Dentro le scuole, fuori dagli schermi

Intervista di Vittorio a Livia Accorroni, fondatrice di Priorità alla Scuola-Marche

Anticipazione da Malamente #21, aprile 2021

Abbiamo intervistato una delle fondatrici del comitato Priorità alla scuola (PaS) nelle Marche, che in questi mesi di relativa passività e rassegnazione delle lotte sociali nella nostra regione è stata una voce forte e attiva. Ci mettiamo in ascolto di questa iniziativa in difesa della scuola pubblica, anche se siamo sempre stati critici verso gli aspetti più istituzionalizzanti, disciplinari e repressivi della scuola di Stato. Pensiamo infatti che la scuola oggi vada difesa non come istituzione statale ma come spazio di relazione sociale pubblico, per trasformarla radicalmente e non per salvare il modello che anche prima della pandemia aveva troppi difetti. Dirigenti e insegnanti, tra l’altro, non stanno dando generalmente una bella prova, accettando con troppa facilità il nuovo paradigma autoritario, verticale, trasmissivo e passivizzante che si esprime nella quasi totalità delle attività svolte in didattica a distanza.

Ancona, 12 gennaio 2021

Quando e perché è nato il comitato di Priorità alla Scuola delle Marche? Da chi è composto?

Il Comitato Marche del movimento Priorità alla Scuola (PaS) è nato il 27 maggio 2020 dalla volontà, ma anche dalla disperazione, di tre madri lavoratrici anconetane Silvia Mariotti, Livia Accorroni e Valentina Rubini che – lo raccontiamo sempre – non si conoscevano nemmeno tanto bene e disponevano soltanto di una chat Whatsapp. Inizialmente denominato Comitato di Ancona, il gruppo è nato in risposta alla petizione-lettera alla ministra all’Istruzione Lucia Azzolina, pubblicata su AVAAZ il 18 aprile 2020 da un gruppo di madri, docenti, professioniste che chiedevano a gran voce che fine avessero fatto le scuole nel piano nazionale previsto dalla Fase 2 e pretendevano che l’istruzione tornasse al centro dell’agenda politica. Quelle scuole che infatti erano state la prima attività a dover essere interrotta, alla fine di febbraio, non venivano nemmeno citate dai proclami della Fase 2 e 3, quando – per ricordarlo a tutti – si poteva ricominciare ad andare dall’estetista, in palestra, nei bar e ristoranti, e successivamente anche in discoteca, ma non si poteva in alcun modo rientrare negli edifici scolastici.

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Le Marche intensive. Tutta (ma proprio tutta) la storia del Covid Hospital di Civitanova Marche

Di Mario Di Vito

A un certo punto sembravamo spacciati. Il numero di contagiati saliva ogni giorno insieme al numero delle vittime, decine di milioni di italiani si erano chiusi in casa a tempo indeterminato, il presidente del consiglio Giuseppe Conte appariva in televisione ogni due o tre giorni per emanare nuove regole. Le terapie intensive sembravano sul punto di scoppiare, in televisione virologi e opinionisti più eventuali che vari continuavano ad accapigliarsi su questioni difficilmente comprensibili ai più, su Facebook i post degli infermieri e delle infermiere con il volto sempre segnato dalla fatica si moltiplicavano, così come le foto inquietantissime dei cadaveri portati via dai mezzi militari nella notte. Quattro o cinque generazioni, in vita loro, non avevano mai visto il baratro così tanto da vicino.

Marzo 2020, l’Italia è un paese in ginocchio. Terrorizzato dal Covid-19, acronimo inglese di Coronavirus Disease 19, ovvero infezione da Sars-CoV-2, una malattia respiratoria difficile da identificare. Non solo l’Italia, che comunque è stata tra i primi paesi a chiudere tutto, l’intero pianeta Terra è sconvolto e reagisce nelle maniere più disparate: chi ignora il problema, chi utilizza l’esercito, chi si colloca a metà tra queste due cose.

Qui e seguenti: “Pandemia” – Opera di Blu, Campobasso 2019

Il contesto

Nelle Marche, all’estrema periferia dell’impero, già alla fine di febbraio il governatore Luca Ceriscioli si era lanciato in una personalissima guerra al governo centrale per imporre la chiusura delle scuole della sua regione per cercare di contenere i contagi. Una vicenda in qualche modo paradigmatica del caos italiano di quei giorni: lunedì 24 febbraio Ceriscioli convoca i giornalisti per annunciare la serrata degli edifici scolastici. Nel bel mezzo della conferenza stampa, però, il presidente marchigiano riceve una telefonata dal presidente Conte, che lo obbliga a desistere dal suo proposito. Smentita in diretta, dunque, e gran brutta figura per Ceriscioli. Martedì 25 febbraio, al mattino, il governo incontra in videoconferenza i rappresentanti di tutte le regioni italiane e, senza obiezioni, si trova un accordo sul fatto che qualsiasi decisione dovrà essere presa tutti insieme. Le fughe in avanti della Lombardia e del Veneto, che nella settimana precedente avevano cominciato a produrre ordinanze, sembravano arginate. Ma il pomeriggio dello stesso giorno, a sorpresa, Ceriscioli con un atto d’imperio chiude le scuole, questa volta per davvero. Il governo si innervosisce e decide di impugnare davanti al Tar il provvedimento della Regione Marche.

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Il marchingegno si è rotto. RetroMarch(e): cambiare direzione

Intervista di Sergio Sinigaglia a Carlo Carboni e Michele Serafini

A metà marzo ad Ancona, presso la Facoltà di Economia, si doveva tenere un incontro pubblico promosso dalla nostra rivista insieme al mensile Gli Asini e al Circolo Laboratorio Sociale. Alla vigilia di una tornata elettorale in cui si prefigurava un successo della destra, l’intento era quello di ragionare sulle trasformazioni avvenute nelle Marche, sui mutamenti sociali, economici, culturali e antropologici, specchio del contesto più generale. Tra i relatori era previsto Carlo Carboni, docente di sociologia presso la stessa facoltà, autore di numerosi saggi tra cui “Il marchingegno”, edito nel 2005 da Affinità elettive, che analizzava il defunto modello marchigiano incentrato sul “piccolo è bello” e cercava di ragionare sulle possibili alternative.

L’incontro di Ancona è saltato a causa delle restrizioni imposte dall’epidemia di Covid-19; abbiamo però ritenuto opportuno intervistare Carboni sulle tematiche di cui avremmo dovuto discutere a marzo. L’intervista contiene alcuni riferimenti alla “classe dirigente” che ovviamente non ci appartengono visto che le nostre idee guida sono, piuttosto, i concetti di autonomia sociale, autogestione, autogoverno. In ogni caso ci sembra un contributo importante e qualificato per riflettere sui cambiamenti in atto, con l’auspicio che nella prossima primavera si possano ricreare le condizioni per riproporre l’iniziativa annullata.

Per ampliare il quadro sulla situazione regionale abbiamo intervistato anche Michele Serafini che, ritornato nelle Marche dopo due anni da ricercatore in antropologia a Londra, ha contribuito alla formazione del gruppo di ricerca interdisciplinare “Emidio di Treviri” formato da antropologi, sociologi e urbanisti, seguendo fin dalle primissime fasi le vicende del terremoto e post-terremoto 2016. Michele ci ha parlato delle dinamiche dell’entroterra, in particolare delle conseguenze determinate dall’ultimo sisma in territori già gravemente alle prese con fenomeni sociali ed economici che ne hanno fortemente indebolito il tessuto civico.

Andrea Pazienza, “Vignette”

Intervista a Carlo Carboni

Nel 2005 hai scritto “Il marchingegno” dove riflettevi sul modello di sviluppo tradizionale della nostra regione e di come ormai mostrasse la corda, quindi sottolineando la necessità di un suo superamento e di un cambio di paradigma. A quindici anni di distanza sembra che siamo ancora al palo…

Non è cambiato nulla, anzi il contesto è peggiorato. Già due anni fa Ilvo Diamanti a un convegno all’Istao (Istituto Adriano Olivetti, ndr.) ad Ancona aveva osservato come le Marche fossero scivolate nella “media mediocritas” italiana. Devo dire che dopo la vicenda del terremoto di quattro anni fa, a cui dobbiamo aggiungere lo scossone della crisi del 2008, con tutte le conseguenze avute sia nell’apparato produttivo che nel sociale, molti di quelli che hanno fatto i cantori di questo modello di sviluppo diversi anni fa – mi riferisco al nostro ambito accademico – abbiano peccato di un eccesso di entusiasmo rispetto a una realtà che ha invece mostrato tutti i suoi limiti strutturali.

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Da Londra ad Ascoli Piceno. La scena punk in una regione quasi tranquilla

Intervista di Luigi ad Alessia Masini e Carlo Cannella

Dopo aver raccontato la scena hip-hop del nord delle Marche (Malamente #6, dicembre 2017), abbiamo deciso di fare un viaggio nel sottobosco punk per scoprire origini, storia e vicende di questo fenomeno musicale e culturale che dalla fine degli anni Settanta ha attraversato, in maniera forse anche inaspettata, la paciosa e sonnolenta tranquillità di questi territori.

Abbiamo intervistato Alessia Masini, ricercatrice in storia, studiosa in particolare del rapporto tra giovani e politica in età contemporanea, collaboratrice di Rai Storia e autrice e speaker del programma radiofonico Vanloon in onda su Radio Città Fujiko (Bologna). Alessia ha da poco pubblicato il libro “Siamo nati da soli: punk, rock e politica in Italia e in Gran Bretagna, 1977-1984” (Pacini, 2019). Poi, per mettere a fuoco il punk marchigiano, abbiamo conversato con un testimone d’eccezione, Carlo Cannella, voce storica della scena punk hardcore italiana. Cresciuto ad Ascoli Piceno, ha fondato nel 1983 i Dictatrista, nel 1985 gli Stige, nel 1992 gli Affluente. Nomi che a qualcuno/a ricorderanno i tempi del walkman sparato nelle orecchie e l’energia del pogo sotto i più improbabili palchi. Nel libro “La città è quieta… ombre parlano” ha raccontato la storia di quell’umanità disagiata e sperduta nella foresta punk ascolana, schiumante rabbia di vivere; la quarta edizione è in uscita per Red Star Press.

E allora non ci resta che partire per questo viaggio nel “nostro” punk: in fondo, dal pogo al riot, il passo può essere molto breve.

Rivolta dell’odio (Ancona), Al Tuwat di Carpi, 1985 circa

Intervista ad Alessia Masini

Il tuo libro sulla storia del punk ha una delimitazione temporale ben precisa: 1977-1984. Queste date rappresentano un inizio e una fine? Quali sono i motivi di questa periodizzazione del punk?

Non definirei queste date un inizio e una fine. O meglio, forse un inizio sì, ma non una fine. Il 1977 è il momento in cui il fenomeno punk ha una delle sue manifestazioni più visibili, cioè diventa concretamente un elemento delle culture giovanili. Nell’ottobre 1977 il punk compare in televisione, per la prima volta la RAI parla di punk in un programma che si intitolava “Odeon. Tutto quanto fa spettacolo”. Pochi mesi prima, a maggio, iniziava a comparire anche tra le maglie dei movimenti, delle controculture, a partire dalla rivista “Re Nudo”. Nelle memorie dei punk italiani si ritrovano spesso questi due eventi: quasi tutti citano “Odeon” e qualcuno racconta anche di “Re Nudo”. Quindi da questo punto di vista si può dire, secondo me, che il 1977 sia un inizio.

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DPCM e tutto il resto

Diciamocelo: la cosiddetta “classe dirigente” non ha idea di come uscire da questa situazione. Per mesi il governo italiano, in buona compagnia con quello degli altri paesi, è stato incapace di elaborare un piano decente, riducendosi poi, di fronte al disastro imminente della “seconda ondata”, a imporre soluzioni improvvisate. Ha fustigato gli irriducibili furbetti della movida, chiuso a doppia mandata – nonostante il rispetto dei protocolli di sicurezza – i luoghi dello sport, dello spettacolo e della cultura, abbandonato al suo simulacro digitale e ai colpi di testa dei vari governatori il sistema scolastico. Nessuna strategia di potenziamento della sanità territoriale, nessuna mossa fatta per decongestionare il trasporto pubblico nelle ore di punta, tanto per dirne due. E poi la trovata del divieto di uscita notturna, per di più esteso a prescindere su tutto il territorio nazionale: una misura poliziesca e militare che non ha nessuna ragionevole efficacia nel contenimento dell’epidemia.

Insomma, una sbandierata di solerzia e rigore basata sulla distinzione tra l’essenziale (l’economia) e il superfluo (tutto il resto). La logica dei famigerati DPCM è infatti una sola: salvaguardare produzione e circolazione di merci. Per questo le persone improduttive vengono relegate in casa, mentre chi ancora un lavoro ce l’ha può uscire per lo stretto necessario allo svolgimento della propria mansione. Cosa che in altro contesto si chiama “semilibertà”. Al momento, qui nelle Marche, per ogni esigenza di movimento fuori dal proprio comune bisogna sopportare l’umiliazione dell’autodichiarazione scritta, e in ogni caso si resta alla mercé dello sbirro di turno che può non considerare valida la giustificazione.

Se è necessario adottare precauzioni di distanziamento fisico, in particolare al chiuso, che lo si faccia senza tanto urlare alla “dittatura sanitaria!”, ma basta con la retorica della colpevolizzazione dei comportamenti individuali amplificata a dismisura dai media e con l’accettazione di qualunque sopruso in nome dell’emergenza pandemica. Basta con provvedimenti che sono repressivi più verso le libertà di base che verso il contagio. Non siamo ossessionati dalle mascherine, anzi riteniamo utile indossarle quando necessario, questo non vuol dire mentre si cammina al parco alle sette di mattina. Soprattutto se poco dopo si è costretti – e qui non c’entra la responsabilità del singolo ma l’amministrazione della società – a salire su un autobus già pieno per raggiungere un luogo di lavoro dove l’attenzione alla salute è sempre l’ultimo punto all’ordine del giorno.

Se la società in cui viviamo, bravissima a produrre disastri e molto meno a porvi rimedio, è del tutto inadeguata ad affrontare la pandemia, è d’altra parte tragicamente manifesta l’incapacità da parte “nostra” di cogliere l’opportunità che questa imprevista rottura ha determinato. Qualche risposta, è vero, c’è stata, pensiamo ad esempio a tutte le iniziative di mutuo appoggio e solidarietà dal basso, ma continua a mancare una visione d’insieme che faccia leva sulle crepe aperte e possa imporre la necessità di un deciso cambio di rotta. Ci pare infatti che non abbiamo di fronte solo un’emergenza sanitaria che pure è assolutamente reale, da superare ricorrendo alle forze della medicina – e qui ci sarebbe da discutere molto su come sono stati ridotti e semplificati i concetti di salute e cura – ma stiamo attraversando una crisi globale che dovrebbe mettere alla prova la tenuta di tutto un sistema. E la soluzione – per noi – non sta nel chiudersi in casa e reclamare allo Stato il diritto a un reddito di sopravvivenza, tantomeno nel ritorno alla “normalità” precedente, ma nel saper immaginare e quindi praticare un altro modello di vita.

Il primo lockdown, quello di primavera, era stato più o meno accettato come una novità inevitabile, mentre il secondo, anche se più “morbido”, ha fatto montare la collera di chi subisce con più forza le conseguenze sociali della pandemia. In molti hanno ritirato le bandiere “andrà tutto bene” e dai balconi sono scesi in strada, dove sono esplose le contraddizioni della protesta: sullo stesso selciato gli esclusi di sempre, chi non ha niente da perdere, insieme a quei padroncini che da sempre campano sul lavoro precario e sfruttato, a giovanissimi alle prime esperienze, qualche compagno e vecchi marpioni fascisti. Pur tenendoci bene alla larga di chi nega l’evidenza di questo virus malefico, ci interessa capirne di più e vedere quali spiragli d’azione si potrebbero aprire, per questo abbiamo chiesto ad alcuni/e amici, amiche e compagni/e in giro per l’Italia di raccontarci quel che è successo dalle loro parti. In questo numero potete leggere corrispondenze da Ancona, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino e Trieste.

Torniamo poi al degrado della nostra regione. Lo facciamo con un articolo di analisi sui centri di potere e sulle prime malefatte del neonato governo Acquaroli. Ma anche da queste parti, di tanto in tanto, accade qualcosa che ci rincuora, ne è un esempio la manifestazione delle donne che si è svolta a Macerata agli inizi di novembre: ne raccontiamo le motivazioni immediate e profonde.

Con una intervista a Erica Lagalisse, autrice di un libro sul tema, affrontiamo un argomento spinoso: le “teorie della cospirazione” o, se volete, il “complottismo”, in una prospettiva rivoluzionaria. Attenzione: lettura non adatta ai deboli di spirito. In questo mondo strano è esistita anche una scena punk marchigiana dagli anni Settanta in avanti, la raccontiamo con una doppia intervista ad Alessia Masini, ricercatrice in storia, e Carlo Cannella, voce di terribili gruppi punk hardcore come Dictatrista, Stige e Affluente. E ci aggiungiamo un pezzo di un punk marchigiano ante litteram: niente meno che Giacomo Leopardi.

La pandemia ci ha ricondotti all’animalità dell’essere umani e con l’antropologo Stefano Boni parliamo di come la nostra specie – “homo comfort” – viva con sempre più ribrezzo il contatto con lo sporco della natura (e di questi tempi abbondano le generose strofinate di gel igienizzante), mentre Andrea Staid ricorda David Graeber, una figura centrale per il pensiero libertario contemporaneo, morto improvvisamente il 2 settembre a Venezia. A seguire, il giardiniere anarchico Libereso Guglielmi ci trascina nel magico mondo delle erbe e dei fiori commestibili, e con Bertrand Louart torniamo a interrogarci su una vita libera dalla tirannia del capitalismo industriale. Non manca infine la consueta pagina delle recensioni, ma visto che di libri da leggere ne sono usciti parecchi e lo spazio di queste pagine non è infinito, inauguriamo anche una rubrica di brevi segnalazioni editoriali.

Un’ultima cosa: insieme a questo numero abbiamo pubblicato un piccolo libro, in occasione del cinquantenario del naufragio del peschereccio Rodi e della conseguente rivolta di San Benedetto del Tronto (dicembre 1970-2020). È un auspicio affinché tutte le terre, anche quelle più assuefatte alla pace sociale, possano ribellarsi alle ingiustizie, oggi come allora.

Rivolta!

Riceviamo e pubblichiamo

Corona è il virus, il capitalismo la pandemia. Berlino, 30/12/2020

La riproposizione senza termine di decreti normativi repressivi, ubiquitari a livello globale e motivati da “superiori interessi di salute pubblica” domina la sfera personale e l’agire politico degli esseri umani di questa particolare epoca: diventa perciò chiaro che l’unica via di fuga dalle passioni tristi, l’unica strada che gli individui e le collettività possono percorrere per affermare e riscattare la propria esistenza è quella della rivolta.

Necessità del singolo che immediatamente si trasforma in dispositivo politico di tante e tanti; da bisogno fisiologico dell’individuo la rivolta coinvolge e travolge settori eterogenei della popolazione fino a diventare “proprietà” comune.

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Naufragio a terra – La rivolta di San Benedetto del Tronto, dicembre 1970

Segnaliamo la pubblicazione del libro Naufragio a terra – La rivolta di San Benedetto del Tronto, dicembre 1970 (Malamente, 2020, 68 p.).

Abbiamo deciso di dedicare alla rivolta di San Benedetto questa pubblicazione per una ragione molto semplice quanto fondamentale: le due giornate che videro un’intera comunità bloccare un intero territorio, tutte le reti viarie, la ferrovia adriatica e la statale, dopo il naufragio del peschereccio Rodi e la morte dei dieci componenti dell’equipaggio, espressero una conflittualità, una capacità di autorganizzazione popolare nonché di autogestione della protesta che crediamo non abbia avuto riscontro nella storia delle lotte nella nostra regione, le Marche, dopo la liberazione dal nazifascismo.

Se nelle grandi città del Nord e non solo, l’apice dello scontro sociale si era raggiunto nel “biennio rosso” 1968/69, nelle Marche fu l’insorgenza sambenedettese, breve quanto radicale, a fare da battesimo al decennio ribelle che attraversò buona parte degli anni Settanta anche nei nostri territori.
Per San Benedetto la rivolta non fu una breve parentesi, ma segnò una svolta. Infatti, al di là del lavoro politico-sindacale che si sviluppò ulteriormente nel settore della pesca, le due giornate del dicembre 1970 lasciarono una traccia profonda nella coscienza di una grossa parte degli abitanti della città. Una svolta che nel periodo successivo si manifestò, ad esempio, nelle mobilitazioni politiche di massa per contestare, un paio di anni dopo i fatti del Rodi, i comizi del patron democristiano Forlani e del fascista missino Grilli in occasione delle elezioni politiche del 1972.
Dunque la nostra scelta è certamente di carattere memorialistico e storico – non a caso esce esattamente nel cinquantenario di quella rivolta – ma vuole anche evidenziare come una terra da sempre considerata dormiente e assuefatta alla pace sociale abbia espresso anche momenti di alta conflittualità, con l’auspicio che oggi, di fronte a un sistema sociale sempre più intollerabile, sappia trovare nuove energie e ribellarsi come accadde a San Benedetto mezzo secolo fa.

La redazione di Malamente

Il libretto è pronto per essere spedito a chi ne desideri una o più copie (prezzo di copertina 5 euro). Se sostieni un abbonamento a Malamente per l’anno 2021 riceverai il libretto in allegato in omaggio al numero 20 (gennaio 2021), per ordini e altre richieste puoi sempre scriverci a malamente@autistici.org.

Il libro è disponibile anche presso le librerie IODIO e Nave Cervo di San Benedetto del Tronto.

Indice

  • Malamente, Prefazione
  • Tommaso La Selva, La memoria è vita
  • Mario Di Vito, Come muoiono i marinai
  • Mare in rivolta, intervista di Sergio Sinigaglia a Francesco Vagnoni, Tinello Zazzetta e Alice Zazzetta
    Documenti (1976):
  • Renato Novelli, La crisi e il mercato del lavoro della pesca
  • Testimonianza di un ex pescatore, militante extraparlamentare

Coding in Your Classroom? No! Dal pensiero critico al pensiero computazionale, a scuola e non solo (#19)

Di Roby

Il pensiero computazionale sta entrando di prepotenza nelle scuole, spinto dai governi di tutta Europa. Pensare e agire come farebbe una macchina, senza ambiguità né conflitti, senza immaginazione ma in maniera estremamente efficiente deve diventare, secondo gli alfieri del mondo informatizzato, una nuova capacità di base al pari di leggere, scrivere e far di conto. Dicono che sia necessario affinché le nuove generazioni possano competere nel contesto tecnologico che le circonda. Noi inguaribili poeti, che nonostante tutto preferiamo ancora la complessità irriducibile della vita, dell’amore e della bellezza, crediamo sia più saggio ribaltare il mondo delle macchine, piuttosto che adeguarsi alla sua logica binaria.

Il titolo di questo articolo richiama il titolo di un libro da poco uscito in seconda edizione: Coding in Your Classroom, Now![1]. L’autore è Alessandro Bogliolo, docente di informatica applicata a Urbino, abile divulgatore scientifico, amministratore di Digit Srl (lo spin off universitario produttore, tra l’altro, dell’App DiAry per il tracciamento dei contagi Covid-19), nonché figura centrale nella promozione del pensiero computazione in Italia. Bogliolo è coordinatore dell’European Code Week, la Settimana europea della programmazione, ovvero una campagna di alfabetizzazione sostenuta dalla Commissione europea che ogni anno propaganda la diffusione sociale del pensiero computazionale, con particolare attenzione al mondo della scuola. Ma di cosa stiamo parlando? Cos’è il pensiero computazionale? Cosa si intende per coding? Cosa c’entrano le scuole e l’alfabetizzazione?

Il pensiero computazionale, spiega l’autore, è “la capacità di individuare un procedimento costruttivo, fatto di passi semplici e non ambigui, che ci porta alla soluzione di un problema complesso”. In altre parole, in ogni ambito dell’attività umana, sviluppare un pensiero computazionale significa non solo essere in grado di risolvere un problema, ma saper individuare con esattezza il procedimento necessario per raggiungere la soluzione, in modo tale che chiunque – umano o computer – possa replicarlo e, quindi, risolvere quel problema. Per coding, invece, si intende l’utilizzo di metodi di programmazione, anche sotto forma di gioco per bambini e ragazzi (ad esempio concatenando diversi blocchi colorati che, passo dopo passo, esprimono le istruzioni necessarie alla soluzione del problema), allo scopo di sviluppare le capacità di pensiero computazionale. Una sorta di palestra di addestramento al pensiero computazionale.

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Brigate volontarie per l’emergenza. Primo tempo (#19)

Di Vittorio – Malamente #19 (ottobre 2020)

Rompere la paralisi

Quando è stata estesa la zona rossa su tutta Italia ero a cena da amici. Al pomeriggio ero andato a osservare la “frontiera” sul fiume Cesano, la provincia di Pesaro era infatti già zona rossa, teoricamente inaccessibile. Sul ponte il solito via vai, soltanto in alcune ore le pattuglie stazionavano pigramente ai lati della strada. Improvvisamente la notizia è rimbalzata sui social e ci ha raggiunti quando eravamo arrivati al dolce. Ci siamo accorti che l’epidemia e le sue conseguenze sociali stavano facendo un salto di scala a cui non eravamo minimamente preparati. Abbiamo telefonato ad altri amici che stavano lavorando vicino a Modena: “tornate stanotte altrimenti rischiate di rimanere bloccati là!”. Incertezza, timore e confusione informativa avrebbero dominato le settimane successive un po’ per tutti e tutte.

Poi è arrivato il lockdown e nella provincia adriatica qualcuno ha provato a scherzare dicendo che per strada sembrava che il tempo si fosse fermato alla domenica pomeriggio… ma a parte l’ironia è stato evidente che le conseguenze economiche e sociali sarebbero state molto dure, specialmente per chi non aveva un reddito fisso.

Ho iniziato a parlare della necessità di “fare qualcosa” con molti amici e compagni, cercando di capire se ci fosse qualcuno che si stava attivando in questo senso. La Protezione civile era stata allertata, le forze dell’ordine di ogni tipo e colore erano scese in strada come un esercito di occupazione e si moltiplicavano le ordinanze restrittive, ma da parte di quello che resta dei “compagni”, tra centri sociali, associazioni e piccoli partiti politici, nessuna iniziativa concreta all’orizzonte, eravamo completamente impreparati.

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