. La perdita di autonomia è irreparabile, visto che facilita il compito dei manipolatori, venditori di gadget e imbroglioni politici, amputando il nostro spirito critico, la nostra capacità di dire “no”. Le chiacchiere infestano internet, non solamente perché internet accelera la loro diffusione, ma perché domandando tutto a Google perdiamo l’abitudine di giudicare da soli. Ecco perché la “scuola digitale” è anche un crimine contro il pensiero.

Noi abbiamo scritto dei libri per illustrare le distruzioni delle nuove tecnologie: danni all’ambiente e alla salute, controllo generalizzato e perdita di libertà, etc. Vogliamo ora attirare la vostra attenzione su due punti in particolare:

1) Al di là di smartphone e internet, le nuove tecnologie occupano molti altri campi. Dai microchip elettronici RFID che invadono ogni centimetro del quotidiano e fanno del nostro ambiente un mondo-macchina pilotabile a distanza, ai robot che ci rimpiazzano in quasi ogni aspetto delle nostre vite, passando per i primi cyborg e i primi “organismi viventi artificiali”, un mondo nuovo si prepara senza di noi. Il suo carattere principale: l’eliminazione dell’umano. Ci stiamo trasformando in “oggetti comunicanti”, il mondo di domani sostituisce il governo degli individui con l’amministrazione delle cose.

2) La vostra generazione conoscerà gli effetti del cambiamento climatico, causato dalle “nuove tecnologie” degli ultimi cento anni (automobili, industrie, agricoltura industriale etc.).

Ma non è questo il solo lascito delle generazioni precedenti. In ciascuna di esse ci sono stati dei refrattari che hanno rifiutato di lasciarvi queste ferite. Queste minoranze hanno perso, in generale, ed è il loro scacco – e la potenza dei loro nemici – che ha così disfatto questo mondo. Avevano contro di loro i forsennati dell’industrializzazione, come quel presidente di industrie chimiche che strillava: “le generazioni future non ci daranno problemi, faranno come hanno fatto tutti!”.

Voi non siete responsabili del mondo che vi abbiamo lasciato, ma siete responsabili di quello che lascerete. Ci si dice che bisogna “vivere nel proprio tempo” (cioè che non abbiamo scelta). Noi pensiamo che il coraggio, oggi come ieri, sia di vivere contro il proprio tempo.

Persone della vostra età, nel maggio Sessantotto, avevano scritto: “Spegnete la tele, scendete in strada”.

Noi vi diciamo:

Gettate i vostri schermi, scendete in strada.
Lasciate la realtà virtuale per la vita reale.

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Pièces et Main d’Oeuvre: una breve presentazione

Pièces et Main d’Oeuvre, atelier di bricolage per la costruzione di uno spirito critico a Grenoble, è attivo dall’autunno 2000 con diverse modalità d’azione: inchieste, manifestazioni, riunioni, libri, volantini, manifesti, opuscoli, interventi sui media e su internet, etc.

Pièces et Main d’Oeuvre non è il nome di un collettivo, ma di individui politici. Noi rifiutiamo il pensiero politicamente corretto del gregarismo, che accorda valore solo a ciò che viene detto “collettivamente”, per ridurlo a conformismo, a pigrizia e a incapacità, nell’anonimato del gruppo. Non sollecitiamo persone “che facciano parte”, vogliamo invece allearci ogni volta che sia possibile e necessario, con altri che “facciano” per loro stessi.

Come rifiutiamo di identificarci con gli anonimi, quelli che non hanno mai la parola, così rifiutiamo di metterci sul piano dello specialismo tecnico, cioè quello stratagemma del sistema per depoliticizzare le prese di decisioni e spossessare i membri della società della loro responsabilità politica. Il rifiuto riguarda anche i “contro-esperti”, ovvero la trappola del sistema tecnico per infiltrare e ricondurre le opposizioni alla tirannia tecnologica.

In breve: pensiamo che la tecnologia – non le sue “derive” – sia l’aspetto fondamentale dell’odierno capitalismo, dell’economia planetaria globalizzata. La tecnologia è la continuazione della guerra, cioè della politica, fatta con altri mezzi. Se la polizia è l’organizzazione razionale dell’ordine pubblico – della città – e la guerra un atto di violenza per imporre la propria volontà agli altri, questa razionalità e questa violenza si fondono e culminano nella tecnologia. La tecnologia è il fronte principale della guerra tra chi ha il potere e chi non lo ha, quello che comanda gli altri fronti. Ogni innovazione tecnologica comporta infatti, a cascata, un peggioramento dei rapporti di forza tra sfruttati e sfruttatori su tutti i livelli.

Quanto alla nostra pratica, sappiamo che non si vince sempre con la forza numerica delle masse, ma anche che non si vince mai senza di loro e ancora meno contro di loro. Nessuno, ad oggi, ha trovato altri mezzi di trasformare le idee in forza materiale, e la critica in atti, che la convinzione delle larghe masse.

Noi sosteniamo che le idee siano decisive. Le idee hanno delle ali e delle conseguenze. Un’idea che vola di cervello in cervello diventa una forza d’azione irresistibile e trasforma i rapporti di forza. È per prima cosa una battaglia d’idee che noi, senza potere, lanciamo al potere, quindi dobbiamo essere innanzitutto produttori d’idee. E per produrre idee facciamo leva per prima cosa sulla critica sociale, alimento e condizione primaria, sebbene insufficiente, di ogni azione.

Se la critica impiega ogni mezzo, è l’inchiesta che li rende disponibili. Se siamo riusciti a seminare qualche dubbio, ad esempio sulle nanotecnologie e le tecnologie convergenti, sulla biometria, la tecnologia RFID e le neurotecnologie, sugli smartphone e ciò che vi è correlato, sulla distruzione del territorio e la cannibalizzazione operata dal sistema tecnico sull’ecosistema, lo abbiamo fatto a forza di inchieste, di continui contributi scritti e di interventi in occasione di eventi.

Una critica di cui possiamo enunciare alcuni tratti fondamentali.

Anticipare. Contestare prima piuttosto che a cose fatte. Essere offensivi piuttosto che sulla difensiva. Fare la differenza concentrandosi sui punti deboli piuttosto che girare attorno alle ovvietà. Studiare i sintomi attuali per risalire alla radice dei mali. Portare delle prove, lasciando al sistema il compito della sua difesa. Non denunciare mai le malefatte senza denunciare i malfattori. Non rispondere alle loro manovre diversive e di recupero. Non abbandonare mai la battaglia contro le necrotecnologie.

Speriamo che a Grenoble e altrove si moltiplichino i critici e le loro inchieste, che leghino il locale al globale, il concreto all’astratto, il passato al futuro, il particolare al generale, per demolire la tirannia tecnologica ed elaborare da tecnopoli a tecnopoli una conoscenza e una resistenza comuni.